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Intervista. Venditti: «Il rugby è come una missione. Dà ai giovani mete da raggiungere»

Antonio Giuliano mercoledì 7 giugno 2017

Giovanbattista Venditti, 27 anni, in azione con la maglia azzurra

Lo chiamano “Gran Sasso”. In omaggio certo alle sue origini abruzzesi, ma anche per il suo carattere e il suo fisico massiccio: una montagna di muscoli, 110 chilogrammi per 187 centimetri di altezza. Il vigore però che anima il rugbista Giovanbattista Venditti è tutto racchiuso in un versetto biblico, il suo preferito: «Filippesi 4,13: “Tutto posso in Colui che mi dà la forza”, dice san Paolo». Ala della Nazionale e delle Zebre Rugby di Parma, prima di essere uno sportivo affermato, Venditti è innanzitutto marito e padre di due bambini. Nato ad Avezzano (L’Aquila), a 27 anni può già vantare dei trascorsi importanti nel massimo campionato inglese con i Newcastle Falcons («esperienza bellissima») e nel supercampionato del Pro 12 (con club scozzesi, gallesi e irlandesi), il torneo europeo nel quale giocano oggi anche le sue Zebre (la squadra della Federazione è l’unico club italiano insieme con la Benetton Treviso). Dal 2012 è anche pilastro dell’Italia che cerca il riscatto dopo l’ultimo Sei Nazioni chiuso con zero vittorie.

L’ennesimo “cucchiaio di legno” ha suscitato una campagna contro la partecipazione dell’Italia, ritenuta non all’altezza di questa competizione.

«Io penso invece che abbiamo spesso dimostrato di poterci stare. La Francia ci ha messo cinquant’anni per vincerlo… Ci meritiamo ancora un po’di tempo, anche se qualche altra nazione storce il naso. Ci sono squadre storicamente più forti di noi. Ben venga quindi un torneo come il Pro 12 perché ci fa crescere a livello internazionale, anche se alle Zebre ci sono grossi problemi di organizzazione fuori dal campo».

Non ci stiamo abituando troppo alle sconfitte?

«Assolutamente no. A nessuno piace perdere e non facciamo il Sei Nazioni solo per partecipare. C’è tanta voglia di rivalsa dopo l’ultima edizione e non vediamo l’ora di metterla in campo. Chi ha giocato a rugby sa bene che in molte partite non possiamo dare di più. I “profani” invece sparano a zero. Ma conta poco. Abbiamo i tifosi migliori del mondo perché continuano a sostenerci. E poi il movimento cresce, lo dicono i numeri: gli adulti introducono i bambini a questo sport e se ne innamorano per sempre».

Anche per lei è stato un colpo di fulmine?

«Sì a nove anni. Praticavo diversi sport ma alcuni miei compagni di classe della mia città mi portarono nella squadra di rugby e me ne innamorai di colpo. Ricordo ancora il primo allenamento. Sono sempre stato un bambino dalle batterie illimitate, non stavo mai fermo, e il rugby mi permetteva di sfogarmi. Si crea una comunità e un senso di appartenenza anche nelle serie minori e nelle giovanili che non vedo in altri sport».

C’è però una meta più alta nella sua vita...

«La fede, che ho ricevuto dai miei genitori. Il rugby è parte di me, ma rimane passione e divertimento, le cose serie nella vita sono altre e la fede è una di queste. Ho sempre frequentato la chiesa, ma un amico mi fece scoprire il Cammino Neocatecumenale: all’inizio non volevo saperne, mi sembrava andasse già bene la Messa la domenica. Poi però ho cominciato a frequentarlo ed è stata una svolta. Lì ho conosciuto anche la ragazza che è diventata mia moglie».

Perché quest’esperienza è stata così decisiva?

«Il Cammino ti aiuta a non perdere il focus su dove stai andando. Nulla di strano, in fondo è prendere la vita sul modello dei primi cristiani. Con mia moglie sono sei anni che lo seguiamo, avevamo trovato una comunità anche in Inghilterra. Per noi è di grande sostegno. Oggi i matrimoni durano poco perché la gente non è capace di fare sacrifici l’uno per l’altro».

Una missione anche in campo.

«Per me non c’è nessuna differenza nel vivere la fede con la mia famiglia o i miei compagni di squadra: credere abbraccia tutto quello che faccio. E non mi vergogno di niente. Se qualcuno si vergogna di qualcosa vuol dire che sa già che sta sbagliando. Il rugby poi è una bella metafora di quella che è la vita…».

Perché?

«Senza una meta, la vita non avrebbe senso. Se una persona non si impegna in qualcosa, vuol dire che sta sprecando il tempo che ci è stato dato. Poi la soddisfazione che ti dà il raggiungimento di un obiettivo attraverso i propri sacrifici è qualcosa di ineguagliabile ».

La laurea è uno di questi?

«Sì, sono riuscito a laurearmi in Scienze dell’alimentazione al San Raffaele di Roma. Non è stato facile perché non volevo metterci dieci anni e non volevo sottrarre tempo alla mia famiglia. Così per studiare mi rimaneva la mattina presto prima degli allenamenti o la sera dopo aver messo a letto i bambini. A loro ho dedicato la mia tesi, anche se adesso sono piccoli (il grande ha sei anni, la piccolina quasi due) e non hanno idea di quel che papà sta facendo: sanno soltanto che purtroppo a volte scompare per molto tempo…».

Come mai ha scelto quella facoltà?

«Mi piace sempre andare fino in fondo alle cose. L’alimentazione per uno sportivo è fondamentale e volevo farmi un’idea mia su quel che veramente mangiavo. Vado pazzo per il Parmigiano ma il mio piatto preferito rimangono le bistecche di tonno scottate con mandorle e pistacchi ».

Il cibo non è la sua unica passione.

«Mi piace il cinema, film come Invictus fanno capire quanto il rugby possa far la differenza anche nella storia di un Paese come in Sudafrica. Poi certo mi diverte sempre Bud Spencer, bellissimo Lo chiamavano Bulldozer…».

C’è il rugby anche nel futuro di suo figlio?

«Sceglierà lui, a me preme che i miei figli abbiano princìpi giusti e si impegnino in qualcosa. Il rugby, ma lo sport in generale, aiuta molto, perché ti insegna che non ci sono scorciatoie. Adesso i genitori sono sempre accondiscendenti e si perde il gusto di sudarti i premi. Non è facile educare, ma sono molto fortunato ad avere al mio fianco una moglie incredibile. Senza di lei sarebbe stato impossibile fare quel che ho fatto. È lei che mi aiuta ad essere ogni giorno un marito e un padre migliore».