Agorà

INTERVISTA. Verdone: «I miei padri separati raccontati col sorriso»

Luca Pellegrini lunedì 5 dicembre 2011

Anche per Carlo Verdone il Paradiso può attendere. Sembra, infatti, che lassù ci siano soltanto posti in piedi e non sedersi per l’eternità può diventare piuttosto scomodo. La riflessione "escatologica" del comico italiano nasce dal titolo del suo nuovo film, Posti in piedi in Paradiso, prodotto da Luigi e Aurelio De Laurentiis, in sala dal 24 febbraio. Prende spunto da una amara battuta di Fulvio, interpretato da Pierfrancesco Favino.«Il mondo è pieno di poveri Cristi – spiega Verdone, con tono serio – come i miei tre personaggi, padri separati che convivono nelle avversità. Sono talmente sfortunati, affranti dai colpi del destino e della vita, dalla povertà, dalla difficoltà del rapporto coi figli, che alla fine tutto sommato in Paradiso ci andranno anche, ma col rischio di trovare, come dice appunto Fulvio, tutti i posti a sedere già occupati».

Perché ha deciso di fare un film sulle difficoltà di vita dei padri separati? È un fenomeno esploso con la crisi economica mondiale e nel nostro paese se ne è cominciato a parlare non più di tre anni fa. Però io non ho voluto prendere le parti e le difese di nessuno, tanto meno fare un film pro-mariti contro le mogli, pro-maschi contro le donne oppure polemizzare coi tribunali. Non è stato facile scrivere la sceneggiatura, che ha coinvolto anche Pasquale Plastino e Maruska Albertazzi: ci sono voluti molta abilità, tatto e senso dell’equilibrio per far diventare un argomento così drammatico una commedia brillante. Domenico, interpretato da Marco Giallini, s’è indebitato al gioco, è andato in galera per un anno, fa il gigolò per sopravvivere e gli prende pure un accidente; Fulvio scrive di gossip, ha tradito anche lui la moglie che lo ha cacciato di casa. Ulisse, il mio personaggio, forse il meno colpevole, pian piano sprofonda, perdendo la famiglia, il benessere. Ha un negozio di dischi in vinile, sopravvive a stento. Lì dentro ci sono io, con le mie malinconie, la mia nostalgia per gli anni ’60 e la musica di quel decennio.In aiuto di questi padri nel film accorrono i figli: non è così scontato.Ho voluto rappresentare l’importanza che hanno i figli nella loro vita, nonostante i rapporti siano molto tormentati. Aiuteranno in qualche modo i padri a essere migliori. Il film, nel suo finale, è un’invocazione alla speranza nel futuro, riposta nelle nuove generazioni.Nei suoi film lei è spesso vicino ai giovani.Oggi i ragazzi sono molto più intelligenti di quello che eravamo noi. Non li dobbiamo considerare come un’orda impazzita, essere giovani non è soltanto un ammasso di bottiglie a Campo de’ Fiori. C’è in loro molta confusione, paura per l’avvenire, però io che giro per licei e università imparo tanto da loro, sono maturi e con le idee chiare e mi piange il cuore quando poi devo constatare che devono approcciarsi a una vita lavorativa e di famiglia che riserva grandi incognite.Ma cosa può fare per loro un film?Con i miei ho sempre dato loro una carezza e, alla fine, li ho sempre perdonati nei loro vizi. Tutti i miei personaggi mi fanno una gran pena e tenerezza, li trovo sguarniti, vittime di un brutto periodo privo di valori. Al contrario, ci sono delle categorie – gran parte dei politici e degli industriali – che mi danno veramente fastidio, pensano soltanto al loro profitto personale e non al bene della società.Quale ricordo sopravvive in lei del sacerdote di «Io loro e Lara»?Don Carlo è stato una grande sorpresa, mi ha portato a essere considerato con attenzione da un mondo che non conoscevo. Forse perché si è sentita la mia sincerità e non la furbizia di chi pensava: «ho fatto tutto, mi manca soltanto il prete serio». No, io quel film l’ho fatto perché vivo realmente i problemi di quel sacerdote.Lo sa che il cinema in Italia in autunno è andato piuttosto male?Le commedie non affrontano più temi importanti, scivolano sulla pelle. Il pubblico è disabituato a seguire una storia organica, a essere paziente, tutto diventa divertimento e battute. Alcuni critici hanno fatto un parallelo tra i personaggi dei Soliti idioti e quelli che io ho interpretato all’inizio della mia carriera. Ma siamo impazziti? I miei facevano ridere per le stupidaggini che dicevano o per come si vestivano, ma dentro di loro c’era sempre un’anima tragica, una solitudine spaventosa.Gli italiani mi sembra le abbiamo dimostrato di apprezzare il suo modo di fare cinema.Mi fa piacere perché significa che hanno percepito che io non ho barato e sono sempre stato sincero nel fare questo lavoro. Ho sempre raccontato il mio Paese con onestà, come un pedinatore di italiani, con i loro vizi, le loro fragilità, le loro debolezze. Sono trentaquattro anni che dedico la mia vita al cinema. Tant’è che l’altro giorno mi sono detto: comincio proprio a sentire il bisogno di prendermi degli spazi per me. E presto lo farò.