Agorà

SCENARI. Turchia, l'incerto dopo-Padovese

Otmar Oehring venerdì 10 settembre 2010
Al’inizio del secolo scorso oltre il 25% della popolazione turca era ancora cristiana e nel 1925 ancora il 25% circa degli abitanti di Istanbul erano cristiani. Ma nella Turchia di oggi, un paese che conta oltre 72 milioni di abitanti, i cristiani probabilmente non sono più di 65.000. Presumo che tutti conoscano almeno a grandi linee le cause principali di questo notevole calo numerico della componente cristiana in seno alla popolazione turca: il genocidio perpetrato contro i cristiani armeni, assiri, caldei e siriani attorno al 1915, durante il quale persero la vita oltre un milione e mezzo di persone; le misure fiscali imposte alle minoranze non musulmane alla fine degli anni Trenta del secolo scorso, che privarono molti cristiani dei mezzi di sostentamento; il pogrom anti-greco del settembre 1955; le crisi ricorrenti sulla questione di Cipro, particolar modo quelle degli anni 1964 e 1974; l’esodo dal sudovest della Turchia negli anni dopo il 1984 di tutti i cristiani siro-ortodossi e caldei che non sopportavano più la pressione della popolazione curda a loro ostile, a seguito del quale la popolazione cristiana della regione da circa 175.000 anime si ridusse a poco più di 2000; e infine l’esodo dei cosiddetti cristiani arabo-ortodossi dai territori attorno ad Antiochia (Antakya) e Alessandretta (Iskenderun). Come emerge chiaramente da questi pochi esempi, la vita dei cristiani è stata fortemente segnata dalla paura o almeno dall’incertezza già dall’epoca immediatamente seguente alla proclamazione della repubblica, nel 1923.Tenendo presenti le circostanze storiche appena delineate, gettiamo ora uno sguardo sulla condizione in cui si trovano i cristiani nell’odierna Turchia. Tutte le enciclopedie descrivono la Turchia come un paese di popolazione islamica al 99,9%, e inoltre, sempre secondo i dati ufficiali, come uno stato laico. Entrambe queste affermazioni sono oggettivamente corrette, ma non sono sufficienti a tracciare un quadro reale della vita in Turchia ai nostri giorni.La Turchia non è solo un paese con popolazione in maggioranza musulmana, ma è al tempo stesso uno stato laico. Cosa significa questo in realtà? A prescindere dal termine stesso, la laicità in Turchia non ha nulla a che fare con la laicità della Francia, dove vige una rigida separazione tra stato e religione. Ma la laicità in Turchia non ha nulla a che fare nemmeno con la separazione tra Chiesa e stato in sistemi meno rigidi di rapporti stato-Chiesa, come in Germania o in Italia.Al contrario, i padri fondatori della Repubblica turca erano orientati piuttosto ad addomesticare l’islam, da loro identificato come ostacolo allo sviluppo del paese. Essi identificarono l’esercizio di un controllo statale sull’islam come un mezzo adeguato per raggiungere tale scopo. Così si spiega l’esistenza del Presidio per gli Affari Religiosi, subordinato all’Ufficio del Primo Ministro, che conta attualmente circa 100.000 dipendenti – per la maggior parte imam e altri ministri del culto – e un budget annuale equivalente a quello di tre ministeri "veri e propri", come i media turchi denunciano già da anni. Il rapporto di tutte le altre comunità religiose con lo stato si potrebbe definire «inesistente».Anche la Chiesa cattolica si trova ad affrontare problemi analoghi. Diversi elenchi documentano chiaramente quanti beni immobili siano stati sottratti alla Chiesa cattolica e agli ordini e congregazioni religiose in Turchia. E anche nel caso di edifici di culto e istituzioni attualmente usate dalla Chiesa, i rapporti di proprietà nella maggior parte dei casi non sono del tutto chiari, e questo non solamente per la circostanza a cui abbiamo già accennato, cioè che la Chiesa cattolica e le sue congregazioni e ordini non hanno personalità giuridica in Turchia. Diversi ordini religiosi, infatti, dispongono di estratti catastali dai quali risultano proprietari di beni immobili, anche se la loro inesistenza come persone giuridiche preclude loro ogni diritto di proprietà. Tuttavia il foglio catastale della scuola gestita dalle Sorelle di Notre Dame de Sion, situata nei pressi della cattedrale, contiene un rettangolo identificato come «chiesa». Questo è tutto! Ciò significa che la chiesa appartiene alle suore? Ma come può avere delle proprietà un ordine religioso legalmente inesistente in Turchia? Oppure questo stato di cose si deve solo al fatto che molti turchi importanti mandano le loro figlie a questa scuola gestita dalle suore?La mancanza di personalità giuridica per tutte le Chiese si riflette direttamente anche sulle loro possibilità di funzionamento, e perciò sulla possibilità di sopravvivenza. Dal punto di vista giuridico, le Chiese come tali non sono in condizione di amministrarsi da sole, e ciò non riguarda solo le questioni amministrative e finanziarie. Le Chiese non possono nemmeno formare i propri ministri in Turchia. Il caso più noto in questo senso è stata la chiusura, nel 1971, dell’Istituto teologico di Chalki, appartenente al Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Anche il Seminario maggiore del Patriarcato armeno fu chiuso a quell’epoca. La formazione del clero della Chiesa siro-ortodossa nei monasteri di Tur Abdin non era stata mai autorizzata ufficialmente in Turchia, e perciò nel 1971 si salvò dai divieti. Tuttavia le misure restrittive imposte dallo stato soprattutto dagli anni Ottanta hanno reso così difficile la formazione dei sacerdoti della Chiesa siro-ortodossa da indurla a mandare i seminaristi a studiare all’estero – come già avevano fatto greci e armeni.Per tutte le Chiese in Turchia si pone dunque la questione di dove trovare sacerdoti che possano garantire l’assistenza pastorale ai fedeli, e ultimamente anche svolgere funzioni esecutive nelle chiese turche, dato che non è consentito svolgere la formazione sacerdotale all’interno del paese. Il problema si pone in maniera ancora più grave per la Chiesa cattolica rispetto alle altre Chiese che – a differenza della Chiesa cattolica romana – non sono considerate come chiese straniere. I fedeli del Patriarcato Ecumenico greco-ortodosso e del Patriarcato armeno sono cittadini turchi, e lo stato turco pretende che queste Chiese affidino le posizioni di responsabilità solo a cittadini turchi; non sono concessi permessi di soggiorno al personale straniero. I sacerdoti greco-ortodossi, per esempio, possono svolgere il loro servizio in Turchia solo per tre mesi, con un visto turistico. Questo problema si pone ancora più seriamente rispetto al personale cattolico – preti, suore e altri laici – che vorrebbero lavorare per la Chiesa cattolica in Turchia. Nel loro caso, per lo meno, a differenza che con gli armeni e i greci, si riesce in genere a trovare una soluzione almeno per il permesso di soggiorno.Ma passiamo ora a un altro problema. Il compito centrale della Chiesa è la missio ad gentes, il suo mandato missionario. Ma per molto tempo in Turchia le circostanze sono state tali da proibire praticamente ogni attività missionaria tesa a convertire i turchi musulmani al cattolicesimo per timore delle conseguenze di queste eventuali conversioni.Nel frattempo le circostanze sono un po’ cambiate, al punto che almeno in certi ambienti illuminati della Turchia – quasi senza eccezione in grandi città come Istanbul, Izmir e Ankara, ma anche negli insediamenti prevalentemente dominati dagli aleviti moderati – la conversione al cristianesimo non è più considerata a priori come un autentico suicidio sociale. Se la Chiesa vuole sfruttare queste opportunità, deve però saper comunicare con la gente, e il presupposto essenziale è la conoscenza della lingua turca, il che costituisce un problema non da poco, specialmente per i missionari più anziani, in particolare italiani. Questo è il problema che si era trovato ad affrontare lo scomparso Vicario Apostolico di Anatolia (monsignor Luigi Padovese, ndr) così come il suo predecessore, l’attuale Arcivescovo di Izmir.Che le doti linguistiche siano fondamentali per ottenere grandi risultati è dimostrato dall’esempio di padre Marco di Izmir, che grazie alla sua conoscenza della lingua è riuscito a edificare una comunità turca. Ed è questa l’unica prospettiva che ha la Chiesa in Turchia, considerato il fatto che i levantini, che un tempo costituivano le basi della comunità cattolica, si stanno lentamente ma inesorabilmente allontanando in un modo o nell’altro.