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Intervista al linguista De Benedetti. Un attimino e le altre espressioni inutili che usiamo

Roberto I. Zanini mercoledì 1 luglio 2015
E se scrivessimo 'sé stesso' con l’accento? «Non faremmo alcun errore. Ci sono grammatiche di riferimento come la Dardano-Trifone o come la Serianni che considerano ugualmente corrette le due forme: con o senza l’accento. Anzi sostengono che sia migliore la prima. E io sono d’accordo». A parlare è il linguista Andrea De Benedetti: ex docente di Lingua italiana all’Università di Granada, oggi insegna Traduzione alla Scuola superiore di mediazione linguistica 'Vittoria' di Torino. Suo è un piccolo e gustoso libro edito in questi giorni da Einaudi col significativo titolo: La situazione è grammatica  (pagine 129, euro 12). Ma se sul giornale cominciassimo a scrivere sé stesso dopo qualche giorno saremmo sommersi da lettere di protesta. «Questo dipende da una certa tradizione di insegnamento perpetuata dalle grammatiche scolastiche. Ma i linguisti la pensano diversamente. Allo stesso modo io non mi scandalizzo se i miei studenti scrivono 'li ha incontrati e gli ha dato' invece di 'li ha incontrati e ha dato loro'. Non lo correggo, però spiego che molti lo ritengono un errore». Così si crea confusione. «Ma le grammatiche ci dicono che entrambe sono forme corrette». Come tutti i linguisti, però, anche lei ha i suoi pallini. Per esempio se la prende con 'attimino'. «Riconosco che come eufemismo serve per giustificarsi dei ritardi. Però penso che l’attimo sia un’unità di tempo abbastanza piccola per non dover essere divisa. Per non parlare di chi usa 'attimino' come unità di misura diversa da quella di tempo: 'Metti un attimino di sale' o 'serve un attimino di buon senso'». Nel libro critica anche un certo uso di 'piuttosto che'. « Il significato vero di ' piuttosto che' è: 'invece che', 'rispetto a'. Però, secondo una moda rapidamente propagatasi dal Nord Italia (Milano è l’unica città al mondo dove anche un errore grammaticale può diventare moda) al resto del Paese, si usa 'piuttosto che' come disgiuntivo, cioè col significato di 'oppure'. E non ci si rende conto che le frasi diventano ambigue. Se sua moglie o mia moglie dicessero: ' Per il compleanno potresti regalarmi un anello di brillanti piuttosto che  un cd di musica leggera', come interpreteremmo? Significa che preferiscono l’anello al cd o che per loro sono indifferenti? E se dicessero: 'Vorrei andare in vacanza a Ibiza piuttosto che in montagna', dove prenoteremmo?». Nel libro parla anche di espressioni che vanno di moda, ma non servono a niente. «Una comunissima? 'Quello che è'. Quante volte in tv abbiamo sentito: 'E adesso passiamo a quella che è la classifica di serie A'. Oppure: 'Mister, ci parli di quello che è il momento della sua squadra'. Si tratta di una piroetta sul nulla, perché nulla aggiunge al significato della frase. È un abuso, un inutile eccesso di parole elegantemente camuffato». E l’uso delle virgolette? Ormai si fanno le virgolette anche quando si parla. «Sia l’eccesso di virgolette che di puntini di sospensione è sintomo dell’incapacità di spiegare le cose in maniera soddisfacente. Le parole fra virgolette, spesso, sono una dichiarazione di resa, di scarsa capacità lessicale e semantica. Come se dicessi: 'Non sono capace di esprimermi meglio', 'non trovo la parola giusta', 'non so dare il nome giusto alle cose'. Nei fatti allontanano da noi la responsabilità di quello che affermiamo: 'Non prendere alla lettera quello che dico', 'lo dico però non ci credere'. I puntini di sospensione, invece, si può dire che fotografino le nostre insicurezze, sia nella vita che nell’esprimersi». Sui social  c’è un vero spreco di esclamativi e interrogativi, mentre i punti e le virgole nessuno sa più come usarli. «Non solo sui social.  Ormai la punteggiatura viene comunemente usata con due funzioni: una emotiva, alla quale risponde l’uso a volte eccessivo dei puntini di sospensione, degli esclamativi e dei punti interrogativi; una come traduzione grafica dell’intonazione che vorremmo dare al discorso, come rappresentazione grafica delle pause. La prima funzione, per quanto abusata, ha un suo senso specifico. La seconda, invece, è una funzione che non funziona». Non è la pausa a stabilire la virgola. «Si è insegnato così per anni: il punto per la pausa lunga, la virgola per la pausa breve, il punto e virgola per la intermedia. Ma le pause sono una questione soggettiva: le posso mettere dove voglio, anche fra soggetto e predicato e questo crea ambiguità. Invece la punteggiatura ha una funzione sintattica. Serve a scandire la costruzione più che l’intonazione della frase. Serve a dare un senso alla narrazione, a renderla incisiva. E questo uso sta venendo meno, senza rendersi conto di quale sia la perdita». Ma come lei scrive, dall’uso contemporaneo della punteggiatura c’è anche da imparare. «L’uso della punteggiatura che si è evoluto come espressione dell’emotività è interessante. Attraverso l’uso del codice binario 'punto esclamativo- punto interrogativo' si esprimono molte sfumature emotive e di sentimento. Per non dire dei veri e propri ideogrammi realizzati con sequenze di parentesi, due punti e punti e virgola. Insomma, se da qui a qualche anno mi diranno che l’uso tradizionale del punto e virgola è scomparso non ne farò un dramma». Di fronte a tutto questo cosa insegna ai suoi alunni? « Che scrivere e parlare l’italiano comporta responsabilità. La lingua è una parte del nostro biglietto da visita e la responsabilità è tanto maggiore quanto più il mio ruolo è importante. Per esempio, se faccio il giornalista e uso il termine 'evacuare' devo sapere che non ha valore causativo e quindi non posso dire che 'i pompieri hanno evacuato gli abitanti della casa', ma che 'hanno fatto evacuare la casa'. Lo stesso ragionamento vale per il verbo 'scendere' o per la versione gergale del verbo 'orinare'. Se ho gusto e ho responsabilità per la mia lingua non posso dire: 'scendo la spazzatura' o, peggio, il paradossale 'orino il cane'».