Agorà

New York. Us Open, il tennis fast food

Daniele Azzolini martedì 26 agosto 2014
​La pallina infuocata che da qualche tempo fa da logo al torneo di tennis più incredibile che vi sia, potrebbe essere agevolmente sostituita da un taco grondante improbabili salse piccanti, o da un cestello di ali di pollo al ketchup. Nessuno si offenderebbe, e nessuno riterrebbe offuscato il messaggio profondo che dà linfa vitale alla competizione. A New York vincono i newyorker, e poco importa se un americano non vi riesca dal 2003, i veri newyorker non appartengono a una nazione, ma a una genia speciale, una discendenza di uomini e donne dalla scorza dura, nella quale lo spirito di sopravvivenza esonda e protegge da qualsivoglia cedimento al quieto vivere, il cuore è palpitante, l’animo generoso, l’indole battagliera e la visione della vita in tutto simile a quella che suggeriscono le strade maestre della Grande Mela: infinite, senza limiti, senza ostacoli e dritte verso il mondo, come nel quadro di Saul Steinberg che fece da copertina al New Yorker, View of the World from 9th Avenue, un’autentica ispirazione per ognuno che senta di appartenere a siffatta stirpe. Ma tutto questo, gli affannati trangugiatori di ali di pollo, le dita intinte nel ketchup, capaci di alzarsi dalle sediole dello stadio per procurarsi il bis proprio mentre va in scena il più drammatico dei match point, lo sanno perfettamente.Benvenuti nel torneo di tennis più lontano dalle soffuse tradizioni di Wimbledon. A Flushing Meadows, i laghi scintillanti di Corona Park, zona Queens, a un tiro dall’aeroporto La Guardia, va in scena l’altra faccia dello sport giocato dai re. Qui nessuno chiede il silenzio, nessuno fa polemica per gli ansiti rumorosi delle signorine che sgobbano sudate sul campo, nessuno si adonta se nella quarta fila due giovani sposi si sono portati la cesta del picnic e addobbano la sedia di mezzo con la tovaglia, disponendo il vino in fresco e svuotando una minerale sui piedi dei vicini per lavare la frutta.L’impianto sorge su una discarica, la più grande a New York fino agli anni Settanta. Il Dna è dunque di risulta. Ma l’idea fu in linea coi sentimenti degli americani verso uno sport troppo elitario. Si giocava a Forrest Hills, in quegli anni, in un club esclusivo vicino all’oceano Atlantico, fra gente esclusiva, a prezzi esclusivi. Le regole erano le stesse di Wimbledon, quasi una parodia se interpretate dagli americani. Il ripensamento prese il via da molteplici considerazioni: il tennis stava diventando popolare, dunque aveva bisogno di un contatto diretto con il popolo, a costo di renderlo diverso dallo sport fin lì conosciuto; diventando popolare, il tennis avrebbe subito l’assalto delle aziende più importanti, che certo non avevano interesse a confinarsi fra le sale eleganti di una club house a Forrest Hills, quando New York era lì, a un passo; infine, si ritenne che fosse giunto il momento di fare qualcosa di diverso dagli inglesi. A suo modo, il tennis americano stava vivendo una sua piccola guerra di indipendenza. Manhattan non offriva spazi, com’è logico supporre. Lì il tennis si gioca nei club al quarto piano dei grattacieli. C’era invece quest’area enorme, da risanare. Era il 1976 quando cominciarono i lavori, lo stesso anno del dipinto di Steinberg. La discarica fu coperta, sorsero laghetti e alberi. I campi vennero realizzati in cemento. Lo stadio nacque da un impianto preesistente, fu rinnovato e affiancato da uno stadio con le tribune più basse. Lo intitolarono a Luis Armstrong, che a tennis non giocò mai, ma aveva trascorso buona parte della vita da quelle parti. Il primo torneo, nel 1978, ruotò intorno a un match degli ottavi, fra Jimmy Connors e Adriano Panatta. McEnroe la ricorda ancora come una delle tre più belle partite mai viste. «Ogni colpo era un punto», ricorda Adriano, «ma per battere Connors occorreva farne tre alla volta, perché due lui riusciva a cancellarli». Mentre la tribuna dei tennisti si era riempita di campioni, attratti dalla spettacolarità di un match di cui ancora proiettano qualche immagine sui grandi schermi di oggi, per intrattenere il pubblico, Panatta salì 5-4 al quinto set e servì per il match. Sul 30 pari, un attacco molto angolato di Adriano spolverò la riga bianca proseguendo verso la tribuna. Sarebbe stato punto contro chiunque, ma Connors andò a prendere quella pallina e riuscì a ribatterla in qualche modo. La traiettoria passò esterna alla rete e andò a cogliere l’incrocio delle righe sul campo di Adriano. «Vidi Connors esultare come un matto. Poi mi chiese scusa, e io gli feci un romanissimo gesto per indicare che una fortuna del genere non l’avevo mai vista. E invece, non si trattò di fortuna, ma di puro e semplice istinto di sopravvivenza». Gli Us Open avevano scoperto il loro primo newyorker.Ai tempi di Jimbo e di Adriano, il torneo era avvolto dai fumi dei ristoranti che sorgevano intorno ai campi. Sui due court di allenamento i tennisti giocavano tenendo la maglietta sul naso, per non respirare i vapori del Mercado Mexicano, la rivendita che sorgeva lì vicino. Oggi l’impianto è ancora più grande, l’Armstrong è diventato il secondo stadio e il primo, l’Arthur Ashe, ospita 25 mila spettatori. Dall’alto di quelle tribune, il tennis sembra un videogame, ma la vista di New York è spettacolare se i gabbiani in cerca di cibo vi lasciano in pace.Quindici giorni di match a Flushing Meadows portano al tennis 730 mila spettatori. Sono più di quanti ne faccia la Juventus nelle sue quindici partite casalinghe. Il montepremi è salito a 38, 3 milioni di dollari (+64,6 per cento negli ultimi tre anni). Fra gli sponsor c’è anche il reverendo Foreman, una chiesa nel Texas, la boxe alle spalle, un allevamento di cavalli sui quali - dice lui, che pesa 150 chili - ama saltarci in corsa, e un presente da facoltoso imprenditore nel ramo bistecchiere. Anche gli sponsor, a Flushing, li vogliono newyorker.