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Il reportage. Viaggio a Pistoia, la città schiva e dimenticata Capitale della cultura

Giacomo Gambassi, inviato a Pistoia giovedì 18 maggio 2017

Il centro storico di Pistoia, Capitale italiana della cultura 2017

Mugugni, sospiri, mormorii. E la signora affacciata da uno dei palchi che sussurra: «Anche un parto in scena no...». Si fa fatica ad assimilare l’Idomeneo di Mozart nel teatro-bomboniera di Pistoia intitolato ad Alessandro Manzoni. L’opera in cartellone è il “dono” fatto alla Capitale italiana della cultura 2017 dal Maggio Musicale Fiorentino che per la prima volta nei suoi 80 anni di storia apre la rassegna in trasferta, con una produzione anche migliore di qualche allestimento proposto in celebri templi della lirica. Cast con nomi da richiamo come Carmela Remigio, Michael Schade e Leonardo Cortellazzi. Un’orchestra ben calibrata. Eppure la regia geniale e provocatoria di Damiano Michieletto – con valigie che volano sul palcoscenico ed ecografie proiettate – è difficile da mandare giù. C’è chi reputa che sia troppo anche per spettatori avvezzi come i loggionisti della Scala di Milano. Figurarsi per un pubblico di quella “provincia” un po’ dimenticata che la Capitale della cultura vuole portare sulla ribalta e anche scuotere andando oltre l’ordinario. «Siamo comunque molto soddisfatti. E ben vengano iniziative come questa che fanno respirare aria nuova in un’Italia considerata a torto minore», sostiene il direttore d’orchestra milanese Gianluca Capuano, gran “ciambellano” del dramma mozartiano.


Solo che a Pistoia il clima da Capitale è piuttosto rarefatto. Appena si esce dalla stazione ferroviaria il primo manifesto che si incontra è su Lucca “la rivale”. Poco più avanti le uniche bandiere che sventolano sono quelle rosse della Lista comunista. E per trovare un cenno al titolo assegnato dal Ministero dei beni culturali bisogna avvicinarsi alle vetrine dei negozi che mostrano i piccolissimi loghi della Capitale: un reticolo multicolore che dovrebbe rappresentare il dedalo di viuzze del centro storico e che i pistoiesi hanno già bocciato paragonandolo – con lingua tagliente – ai bastoncini dello shangai o alle inferriate di una prigione. Del resto non saremmo in Toscana se ogni passo non fosse accompagnato da dispute e critiche. Come quelle degli albergatori che lamentano: «Dobbiamo anche fotocopiarci il calendario degli eventi». O come quelle di chi ironizza sulla chiusura in pausa pranzo dell’ufficio di informazioni turistiche.


«Le polemiche sono segno di vitalità. E non va dimenticato che la città è caratterizzata da un’endemica faziosità», risponde senza scomporsi il sindaco pd Samuele Bertinelli. E tiene a precisare: «Abbiamo un temperamento schivo, ritroso, riservato che deriva dalle nostre radici contadine. Ecco perché viviamo l’esperienza della Capitale senza ostentazioni e non scommettendo su trovate taumaturgiche. Siamo una città colta, un laboratorio stabile del sapere, che investe nel sistema culturale il doppio della media nazionale. Certo, finalmente usciamo dal cono d’ombra, stretti come siamo fra Firenze, Lucca e Pisa. In quattro mesi le presenze turistiche sono cresciute del 30%. E nei musei abbiamo visto addirittura triplicare gli ingressi». Musei che il Comune ha deciso siano tutti gratis fino a dicembre. Vero è che, visitando questo capoluogo di 90mila abitanti in una domenica di maggio, è facile scorgere i ristoranti pieni e sentir parlare in olandese, inglese o francese.


L’ufficio del sindaco è nel Palazzo degli Anziani che con i suoi tratti medievali chiude da un lato la più nota e bella piazza di Pistoia: quella del Duomo. E da qui tutti partono per scoprire i simboli della città che per la maggior parte hanno un carattere sacro: dal Battistero (avvolto dalle impalcature) alle chiese romaniche, dalla Cattedrale che conserva la reliquia dell’amato patrono San Jacopo alla torre del campanile, dai famosi pulpiti (come il capolavoro di Giovanni Pisano nella chiesa di Sant’Andrea) al celebre fregio robbiano sulle sette opere di misericordia nello storico ospedale del Ceppo.


«Credo che si possa affermare – dice convinto il vescovo Fausto Tardelli – che qui la fede cristiana, nonostante le contraddizioni e le incoerenze, abbia trovato nell’arte espressioni mirabili e abbia dato luogo a una cultura che ha reso e rende più umana la città». Anche la diocesi è impegnata nel percorso della Capitale. «La Chiesa locale – racconta il presule – si è sentita in dovere di dare il suo contributo. Alcune proposte sono entrate nel programma ufficiale. Molte altre sono collaterali e comprendono la valorizzazione dei nostri beni, contributi di riflessione e pensiero, mostre e musei, momenti musicali, il culto jacopeo». Poi il vescovo evidenzia: «Pistoia è stata chiamata “città rocciosa” per l’atteggiamento un po’ aspro dei suoi abitanti. Ma grazie alla Capitale è stato scelto di mettere le basi per una prassi virtuosa che attraverso l’esperienza del fare squadra permetta alla nostra polis di essere vissuta come spazio di incontro, solidarietà, crescita, dialogo».


Trenta sono i chilometri che la separano da Firenze. «Nel Trecento, dopo undici mesi di assedio, i fiorentini ci hanno conquistato. E non potevano farci peggior spregio che mettere a guardia un contingente pratese», sorride Simone Zini mentre accompagna i visitatori di “Pistoia sotterranea”, il museo-labirinto ricavato nei canali di scolo che qui chiamano gore. Le lotte di campanili si toccano con mano. E forse sarà per questo che nei giorni di festa c’è da Firenze soltanto un treno ogni due ore per la città del “contado”.


Dai finestrini del regionale i capannoni industriali si alternano alle serre che fanno di Pistoia anche la “capitale del verde”. Sullo sfondo l’Appennino. «Dopo un intenso processo di deindustrializzazione, il vivaismo è rimasto il riferimento dell’economia locale. Le nostre piante arrivano in ogni angolo del mondo», chiarisce Luca Iozzelli, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia. Ma il nome della città è associato anche alla Breda, o meglio all’ex Breda. Perché la rinomata fabbrica di treni è oggi giapponese, in mano all’Hitachi. «Benché ci siano state resistenze, la cessione ha consentito di mettere in sicurezza i bilanci e acquisire commesse importanti – rivela Iozzelli –. Tuttavia Pistoia vuole essere anche altro. E la Capitale può dare inizio a un cammino proficuo legato al turismo culturale».


La Fondazione è il “motore” finanziario della kermesse. Sei i milioni di euro investiti da vari enti per questi mesi, cui se ne aggiungono 15 per le infrastrutture. Anche per l’opera-segno della Capitale, l’ex nosocomio del Ceppo che diventerà un quartiere a emissioni zero con spazi dedicati alle start-up per il restauro o al co-working. «Persino la rigenerazione urbana è parte del progetto – afferma la direttrice dei musei comunali, Elena Testaferrata –. Ed è curioso come tutto ciò aiuti i pistoiesi a riappropriarsi dei loro tesori e magari anche a entrare per la prima volta nei musei locali: da quello Civico a quello di Palazzo Fabroni, “casa” dell’arte contemporanea».


Scorrendo il programma, balza agli occhi come molti degli appuntamenti facciano già parte della vita cittadina. A cominciare dai festival di cui Pistoia è una sorta di incubatore. Una formula fin troppo facile? «Pistoia Blues – ribatte il direttore artistico Giovanni Tafuro – ha contribuito a far conoscere questo angolo di Toscana a livello nazionale e internazionale tenendo sempre alta l’asticella della musica di qualità all’interno di un contesto storico di prim’ordine. E per questa 38ª edizione faremo arrivare grandi nomi tra fine giugno e luglio: da Franco Battiato a Stefano Bollani, da Tom Odell a Charlie Musselwhite». Aggiunge Giulia Cogoli, direttrice di Dialoghi sull’uomo, la rassegna che da otto anni porta in piazza l’antropologia: «La Capitale ha senso se non si promuovono azioni calate dall’alto. Le nostre 20mila presenze dicono che una manifestazione come questa può offrire strumenti per affrontare meglio la realtà e favorire l’incontro in un’epoca di solitudine. Caso mai dovremmo chiederci perché soltanto i festival hanno queste capacità».


Nell’ex Granducato bisogna fare i conti con il sarcasmo. «Ancora c’è chi si domanda per quali arcano motivi Pistoia sia riuscita a conquistare questo riconoscimento – spiega Mauro Banchini, firma del settimanale delle diocesi toscane Toscana Oggi –. Nell’agenda non si notano particolari novità. E in queste settimane la città pensa a ben altro rispetto alla Capitale della cultura. Siamo in piena campagna elettorale per le amministrative. A giugno si vota. E tutti vogliono sapere se assisteremo a un ribaltone politico». Fra concerti di musica da camera, esibizioni dell’orchestra cittadina “Leonore”, Vespri d’organo, festeggiamenti per san Jacopo, laboratori per i bambini, convegni sul paesaggio, la città rende omaggio anche a due suoi figli illustri dell’ultimo secolo: l’architetto Giovanni Michelucci e l’eclettico artista Marino Marini. Dal 16 settembre è in programma la mostra sullo scultore dei “cavalli e cavalieri” dal titolo Passioni visive che poi andrà al Guggenheim di Venezia. «È stata la vedova di Marino Marini a lasciare qui il suo patrimonio artistico», sottolinea Maria Teresa Tosi, direttrice dell’omonima fondazione che gestisce il museo ricavato fra l’ex cappella e l’ex convento del Tau riempiti di opere di Marini. «In fondo – prosegue – lui è rimasto legato nel profondo alla sua terra dove, diceva, “bisogna spesso tornarci perché è l’architettura di noi stessi, dell’anima”. E il simbolo di Pistoia è il suo Miracolo, la scultura che dà il benvenuto a chi entra nel Palazzo comunale.


Ma la sfida è fare conoscere Marino anche come pittore e ritrattista». Proprio il municipio ospita il Centro di documentazione Michelucci e adesso una mostra sul “maestro” che progettò la stazione di Firenze Santa Maria Novella o la chiesa dell’Autosole. Due bambini giocano con i modellini esposti. «Che belli», dicono alle mamme. «Michelucci mostra un marchio di fabbrica dei pistoiesi: quello di “fare bene le cose” – riflette il presidente della fondazione a lui dedicata, Giancarlo Paba –. E con le sue architetture manda un messaggio di straordinaria attualità: la città deve essere accogliente, inclusiva, aperta ai popoli, in grado di combattere l’emarginazione». Sembra di sentire i moniti di papa Francesco, anticipati dalle intuizioni di un “disegnatore di città” a misura d’uomo. Come la Toscana (con Pistoia) mostra.



Il programma: mesi di impegni fra arte, musica, scrittura e ambiente


Arte, scrittura, persino ambiente. Il programma di Pistoia Capitale della cultura è ad ampio raggio. Dall’8 luglio torna in città il gruppo scultoreo della Visitazione di Luca della Robbia che sarà esposto nella chiesa di San Leone. Poi l’omaggio a Ippolito Desideri, il gesuita pistoiese “profeta” del dialogo interreligioso in Asia al centro di una mostra dal 7 ottobre. La parola in primo piano con la rassegna La città che scrive dedicata ai testi “nati” qui, come quelli di Cino da Pistoia, Tiziano Terzani e Francesco Guccini. Il 5 luglio il Maggio Musicale Fiorentino sarà di nuovo in città con il concerto in piazza del Duomo diretto da Fabio Luisi (in cartellone la Seconda di Mahler). Il 25 luglio, festa di san Jacopo, sarà scandito da celebrazioni e corteo medievale. Variegata la stagione sinfonica “Promusica” e di musica da camera. Il verde sarà protagonista dall’11 luglio con la manifestazione Vestire il paesaggio.


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