Agorà

INTERVISTA. Il sindaco pescatore che sfidò il malaffare

Fulvio Fulvi venerdì 2 settembre 2011
«Chi è stato una vita per mare non può avere paura degli uomini» diceva Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” di Pollica, in provincia di Salerno, a chi gli chiedeva più moderazione nel suo impegno amministrativo nella turbolenta Campania, terra di camorra. Vassallo fu ucciso proprio un anno fa, il 5 settembre, da un sicario rimasto ancora senza volto, freddato da sette colpi di pistola sparati a bruciapelo in un agguato, al buio, lungo una stretta strada in salita. Volevano che smettesse di voler bene alla gente. Il 24 agosto, poco prima di essere ucciso, Vassallo sfidò apertamente un manipolo di spacciatori che infestavano la zona del porto piena di villeggianti. Stava passeggiando con la moglie Angelina quando venne avvicinato da alcuni turisti che gli chiesero di «fare qualcosa» contro questo “traffico di morte”. E lui si mosse subito. Accompagnato da due vigilesse si recò sul molo per cercare di acciuffare i pusher che però riuscirono a dileguarsi. Tutti meno uno. Il sindaco lo affrontò prima che anche questo riuscisse a scappare: «Tu qua non devi più venire, hai capito?». La perlustrazione proseguì nei locali della zona. E per il sindaco vi furono insulti e sberleffi. Dodici giorni dopo, il primo cittadino di Pollica venne ammazzato. Perché? Fu per questo episodio, o per la sua battaglia contro la cementificazione del paese? Nei mesi precedenti aveva sporto denuncia per una questione di appalti poco chiari, e inoltre, durante i suoi 15 anni di mandato, mise mano alla raccolta dei rifiuti urbani sottraendola dall’influenza della malavita organizzata. Insomma, Angelo Vassallo era un uomo coraggioso. «Ma il suo coraggio era frutto di un’intelligenza al di sopra del normale» commenta uno dei cinque fratelli di questo “eroe del Sud”, Dario, un dermatologo che con il suocero Nello Governato (ex calciatore di serie A e giornalista) ha scritto un grande ritratto amoroso di Angelo: si intitola Il sindaco pescatore (Mondadori, 138 pagine, 17 euro) che esce oggi in libreria con la prefazione di Riccardo Iacona. Perché un libro su suo fratello?«Per vincere il mio dolore, ma anche per dare speranza alla gente che chiede di conoscere questo cristiano riuscito a realizzare tante cose in nome del bene comune. È stata una sofferenza immane, per noi, ripercorrere la sua vita: ogni pagina un pianto».Ma cosa ha fatto Angelo Vassallo per essere assassinato?«In quattro anni di presidenza della Comunità montana di Monte Stella, per esempio, ha portato il bilancio da un deficit di 600 milioni di lire a un attivo di un miliardo, salvando 150 posti di lavoro. Dipendenti che adesso rischiano di essere licenziati. Ha creato un modello di sviluppo basato sulla qualità della vita, sul rispetto della natura con la raccolta differenziata del 75% dei rifiuti prodotti dal Comune, sui cibi genuini della dieta mediterranea e sull’accoglienza della persona: un vero sistema economico che poggia su quello che Dio ci ha donato. Su questo modello l’Università Bocconi di Milano ha istituito una borsa di studio. Pensi che i cinesi lo hanno “copiato” cercando di “riprodurre” il Cilento in 47 chilometri quadrati dentro la Grande Muraglia con investimenti pari a 10 milioni di euro... mentre molti amministratori, in Italia, non lo hanno ancora capito. Insomma, Angelo dava fastidio perché rompeva con la sua attività e onestà, un sistema di potere organizzato per non fare nulla».Che rapporto aveva il sindaco Angelo Vassallo con i cittadini?«La politica oggi è in grave crisi proprio perché lontana dalle persone e dalle loro reali esigenze. Basti pensare alla legge elettorale. Angelo da sindaco era capace di risolvere i problemi con piccoli gesti, anche per inculcare il senso dello Stato nei cittadini...».Per esempio? Può raccontarci un episodio?«Una mattina si presenta in Comune un vecchio che farfugliando ripete: “Glu glu glu, il portafoglio non c’è più!”. Sembrava una frase scherzosa, sibillina. Angelo lo fa sedere, gli fa portare un bicchiere d’acqua e lo fa calmare, finché l’uomo non riesce a spiegarsi: il portafoglio con tutti i soldi della sua pensione gli è caduto nel water e da lì, forse, è finito nella fogna. Allora mio fratello prende pala e piccone, va a casa del pensionato, rompe un paio di metri di fognatura finché non ritrova il portafoglio e glielo restituisce. Ecco, Angelo era un tipo così. Amava le persone, e gli animali. Tanto che un giorno lasciò una seduta incandescente della Comunità montana in cui stava per essere sfiduciato, per andare a salvare un cane ferito per sbaglio da un cacciatore. Lo salvò e se lo portò a casa, battezzandolo “Sfiducia”...».È vero che suo fratello da ragazzo rimase talmente affascinato dalla Chiesa cattolica che avrebbe voluto farsi prete?«Gli piaceva la figura di san Francesco, da piccolo diceva che voleva diventare frate. Anche quando era sindaco, frequentava il convento di Baronissi. Inoltre, il 4 ottobre, anniversario del suo matrimonio con Angelina, andava sempre ad Assisi. Era molto amico di un cappuccino di Pollica, padre Adolfo». A che punto sono, a un anno di distanza, le indagini per scoprire mandanti e killer del delitto?«I giudici che seguono il caso sono brave persone e sanno fare il loro mestiere. Lasciamoli lavorare. Ma a me sembra tutto “sottosopra”. Siamo ancora lontanissimi da una soluzione. Per me è dura. Ho fame di una verità totale, sono mosso da rabbia e anche da un rifiuto della realtà. Mi angoscia soprattutto il fatto che non vedrò più Angelo, che non potrò abbracciarlo né scherzare con lui...».