Agorà

MAURO MAGATTI. L’uomo e la gabbia del corpo tecnologico

Andrea Galli sabato 24 settembre 2011
Un assaggio l’abbiamo avuto negli Stati Uniti. Dove negli ultimi 30 anni per sostenere la crescita, che sarebbe altrimenti crollata, il sistema finanziario (e politico) ha incentivato un indebitamento abnorme dei privati, facendo leva sul desiderio di beni e consumi. Ma per Mauro Magatti, sociologo dell’Università Cattolica di Milano e protagonista domani pomeriggio al Festival del Diritto di Piacenza, il pasto deve ancora arrivare. Se questo modello di sviluppo continuerà, senza una riflessione e una correzione radicale delle sue storture, ne avvertiremo le conseguenze direttamente sulla nostra pelle. O meglio, sul nostro corpo.Professore, quali sono di preciso i rischi che vede all’orizzonte?«La crisi attuale segna la conclusione di un ciclo di crescita che è cominciato all’inizio degli anni ’80. I due vettori di questa fase di grande espansione sono stati la globalizzazione, ovvero la creazione di un’infrastruttura planetaria coerente con il processo di razionalizzazione tecnico-economica occidentale, e l’impiego dello stimolo comunicativo e della creazione immaginifica, attraverso la pluralizzazione del sistema dei media: cioè i consumi sono stati sostenuti facendo leva sui sensi e sull’immaginario collettivo. La crisi, che nasce laddove la finanza internazionale è arrivata uno dei punti di massima espansione, dove il sistema tecnico-economico ha raggiunto un massimo di efficienza e anche di astrazione, ci porta in una situazione in cui entrambi i vettori cambiano».In che modo?«Il primo vettore cambia perché in quella che chiamo la "seconda globalizzazione" si passa da un modello di espansione monocentrato, governato dai Paesi occidentali, a un modello plurale, dove la competizione sarà molto più stringente; il secondo vettore cambia invece perché, sul piano dello stimolo sensoriale e comunicativo, ci troveremo con i Paesi occidentali significativamente invecchiati, "ingrassati" e magari anche un po’ depressi… per cui è difficile pensare che quello stesso meccanismo di stimolo sensoriale possa sostenere una crescita quantitativa dell’economia».Perché questo dovrebbe avere conseguenze che toccano i nostri corpi?«Uno degli scenari che considero regressivi, una delle vie di uscita che indico come temibili, è che per far fronte a questa nuova situazione – la maggiore esigenza di competizione che la seconda globalizzazione porta con sé e la necessità di sostenere i consumi non più con lo stimolo sensoriale e comunicativo ma più in profondità, con una popolazione un po’ invecchiata e depressa – si punti su un’efficientizzazione tecnica applicata direttamente al corpo umano. E questo in una duplice direzione: da un lato spostando il baricentro di ciò che chiamiamo sanità/salute verso la massimizzazione delle performance fisiche, cioè riorientando il sistema sanitario dalla cura delle malattie alla ricerca di mezzi per renderci più efficienti, più potenti, più espansivi. Tracce di questa tendenza ci sono già: basti pensare banalmente al ricorso alla chirurgia estetica. La seconda direttrice potrebbe essere quella di aumentare l’interazione tra uomo e macchina. Per esempio, nell’ambito delle neuroscienze si sta studiano il ruolo delle emozioni nel momento della scelta e la possibilità, intervenendo a livello biochimico, di rendere le scelte più efficaci. Penso quindi all’utilizzo di forme che possano migliorare la prestazione umana dal punto di vista della sua efficienza tecnica, associata a una macchina. Queste due mi sembrano le direttrici più forti e anche più preoccupanti».Una barriera a queste derive non potrebbe essere la consapevolezza, radicata nel senso comune, che la corporeità non è qualcosa di manipolabile a piacimento, che porta in sé suo disegno naturale e in parte inviolabile?«Questo di cui stiamo parlando è una possibile evoluzione di quel processo che Max Weber chiamava razionalizzazione, dove per razionalizzazione si intende il restringimento dell’idea di ragione alla razionalità rispetto allo scopo, applicata attraverso lo strumento tecnico. Weber parlava di gabbie d’acciaio, come se l’uomo Occidentale rimanesse prigioniero di questa logica. Questo processo, da quando è in atto, al di là della sua forza e della sua rilevanza, taglia fuori intere parti della realtà, è un riduzionismo sia della ragione sia della realtà ed è abbastanza illusorio pensare che si possa affermare e dispiegare senza reazioni. Quelli che indico sono scenari possibili, temibili e su cui riflettere. Ma è vero che proprio mentre ci sono spinte che vanno in una certa direzione, ci possono essere energie e forze in grado di contrastarle e contenerle».