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MUSICA E TENDENZE. Vinile, è l’ora della riscossa

Alessandro Beltrami sabato 20 aprile 2013
Gira e gira, il vinile è ritornato. Fu di­chiarato roba passata dalle sirene del­la pubblicità che 25 anni fa procla­marono il cd l’ultima frontiera del suono, og­gi abbattuta dalla crisi e dal digitale (pirata­to o legale che sia). Al certificato di morte se­guirono la rottamazione dei giradischi e la ri­duzione dei 33 giri a merce da trovarobato domenicale. Oggi il buon vecchio long playing ha la sua rivincita. In tutto il mondo si celebra il Record Store Day, un evento che celebra il vinile con edizioni speciali a tiratu­ra limitata, rarità, inediti, remix.
Ma è soltanto il vessillo di un fenomeno che, pur restando di nicchia, sta acquistando di­mensioni significative, tanto che le case di­scografiche hanno ricominciato a pubblica­re i titoli anche come lp. Nel 2000 il mercato del vinile valeva 108 milioni di dollari: se qua­si il 50% era fatturato in Giappone (47 milio­ni) negli Stati Uniti vendeva per 14 milioni e in Italia per 400mila dollari. Pochi anni dopo la débâcle era completa: nel 2005 in Italia la fetta di mercato è praticamente nulla: 100mi­la dollari, negli Usa, fatte le proporzioni, pu­re: 7 milioni. Il picco più basso generale è nel 2006: 37,5 milioni di dollari. Ma è anche l’an­no in cui le cose cominciano a cambiare. Tan­to che nel 2011 il mercato ha raggiunto quo­ta 115,4 milioni di dollari. Un dato che per al­tro non contempla un fiorente mercato del­l’usato, in cui si possono trovare buone copie anche a prezzi stracciati. In molti Stati si vende quattro o cinque volte di più che nel 1997: negli U­sa 66,2 milioni contro 16,6, in Germania 12,9 contro 3,6, in Francia 5,6 contro 1 soltanto. L’Italia nel 2011 era il settimo mercato mondiale e quarto in Europa con 2,1 milioni di dollari, cre­sciuti a 3 nel 2012, se­gnando un +47%. Nulla, se paragonato ai 108 mi­lioni di dollari dei cd, ma non male rispetto ai 12 del digitale. arti, il glorioso 33 giri lascia l’illusione di trat­tenerla tra le mani. Non c’è paragone tra il piccolo box in plastica e il libriccino del com­pact disc, dove per ogni cosa serve una lente di ingrandimento, e la grande custodia qua­drata dal design che esalta immagini e grafi­ca (e non è un caso che il padre della copertina che si squaderna come un libro è il grande arti­sta Josef Albers). Come non c’è gara tra il cas­settino del lettore, aper­to con un pulsante, e il rito di calibrare la punti­na sul grande disco ne­ro che già ruota sul piat­to.
Ecco perché è stato il mondo del collezioni­smo, quello pronto a fa­re pazzie per un pezzo pregiato e insolito, il primo ad avere rivitaliz­zato il vinile – e il Record Store Day sta lì a te­stimoniarlo, come le fiere specializzate che si moltiplicano proprio mentre chiudono le grandi catene di distribuzione, in Italia come a Londra. Ma che sia un ritorno dell’ aura (bef­fardo, perché proprio alla riproducibilità tec­nica ne aveva imputato la perdita Walter Benjamin) come sostiene Quirino Principe – con un curioso spostamento dall’opera al mezzo – o un più prosaico effetto nostalgia, c’è anche un altro aspetto.
È un fatto che que­sta nicchia è in espansione anche tra chi chie­de all’esperienza dell’ascolto qualcosa di più di quanto un paio di cuffie in treno possano dare. Gli appassionati di classica e jazz lo so­stengono da un pezzo, già da quando sco­prirono che la tanto lodata precisione del suo­no del cd nei fatti poteva diventare freddez­za. Così come sanno che la compressione del­le frequenze dei file audio impoverisce det­tagli e profondità e annichilisce le escursio­ni dinamiche: addio pianissimi e ti saluto for­tissimi. Il suono caldo e pastoso del vinile, si sa, era un’altra cosa. Così il microsolco, pun­tando sullo scontento degli audiofili e su chi del 33 giri ha solo qualche vago ricordo d’in­fanzia, rispunta anche in edicola. De Agosti­ni l’anno scorso aveva pubblicato una serie di vinili 180 grammi con i capisaldi del jazz, a partire dall’immortale Kind of blue di Miles Davis. In questi mesi ci riprova con la musi­ca classica. Dopo la Quinta Sinfonia di Beethoven diretta da Karajan con i Berliner Philharmoniker nella storica edizione del 1962 targata Deutsche Grammophon sono seguite incisioni di Solti, Kleiber, Abbado. Per un ritorno al passato manca a questo punto solo una cosa: il giusto tempo per sedersi e a­scoltare.