Agorà

Letteratura. Ulysses cinguetta (ma non usa faccine)

Riccardo Michelucci domenica 5 febbraio 2017

Lo scrittore irlandese James Joyce (1882-1941)

Vado a incontrare per la milionesima volta la realtà dell’esperienza e a forgiare nella fucina della mia anima la coscienza increata della mia razza». Questa frase, presa da Ritratto dell’artista da giovane, romanzo autobiografico di James Joyce uscito esattamente cent’anni fa, non fa solo parte di una delle opere più famose della letteratura del XX secolo ma in inglese è anche un twoosh, ovvero un tweet 'perfetto' di 140 caratteri esatti, uno dei tanti presenti nell’opera del grande scrittore irlandese. A prima vista può sembrare l’ennesimo gioco lessicale che la sua opera continua a ispirare anche ai giorni nostri, e d’altra parte 140 caratteri sono una misura breve ma sufficiente a esprimere un concetto compiuto e articolato. Ma stavolta c’è di più: Andrea Binelli, docente di lingua e traduzione inglese all’Università di Trento, ha svolto un’attenta analisi retorica e pragmatica dell’opera joyciana, individuando molte analogie tra la lingua usata dal genio di Dublino e gli sviluppi linguistici che molti decenni più tardi avrebbero dato forma all’inglese degli smartphone e della comunicazione attraverso i social media. L’esito del suo lavoro è confluito in un saggio dal titolo Rhetoric and Pragmatics in Ulysses: how Joyce invented Twitter, che è uscito nell’ultimo numero della Irish Studies Review.

«Sia il linguaggio di Twitter che molti episodi di Ulysses, per esempio, sono caratterizzati da un’attitudine comunicativa laconica – spiega Binelli – che nel primo caso è conseguenza di vincoli tecnici, come gli schermi piccoli e il limite di caratteri. Nel secondo caso questa tendenza è invece il risultato del tentativo sperimentale di Joyce di dar voce a personaggi frammentati e distratti, le cui menti urbanizzate devono fare i conti con un diluvio di stimoli senza precedenti. Per Twitter è quindi un vincolo legato al mezzo, mentre per Joyce è stata una scelta creativa, e questa è stata la sua grande capacità di anticipare i tempi». Sia in Ulysses che in Finnegans Wake è presente un caleidoscopio di abbreviazioni, acronimi, acrostici, simboli, parole composte e lessicalizzazioni della pronuncia che richiamano direttamente i codici espressivi che oggi vengono 'cinguettati' da tutti attraverso le tastiere di smartphone e computer. «Nei romanzi di Joyce mancano soltanto gli emoticon – chiosa Binelli –, c’è però la tendenza all’anacoluto, cioè a sospendere la frase, oltre a un uso molto divertente delle onomatopee che prefigura l’espressionismo e tanti movimenti dell’avanguardia del ’900».

Senza scordare le combinazioni di parole, alle quali siamo abituati oggi dal linguaggio di internet: lo scrittore irlandese fu uno dei primissimi a utilizzarle in modo quasi ossessivo, con una frequenza che aumenta man mano che la narrazione è filtrata attraverso il monologo interiore e il flusso di coscienza. E meno male che il buon vecchio Joyce è morto da oltre 75 anni, sennò poteva esserci il rischio che qualcuno rivendicasse i diritti d’autore sull’ideazione di uno dei più popolari (e redditizi) social media dei nostri tempi.

Scherzi a parte, Joyce si rese conto che ai lettori del XX secolo non bastava più il realismo del secolo precedente, la sua prospettiva logica e coerente, le sue descrizioni uniformi e impersonali, i resoconti oggettivi delle percezioni e dei sentimenti dei personaggi. Nel 1922, anno di pubblicazione di Ulysses, i lettori ascoltavano già la radio, andavano al cinema e usavano il telefono. Si stavano quindi abituando a forme di comunicazione in absentia, cioè prive di un contatto visivo, e volevano essere sempre più coinvolti sensorialmente nella storia che leggevano: volevano vedere, ascoltare, sentire quello che i personaggi di un libro dicevano, ascoltavano e sentivano. Volevano essere sul loro stesso piano. D’altra parte, come ha affermato Declan Kiberd, uno dei più importanti critici letterari irlandesi contemporanei, Joyce comprese che la parola scritta era condannata al declino in un’era di comunicazioni elettroniche – riferendosi perlopiù al cinema e al telefono – e ha avuto il grande merito di aggiornare un mezzo che era diventato troppo distante da una percezione sempre più 'urbanizzata', rendendolo sempre più aderente a una realtà in continua evoluzione. Una realtà fatta di progresso tecnologico e stimoli sonori che giungevano dall’ambiente urbano: luci, segnali, folle, vetrine dei negozi, cartelli pubblicitari e altro ancora. «Aspirando a un linguaggio universale, quasi biologico – conclude Binelli – Joyce ha adattato il romanzo allo stato mentale dei suoi personaggi gettando i presupposti di quegli incoerenti, laconici e concisi monologhi che possiamo paragonare all’odierno flusso di brevi, immediati tweet.

Anche per questo leggere Joyce può aiutarci a comprendere i cambiamenti nel linguaggio e nella tecnologia. E possiamo quindi immaginarci Bloom, Dedalus e Molly che twittano i loro pensieri, i lettori di Ulysses come i loro follower, e persino considerare il monologo interiore alla stregua di una piattaforma online, polifonica e trasparente». Affascinato com’era dalla rielaborazione, dalla parodia e dal miscuglio di registri e stili fino a farli sfociare in una deliberata distorsione delle tematiche e delle proprietà formali dei testi letterari, Joyce è riuscito a deformare i codici linguistici tipici del romanzo britannico attraverso uno stile che non a caso è stato definito 'un banchetto di linguaggi'. E a pensarci bene, è assai curioso che a prefigurare il modo in cui la lingua inglese sarebbe stata usata dai social media odierni sia stato stato proprio un modernista irlandese desideroso di vendicarsi contro l’idioma imposto nel suo Paese dai colonizzatori.