Agorà

IL CASO. Verlaine: niente lavoro di domenica

Bianca Garavelli mercoledì 3 aprile 2013
In effetti, per Paul Verlaine vivere controcorrente doveva essere una vocazione naturale. Lo era stata in gioventù, quando aveva dato vita alla stagione della "poesia maledetta", vivendo la trasgressiva relazione con Arthur Rimbaud, per il quale aveva abbandonato la moglie e il figlio. E lo fu ancora, paradossalmente, dopo la conclusione drammatica di questa stessa relazione, simbolica di una vita contro le regole morali, che segnò per lui anche la fine di un’epoca, e di una modalità di pensiero. Paradossalmente perché, dopo aver recuperato un equilibrio personale, soprattutto attraverso la fede, il poeta non riuscì a ritrovare il ruolo di maestro di pensiero che aveva in qualche modo ricoperto in precedenza, con i suoi testi poetici divenuti modello del simbolismo.Nella Francia sconvolta dall’esperienza della Comune di Parigi, delle barricate e del passaggio definitivo dalla monarchia alla repubblica, il ritorno ai valori da lui perseguito e difeso non era una strada facile, e la sua stessa posizione non fu capita dagli addetti ai lavori del suo tempo. Ecco la ragione per cui il breve ma denso e labirintico libro, Viaggio in Francia di un francese, un po’ saggio, un po’ confessione personale, scritto tra il 1880 e il 1881, contemporaneamente al libro poetico Sagesse, non andò in stampa finché l’autore fu in vita, e fu pubblicato postumo a undici anni dalla sua scomparsa, nel 1907. Il ritorno all’ordine, dunque, diventa trasgressione, in una società i cui valori sono ormai lettera morta. Forse proprio perché Verlaine si rivela animato da una fede autentica, profonda, che non viene compresa, tanto è diventata la colonna vertebrale di un uomo fino a poco prima distrutto. Dunque, è una vera e propria scoperta per noi lettori italiani questo libro noto finora solo in Francia, per la prima volta tradotto integralmente (Viaggio in Francia di un francese, Medusa, pagg. 80, Euro 11,00, traduzione di Luana Salvarani): la scoperta di un Verlaine profondamente rinnovato dalla fede, anzi deciso a difenderne i benefici, di cui è diretto testimone, contro ogni possibile attacco del presente. Proprio come un severo «Giovenale cristiano», paragone che gli attribuisce il curatore francese del libro nell’edizione della Pléiade, Jacques Borel. O come una sorta di nuovo mistico, ispirato da una Musa d’eccezione: la Francia «monarchica e cattolica di Luigi IX e di Giovanna d’Arco», come osserva acutamente Giancarlo Pontiggia nella sua elegante prefazione.Leggendo queste pagine, infatti, scopriamo che gli scenari degni di nota di questo "viaggio in Francia" riguardano soprattutto la storia del paese: la fine dell’identità fra senso dello stato e fede dopo i sovrani merovingi, la perdita di importanza dell’Ordine dei Gesuiti, la "presa di potere" del giansenismo, descritto come una dannosa deformazione del cattolicesimo, la Rivoluzione francese, da lui definita «abominevole». Il rito della Messa è raccontato come una gioia, una cura spirituale: «benedizione per l’anima, santificazione e nobile delizia dei sensi», come testimoniano gli occhi di chi esce dalla chiesa, in quanto «brillano più calmi e più profondi». L’osservanza della preghiera domenicale è anche l’incentivo al riunirsi finalmente sereno delle famiglie, che riposando in Dio cementano il loro legame e sciolgono almeno in parte la dura prigionia del lavoro, il più delle volte disumano. Nel dibattito odierno sul lavoro domenicale Verlaine sarebbe stato un sostenitore assoluto del riposo: non potrebbe essere altrimenti, visto che qui deplora «quegli operai senza Dio, che una spaventosa abitudine all’indifferenza spinge al lavoro proibito», mentre piange «la loro ignoranza di cosa sia la domenica». Per lo stesso motivo, non riesce a stimare certi suoi colleghi, gli scrittori naturalisti, pur riconoscendone il talento, specialmente a Flaubert. Mentre ammira senza condizioni soprattutto due autori, a cui rivolge il suo saluto, per lo «spirito gallico», ma anche per il loro «eroico cattolicesimo che brucia e fiammeggia»: Paul Feval e Barbey d’Aurevilly. Il culmine del libro è il capitolo dedicato al figlio Georges: proprio quel figlio che aveva un tempo abbandonato. Verlaine ora trema al pensiero che diventi soldato, perché combatterebbe per una democrazia che in realtà è «l’Invidia che ci governa». Viene in mente, leggendo questi passi, l’entusiasmo con cui Christine de Pizan, scrittrice italo-francese vissuta fra Trecento e Quattrocento, inneggia nel suo ultimo poemetto all’impresa di liberazione di Giovanna d’Arco, che salva la patria dal male incarnato dai corrotti inglesi. Là gli inglesi, qui la blasfemia di una democrazia anticristiana: in entrambi i casi, la motivazione a difendere la Francia viene dalla fede. E la certezza rassicurante di questo padre nuovamente preoccupato per il figlio è che sia «cattolico praticante» e sappia destreggiarsi tra gli astuti raggiri del Diavolo, ribellandosi se necessario a eventuali ordini «sacrileghi» contro il re e i suoi fedeli. ​