Agorà

L'intervista. Ancora Valeri in sella a Spoleto

Fulvio Fulvi mercoledì 25 giugno 2014
Ironica e garbata nel raccontare, sa essere deliziosa nei toni anche quando graffia. Sintesi perfetta e raffinata tra Signorina snob, Cesira la manicure e "sora Cecioni", le maschere borghesi e popolane inventate per la tv negli anni ’60, Franca Valeri (ne compie 94 il 31 luglio prossimo), prosegue la sua battaglia con lo spirito di una ragazza che non s’arrende mai. «L’Italia è agonizzante e sembra che a nessuno interessi veramente la cultura, i governanti continuano a considerarla un oggetto con cui dilettarsi inutilmente. Chissà cosa farà Matteo Renzi, adesso... Sa, in altri Stati, come la Francia, la cultura è tenuta preziosa e si produce... da noi invece solo il teatro cerca di tenerla viva... e per fortuna la gente ci va, a teatro. I musei? Sì, certo, ma la cultura è figlia dei musei e deve vivere». Già il teatro. L’attrice e autrice milanese sta giusto partendo per Spoleto dove sabato debutterà al Festival dei Due Mondi con il suo Il cambio dei cavalli, una «commedia di parole», ironica e sferzante, un «tentativo sfacciato», dice lei, di far dialogare tre età: quella dei «vecchi» che hanno passato la guerra e sanno ancora gestire i loro rapporti con concretezza e passionalità, quella dei quarantenni in crisi esistenziale e la generazione dei più giovani «che pare spacciata e spreca i propri sentimenti comportandosi spesso con superficialità». Il titolo è un modo «antico» per dire... «facciamo benzina». Sul palco con la Valeri saliranno Urbano Barberini e Alice Torriani, la regia è di Giuseppe Marini. Il teatro allora può farci risollevare dalla crisi? «Sì, ma solo se non ci si serve dei classici, spesso però per rovinarli... Non hanno bisogno di revisioni, basta conoscerli e trarci ispirazione. Bisogna far venir fuori il nuovo». Lei ha cominciato a calcare il palcoscenico con Giovanni Testori più di 50 anni fa... «È stato il primo rapporto diretto con un autore. Eravamo entrambi giovanissimi, io ancora sconosciuta e lui con i riccioli che quasi gli coprivano quegli splendidi occhi azzurri... Con Giovanni feci Caterina di Dio e poi, nel 1960, al Piccolo di Milano, La Maria Brasca che Testori scrisse proprio pensando a me: la regia era di Mario Missiroli, un altro grande al quale ero molto attaccata. Con Testori c’è stata un’amicizia intensa poi, però, ognuno ha fatto la sua strada. L’essere profondamente cattolico concedeva ai suoi testi un senso di umanità che talvolta spiazzava». Lei ha scritto commedie per il teatro e testi per la radio e la televisione, ha fatto la regista di opere liriche. E il cinema? «Pochi sanno, forse, che ho sceneggiato due film, Il segno di Venere diretto da Dino Risi e Parigi o cara, per la regia di mio marito Vittorio Caprioli. In quest’ultimo non figuro ufficialmente, ma ci ho messo le mani... eccome! Rubammo il titolo alla raccolta di racconti di Alberto Arbasino, ma solo il titolo perché la storia non c’entra nulla. A lui comunque chiedemmo il permesso. Mi disse: "Certo, fai pure, Franca"». Che ricordo ha di Alberto Sordi, a fianco del quale ha interpretato sei film, tutti di grande successo? «Era il mio alter ego ideale sul set. Un grande professionista: era facile e bello collaborare con lui! Fuori dalle scene però non ci frequentavamo. Non era un tipo facile alle amicizie». Con quali artisti lei ha legato di più anche nella vita privata? «Io ero amica di tutti ma ricordo in particolare le cene alle quali partecipava Giuseppe Patroni Griffi. Mie grandi amiche sono state l’attrice Nora Ricci e Silvana Ottieri, compagna di liceo a Milano, la nipote dell’editore Valentino Bompiani. Fu lei che, leggendo un libro del poeta Paul Valery, mi suggerì di adottare lo pseudonimo di Valeri (il suo vero cognome, infatti, è Norsa, ndr).