Agorà

La denuncia. I rischi delle app per bambini

sabato 19 settembre 2015
​I ricercatori – un team internazionale – sono stati netti: è “irresponsabile” l’approccio di molte società che propongono applicazioni e siti internet tra i più utilizzati dai bambini. Il problema è globale: la ricognizione nel panorama dell’offerta per i piccoli è opera di 29 Autorità internazionali del Global Privacy Enforcement Network, tra cui quella italiana guidata da Antonello Soro. Il quadro tratteggiato dagli analisti è sconfortante: «Non vorremmo essere un bambino alle prese con questi siti o queste app», scrivono, il 41% delle quali li ha messi a disagio. Loro, che piccoli non sono. Si tratta di proposte per bambini che appartengono al settore educational, al mondo dei giochi, ai servizi on line offerti dai canali televisivi dedicati all’infanzia, ai social network: nella maggior parte delle 1.494 “app” esaminate, la trasparenza è un’illusione, la protezione dei dati irrisoria. In Italia, su 35 casi passati al setaccio, 21 presentano “gravi profili di rischio” e otto di questi saranno sottoposti a specifiche attività ispettive. Ovviamente, la fruizione dei prodotti è trasversale, per definizione non ci sono confini nel mondo digitale, ancora meno quando parla il linguaggio del gioco. E gli indigeni tecnologici – i bambini degli anni Duemila – si muovono inconsapevoli in una giungla piena di trappole e di predatori. La familiarità con gli strumenti tecnologici, la consuetudine e l’abilità con cui li maneggiano rende i bambini propensi alla fiducia, esponendoli a rischi più o meno gravi.
Sono una fascia d’età da sempre nel mirino del mercato, un bersaglio privilegiato e facile da prendere all’amo. Perché saranno anche nativi digitali ma sempre bambini sono. E se chiedi loro nome e cognome, te lo dicono. Insieme alla data di nascita, al numero di cellulare, all’indirizzo mail... A volte l’insidia è frutto di trascuratezza: come nel caso – segnalato dalle Autorithy – in cui i siti permettono ai bambini di postare i loro disegni senza però controllare che non riportino informazioni personali, per esempio il nome, il cognome e l’indirizzo. O di chattare, con il rischio che rivelino dati sensibili a perfetti estranei. Eppure un’alternativa c’è e gli esempi virtuosi pure, come la stessa ricerca sottolinea: alcuni siti e app permettono, sì, di chattare ma solo attraverso parole e frasi da scegliere all’interno di una lista fissa in modo che il bambino non possa confidare inavvertitamente informazioni salienti. Altri invitano i bambini a non usare il loro vero nome quando aprono un account, un sito – una mosca bianca – fornisce agli utenti un avatar preconfezionato da usare nella navigazione, evitando così che il bambino debba crearne uno proprio, usando i dati personali. In generale, però, le cose vanno diversamente visto che il 67% dei siti (tra cui quelli di diffusissimi social network) e delle app esaminati raccoglie informazioni personali – che la metà poi fornisce a soggetti terzi –  e solo il 31% offre meccanismi efficaci per limitarne la raccolta, mentre un risicato 29% consente di cancellare le informazioni dell’account.
E saranno anche dedicati ai bambini ma falliscono miseramente nel farsi capire da loro: la semplicità di linguaggio è una rarità, gli avvisi sono difficili da leggere e da capire sette volte su dieci. «L’Autorithy italiana – spiega Baldo Meo che ne è portavoce – ha adottato un parere sulle app evidenziando che la protezione dei dati personali e la relativa sicurezza non possono essere la semplice applicazione di regole una tantum ma nascono da azioni coordinate di sviluppatori, produttori dei sistemi operativi e distributori. Non si capisce perché, per esempio, certe app per i bambini debbano chiedere accesso alla geolocalizzazione o alle foto sul dispositivo». Ma la cosa più grave è che oltre la metà dei prodotti presi in esame offre ai minori la possibilità di accedere ad altri siti, vanificando ogni tentativo di controllo che i genitori possano sforzarsi di esercitare sulla navigazione dei figli. Un controllo non proprio scontato, a cui si è appellato anche il Garante della Privacy italiano attraverso il suo presidente, Antonello Soro, che ha ricordato ai genitori la necessità di affiancare i più piccoli nel percorso di crescita tecnologica.
Basta un’indagine casalinga per rendersi conto che i rischi sono grandi, sia in termini educativi sia economici. Non è il caso di scaricare 1.500 app, ne basta qualche decina. Ne vale la pena. Si scopre così che la gran parte dei giochi è gratuita solo per poco: quando inizia il divertimento, per procedere speditamente bisogna pagare. Ma per proseguire nel livello, non serve del vile denaro, semmai “un martello lecca-lecca” o “una vita stellina”, “la gallina becca-ostacoli” e i “mattoncini morbidi”, “le gemme”. Se non comperi, aspetti. Oppure guardi la pubblicità in cambio di un bonus: tutte promuovono altri giochi, tre su cinque sono giochi che simulano le slot machine, che invitano alla scommessa vera (più spesso) o virtuale, anche al tavolo del poker o alla roulette. E ci sono app che il casinò lo hanno incorporato: nella città dei cuochi, tra il ristorante di sushi e quello indiano, la pasticceria e la pizzeria c’è il palazzo con le slot machine. Si entra e si scommette nella speranza di vincere gemme e monete da investire nella propria cucina. E se vuoi sparare ai mostri nella palude, è sempre una slot a decidere su che armi potrai contare, una roulette stabilisce quale booster, quale aiuto, ti aiuterà a scalare le montagne di zucchero.
Poco apprezzabili dal punto di vista educativo, questi sistemi per procedere nel gioco hanno di buono che non attentano al portafoglio. O, meglio, al conto corrente: finché il giocatore si accontenta, il rischio non c’è ma quando decide di non aspettare più allora sono guai. Gli acquisti in-app – cioè possibili dall’applicazione – attingono direttamente alla carta di credito. A partire dallo scorso gennaio e dopo una denuncia di Altroconsumo, l’associazione di consumatori, iTunes, Amazon, Google e Gameloft si sono impegnate a rendere più chiare le modalità con cui certe app, apparentemente gratuite, possono richiedere pagamenti per componenti aggiuntive e a rendere più difficile l’acquisto di quelle componenti da parte dei bambini. Il problema è stato la finestra di tempo – più o meno lunga a seconda dello store – in cui si potevano fare acquisti senza reinserire la password: dopo aver affrontato un’imponente class action e aver sborsato 32 milioni e mezzo di dollari (una cifra irrisoria), Apple disattivò nel 2013 la finestra di 15 minuti che, per quanto breve, aveva causato emorragie più o meno gravi nei conti correnti di parecchi inconsapevoli genitori. Oggi, le applicazioni devono dichiarare preventivamente che è prevista la possibilità di acquisti in-app, molte specificano anche se e per quanto tempo si possono comperare funzionalità aggiuntive dopo l’inserimento della password.
Il resto lo fa la capacità di resistere con pazienza granitica, la forza di non cedere all’assillo e ai capricci e, stremati, acconsentire all’acquisto. Ma a volte niente si può contro consolidate strategie di marketing che puntano proprio sull’alleanza dei bambini, che ne fanno i loro complici. Il Codice di Consumo inserisce tra le pratiche commerciali aggressive quella di “includere in un messaggio pubblicitario un’esortazione diretta ai bambini affinché acquistino o convincano i genitori o altri adulti ad acquistare loro i prodotti reclamizzati”. Nei casi di cui parliamo, non c’è neppure bisogno di esortarli. La ricerca internazionale sulle app e sui siti per bambini si conclude con una raccomandazione, con l’incoraggiamento rivolto a sviluppatori, produttori e venditori a migliorare le loro politiche di tutela e rispetto della privacy, a limitare la raccolta dei dati personali allo stretto indispensabile. Ma anche a sforzarsi di parlare ai bambini in modo comprensibile, coinvolgendo sempre i genitori. Proteggeteli di più, è l’ultimo invito. Il solo che vale.