Agorà

Intervista. «La mia​ Violetta, figura evangelica»

Pierachille Dolfini sabato 7 dicembre 2013
«Violetta come la Samarita­na e come l’adultera». Det­to così potresti pensare che il paragone sia un po’ for­zato. Ma poi è proprio il Vangelo a dare la chiave di lettura. Con Luca che racconta della peccatrice che in casa di un fariseo lava i piedi a Gesù. «I suoi mol­ti peccati le sono perdona­ti, perché ha molto ama­to » dice Gesù. «Quello che capita anche a Violetta: il suo sa­crifico d’amore è ripagato con la re­denzione » riflette Daniele Gatti che stasera sarà sul podio del Teatro alla Sca­la per La traviata. L’opera di Giuseppe Verdi, con la regia di Dmitrij Cernjakov e Diana Damrau nei panni della protago­nista, inaugura la nuova stagione lirica e chiude le celebrazioni per il bicentenario della nascita del musicista emiliano. Il si­pario al Teatro alla Scala si alza alle 18 (in diretta su Radio tre e in tv su Rai 5). Ad a­scoltare La traviata il Capo dello Stato Na­politano, i presidente di Camera e Sena­to Boldrini e Grasso e il presidente della Commissione europea Barroso. «Violet­ta sa che rinunciare all’amore significa i­nevitabilmente affrettare la morte, ma non si tira indietro: muore e ottiene la re­denzione perché il perdono di Dio è mol­to più grande di quello degli uomini» ag­giunge il direttore. 
Maestro Gatti, sta qui, al di là delle modernizzazio­ne di registi e scenografi, l’attualità di Traviata?
«Traviata se letta superficialmente potrebbe ap­parire una storia, seppur tragica, d’amo­re. Ma in Verdi c’è sempre un livello mol­to più profondo di quello che appare a prima vista. L’opera è la denuncia del so­pruso della società nei confronti di un in­dividuo. Violetta è un Rigoletto con la gon­na: se il giullare ha una deformità fisica, lei ne ha una psicologica, è bella fuori, ma con impresso dentro un marchio di infa­mia che le ha imposto la società. Lo stes­so che portavano la Samaritana o l’adultera che per Gesù, però, erano prima di tutto es­seri umani, al di là della loro condi­zione sociale.
Una lezione an­che per il nostro oggi?
Il pubblico do­vrebbe avvicinarsi ai personaggi verdia­ni come se fossero fratelli maggiori e spec­chiarsi in essi. Germont, preoccupato di non disperdere il patrimonio di famiglia, è uno che incute sensi di colpa negli al­tri, una persona senza compassione. Al­fredo non ha umanità per sostenere le sue posizioni. Violetta scopre che rispetto al­la vita dissoluta che ha sempre condotto ci potrebbe essere qualcosa di più nor­male. Ci prova e va fino in fondo sfidan­do anche un moralismo – che sopravvi­ve ancora oggi – fatto di regole che la società si è data. Soc­combe, ma ottiene il perdono perché la misericordia di Dio è molto più gran­de del perbenismo degli uomini».
Come liberare Traviata dai fantasmi del passato che l’hanno tenuta per anni lon­tana dalla Scala?
«Chiedendosi: Verdi sarebbe contento? Penso che sarebbe felice di sapere che le sue musiche vengono eseguite e al me­glio. Se Traviata è un titolo 'vietato' oc­corre avere il coraggio di andare sino in fondo: vietiamo le rappresentazioni, ma anche l’ascolto privato su disco». Traviata segna il suo ritorno ope­ristico alla Scala dopo che la sua strada e quella del teatro sembrava­no divise. «Per un po’ ho ri­tenuto opportu­no stare lontano da Milano. Due anni fa mi hanno chiesto di dirigere Traviata e ho accettato perché torno a fare musica nella mia città e in chiusura dell’anno verdiano. C’è chi mi prende per matto e mi chiede chi me lo fa fare di buttarmi nella bolgia del 7 di­cembre per di più con un’opera come questa. Rispondo la mia etica perché se uno fa il musicista non può sempre na­scondersi dietro titoli 'protetti', occorre mettersi in gioco».
Un ritorno che avviene mentre sembra fatta la scelta del direttore musicale, sal­vo sorprese sarà Riccardo Chailly.
«Mi fa piacere sapere che in molti hanno pensato a me per questo ruolo, specie do­po l’arrivo a Milano come sovrinten­dente di Alexander Pereira con il qua­le ho lavorato a Zurigo e Salisburgo. Ma non è detto che un rapporto che ha fun­zionato in certi teatri funzioni anche in altri contesti. E poi non è detto che quando la Scala chiama tutti dicono automaticamente di sì. Ora che i giochi sono fatti affronto Travia­ta con molta serenità: posso di­rigere come Daniele Gatti, non come possibile futuro direttore musicale che deve sempre so­stenere un esame. E il 4 gennaio posso andarmene tranquillo a ca­sa in attesa di tornare nel 2015 con Falstaff a chiusura della stagione del­l’Expo e nel 2017 con I maestri cantori di Wagner.