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Arte. Ravasi: ecco il tema del padiglione vaticano alla Biennale

Gianfranco Ravasi domenica 5 aprile 2015
Anticipiamo in questa pagina parte del testo che il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ha scritto per presentare il tema «In Principio... la Parola si fece carne», scelto per il Padiglione Vaticano alla prossima Biennale d’arte di Venezia, che inaugura il 9 maggio e si protrarrà fino al 22 novembre. I nomi dei tre artisti scelti per questa edizione (la seconda, dopo quella del 2013, cui vennero invitati Josef Koudelka, Studio Azzurro e Lawrence Carroll), saranno resi noti durante la conferenza stampa che si terrà giovedì prossimo, 9 aprile, nella sala stampa della Santa Sede. La scelta degli artisti inviati al Padiglione Vaticano, è stata affidata a Micol Forti, studiosa d’arte moderna e contemporanea e responsabile, dal 2000, della Collezione d’Arte Contemporanea dei Musei Vaticani. Dal 2011 la Forti è stata anche nominata consultore del Pontificio Consiglio della Cultura.Era il 1982 e il critico letterario canadese Northrop Frye pubblicava il saggio Il Grande Codice che Einaudi traduceva in italiano nel 1986: la formula “grande codice” era stata coniata, però, quasi due secoli prima da quell’originale ed eclettico personaggio inglese che era stato il pittore, poeta e incisore William Blake. Egli aveva spesso usato come metatesto per le sue creazioni proprio la Bibbia, il supremo “codice” iconografico e letterario adottato per secoli dagli artisti occidentali. Partecipando per la prima volta alla Biennale d’Arte di Venezia nel 2013, la Santa Sede ha idealmente voluto rinverdire questo legame che si era infranto nel secolo scorso, generando un divorzio infecondo tra la ricerca artistica e quel “lessico” simbolico, narrativo e tematico che erano le Sacre Scritture ebraico-cristiane (e questa definizione era, invece, dello scrittore francese Paul Claudel). Nell’edizione del 2013 si era voluto proporre a tre diversi artisti come spunto libero per le loro creazioni l’incipit assoluto di quel testo sacro, i primi undici capitoli della Genesi che mettono in scena la creazione, la de-creazione (il peccato e il diluvio universale), la ri-creazione con l’entrata in scena di una nuova umanità, di una nuova storia e della salvezza. Ebbene, quell’avvio radicale dell’essere e dell’esistere nella Bibbia era affidato a un evento “sonoro” trascendente, alla Parola divina: «In principio Dio disse: Sia la luce! E la luce fu» (1,1.3). Ora, in questa nuova presenza della Chiesa cattolica alla Biennale, si è pensato di suggerire ad altri tre artisti come germe per la loro creatività libera un altro incipit, parallelo a quello della Genesi.  Esso scandisce l’inizio ideale del Nuovo Testamento in quel capolavoro unico che è il prologo del Vangelo di Giovanni. «In principio era il Lógos, il Verbo... Il Lógos era Dio. Egli era in principio presso Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di lui...» (1,1-3). C’è, dunque, un bere’shît, un “in principio” (in ebraico) del Primo Testamento, e un en archê, un “in principio” (in greco) del Nuovo Testamento: in entrambi i casi si tratta di un inizio trascendente, cosmico e storico nel quale Dio squarcia il silenzio del nulla e dà origine all’essere. È ciò che Michelangelo ha rappresentato in modo mirabile nella volta della Sistina, così come per secoli, prima e dopo di lui, ha fatto una legione di artisti, non solo col pennello ma anche con altre arti. Si pensi solo a quel capolavoro musicale che è Die Schöpfung, La Creazione di Haydn con la sua prodigiosa generazione di un celestiale e solare Do maggiore che esce dal caos di una modulazione sonora commista e confusa. Così, dopo le pagine iniziali della Genesi, si è voluto ora presentare alla lettura, all’ascolto e all’emozione degli artisti proprio le righe sacre che aprono un Vangelo straordinario com’è quello di Giovanni, «il fiore di tutta la Scrittura, il cui senso profondo e riposto nessuno potrà mai pienamente cogliere», come affermava nel III secolo uno dei primi scrittori cristiani, Origene di Alessandria d’Egitto. Arduo è già tradurre letteralmente quel termine Lógos iniziale. Ne sapeva qualcosa il Faust di Goethe quando cercava di renderne le varie iridescenze semantiche col lessico tedesco: certo, è Wort, “parola”, ma è anche Kraft, “potenza” efficace e creatrice; è pure Sinn perché quella Parola dà “significato” alle realtà cosmiche e alle vicende storiche, ed è, infine Tat, “atto”, evento pieno e perfetto. Infatti nella filigrana del Lógos greco scorre allusivamente l’ebraico dabar, vocabolo che designa contemporaneamente nella lingua della Bibbia la “parola” e l’“atto”. Nello svolgersi di quell’inno di apertura del quarto Vangelo c’è, però, un ulteriore versetto che suona così: «Il Lógos/ Verbo divenne carne» (1,14). L’assioma è paradossale per la cultura greca che vedeva un’incompatibilità tra trascendenza e immanenza, tra spirito e corpo, appunto tra il Lógos infinito, eterno, puro e perfetto, e la sárx, la carnalità fragile, caduca, limitata, mortale. Eppure questo incrocio “scandaloso” è alla base della teologia cristiana, il cui cuore è appunto in quella che viene definita come l’“incarnazione”, la sárkosis nel greco primordiale dei primi autori cristiani. Lo sconcerto di una simile visione, che unisce strettamente divinità e umanità in Gesù Cristo, che vincola assoluto e contingente, eterno e temporale, infinito e spazio, sarà alla base delle prime “eresie” cristiane: la cosiddetta “gnosi” rigetterà una simile contaminazione, esaltando l’esclusiva spiritualità del Lógos divino contro ogni commistione con l’esistenza “carnale” umana. Eppure è proprio da questo incontro che nasce l’arte cristiana: contro ogni iconoclasmo, che considerava idolatrica la rappresentazione di Dio, si celebra l’“icona”, l’immagine cristologica in cui il volto umano diventa teofanico, cioè epifania del mistero divino. Per usare un’espressione dello scrittore francese Charles Péguy, nel cristianesimo «anche il soprannaturale è carnale» da quando il Figlio di Dio diventa l’uomo Gesù che è pure  «frutto di un ventre carnale» (così nella sua opera Eva del 1913). Ma c’è un corollario fondamentale all’“incarnazione” del Verbo. Il Lógos, infatti, è di sua natura eterno e infinito e, perciò, innestandosi nel temporale e nel finito lo irradia radicalmente, strutturalmente e permanentemente. È per questo che ogni “carne” umana reca in sé un bagliore di divino, ogni viso umano è un riflesso del volto divino. In questa linea si comprende perché Cristo stesso dichiari la sua presenza anche dietro il profilo più miserabile di un affamato, di un assetato, di uno straniero, di un ignudo, di un malato, di un carcerato, tanto da affermare: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (si veda Mt 25,31-46). Si è, allora, deciso di proporre agli artisti del Padiglione della Santa Sede della Biennale 2015 anche un’altra pagina di straordinaria intensità umana e fragranza spirituale, una delle almeno 35 parabole di Gesù offerte dai Vangeli. È, forse, la migliore interpretazione narrativa dell’asserto «il Lógos/ Verbo divenne carne». L’“incarnazione” piena è da cercare nella celebre parabola detta del “Buon Samaritano”.