Agorà

Intervista. Il tango jazz di Ute Lemper

Andrea Pedrinelli domenica 31 luglio 2016
Attrice su più fronti, cantante dalle svariate sfumature e finanche ballerina, l’artista tedesca Ute Lemper, classe 1963, è davvero portabandiera dell’arte dello spettacolo a trecentosessanta gradi e soprattutto intesa come cultura: come accaduto nel tempo solo alla sua conterranea Marlene Dietrich, alla francese Edith Piaf e alla nostra Milva. Con Milva peraltro la Lemper ha pure lavorato, in un importante allestimento della brechtiana Opera da tre soldi inciso su storico album della Decca. E del resto l’Italia è una delle mete artistiche preferite di questa signora ormai metà parigina e metà newyorchese che nel curriculum vanta un Laurence Oliver Award per Chicagoe un Premio Molière per Cabaret, sfide teatral-musicali che vanno dalle canzoni dei deportati nei lager al jazz, film quali Prêt-à-porter di Altman e quadri esposti in numerose gallerie: perché è anche pittrice, senza contare la sua ventina di dischi spazianti fra Michael Nyman e le canzoni scritte per lei da Elvis Costello o Philip Glass.Dunque non c’è da stupirsi se anche il progetto più recente di Ute Lemper, Last tango in Berlin, sorta di “meglio di” impaginato però in modo alto e con forti significati contenutistici, fa tappa nel nostro Paese: solo martedì prossimo, alle 21.30 a Palazzo Trecchi di Cremona, all’interno del Festival AcqueDotte. A Cremona Ute Lemper, accompagnata dall’essenzialità del piano di Vana Gierig e del contrabbasso di Romain Lecuyer (aggiunto in omaggio alla tradizione di liuteria della città del Torrazzo), viaggerà fra interpretazione e improvvisazione, jazz americano e chanson francese, cabaret berlinese e l’Argentina di Piazzolla. Con in primo piano, in ulteriore omaggio a Cremona e al suo festival, Little water song, la “piccola canzone dell’acqua” scritta per lei da Nick Cave e già colonna sonora di Romance & cigarettes di Turturro.Cosa significa per lei “tango”? Legandolo a Berlino nel titolo è chiaro che vuole andare oltre la tradizione sudamericana del genere…«Lo spettacolo ha un titolo simbolico, in realtà: che rimanda all’ultimo periodo di libertà della musica in Germania prima che il nazismo costringesse compositori e autori ad emigrare. Volevo richiamare un momento di decadenza ma anche essere provocatoria, sul palco: perché stiamo cercandola ancora oggi, una libertà completa, anche di espressione. In quegli anni Brecht usava proprio il tango come genere narrativo per i suoi caratteri sovversivi: partendo da lì mi avventuro poi nel repertorio del cosiddetto “Tango Nuevo” di Piazzolla, al centro della cultura del tango. Soffermandomi però anche sulla poesia, in musica e non: dalla canzone francese a Pablo Neruda. Alla fine narro una storia di sopravvivenza e tentazioni, di vizi e saggezza».Quanto risulta importante, oggi, mostrare dei tanti Paesi della terra le vicinanze culturali, anziché le differenze?«Sono una cittadina del mondo e ho imparato quanto la complessità della vita provochi struggimenti simili in culture differenti, e anche in periodi storici diversi. Perché il dramma della perdita dell’identità, la lotta alle oppressioni e gli aneliti a pace, dignità, libertà sono territorio comune a chiunque».Da qualche anno è anche cantautrice: che obiettivi insegue quando compone o scrive un testo? «Non ho un genere preferito, musicalmente: jazz, etnica, canzone… Il centro è sempre la storia, narrare nel testo un’esperienza umana di vita con le sue conflittualità. Cosa che faccio con parole mie ma a volte anche in cicli di canzoni nelle quali parto da testi di Bukowski, Coelho e dello stesso Neruda».E’ più difficile oggi fare cultura rispetto al passato?«C’è un problema economico: spesso ci si deve esibire per poco, raramente raggiungo il pareggio dei conti nelle tournée dopo aver pagato viaggi e musicisti. Ma far musica per me è un atto d’amore, come il produrre dischi. Investo nella mia passione e credo in ciò cui lavoro anche se non c’è tornaconto. Ma anche se forse non c’è quasi più spazio per progetti basati sulle idee, sono onorata di far girare anche un nuovo spettacolo sui “Nove Segreti” del Manoscritto ritrovato ad Accradi Coelho: perché nei vari festival constato che l’interesse della gente su certi valori rimane».Venticinque anni fa partecipò al Festival di Sanremo affiancando Enzo Jannacci in una coraggiosa canzone contro la mafia, che peraltro lei stessa tradusse in inglese allargandone la denuncia: e anticipando l’odierno degrado morale dei concetti di “vittoria” e “successo” quale unico metro per giudicare una persona. Che ricordi ha di Jannacci e di quel brano, La fotografia divenuta Photograph?«Fu un onore per me conoscerlo e collaborare con lui. Tutti dovremmo essere uniti nell’occuparci dei grandi e reali problemi dell’uomo: soprattutto pensando ai bambini, che meritano educazione appropriata e vita dignitosa».Lei ha dedicato un album alla Piaf: nel centenario della sua nascita, ritiene sia ancora un’artista da prendere a modello?«Era un’anima fragile e ferita: mi sento male se penso alla sua vita, con quel carico di privazioni e infelicità. Però ciò rese unico il suo cantare e uniche le sue canzoni: anche se era un “uccellino” dalle ali rotte e gli occhi gonfi di lacrime e disagio».