Agorà

Anteprima. Trame di speranza nei miti di Mussapi

Alessandro Zaccuri domenica 3 maggio 2020

Roberto Mussapi: è in uscita la raccolta dei suoi monologhi "I nomi e le voci"

Calibano è convinto che nessuno conosca l’isola meglio di lui. Sull’isola ci sono i libri, spiega, fitti di nomi arcani di cui si alimenta il potere di Prospero. E sull’isola ci sono «rumori, suoni e dolci arie», strumenti musicali e voci di sogno. Quello che Calibano ignora è che non esiste contraddizione tra le formule magiche e i richiami misteriosi, perché l’isola contiene le une e gli altri, appunto, e può contenerli perché l’isola stessa è immagine di qualcos’altro: è il teatro in cui si rappresenta la favola del naufragio e della vendetta mancata, dell’amore trionfante e del malinconico ritorno. Tutto viene convocato sul quel palcoscenico, un mondo intero di mare e di terre lontane che alla fine Prospero farà svanire spezzando la bacchetta magica con cui ha tenuto avvinto Ariel, lo spirito dell’aria. Era di Ariel la voce che Calibano sentiva risuonare, era suo il primo dei nomi che Prospero evocava. «Perdona chi non sente coloro che gli sono accanto, / perdona chi crede nella solitudine / senza sentire il respiro della sera, / la folla d’anime che lo sta cercando», recita una delle Ariel Songs che Roberto Mussapi ha ora riordinato, con molti altri «monologhi in versi », in I nomi e le voci (Mondadori, pagine 176, euro 18, in libreria dal 5 maggio).

Annunciata già un paio di mesi fa, questa è una delle prime novità a riemergere dopo il blocco imposto anche all’editoria dall’emergenza coronavirus. Un ritardo tempestivo, se si considerano con attenzione i versi appena citati e quell’altro, sintetico fino al proverbio, che si legge nella stessa composizione: «Non sono soli e non lo sanno». Davvero si potrebbe descrivere in modo più efficace l’esperienza di sé nell’epoca del confinamento domestico? La tempesta di Shakespeare svolge un ruolo decisivo in questo volume, col quale Mussapi prosegue nel lavoro di riorganizzazione della propria opera avviato nel 2014 con l’edizione delle Poesie curata da Francesco Napoli per Ponte alle Grazie. I nomi e le voci è un libro in apparenza meno sistematico del precedente, non si attiene al criterio cronologico, ma aggrega i testi attorno a nuclei tematici espliciti e allusivi nello stesso tempo. Basta osservare in filigrana per rendersi conto che “nomi e voci” si rincorrono da un contesto all’altro, fino all’improvvisa riapparizione delle figure della Tempesta («tu sei Miranda, tu li vuoi tutti salvi / per questo ora puoi solo piangere, / chiedere perché padre, perché ai miei simili?») in Lezioni elementari, il poemetto autobiografico posto a suggello della raccolta. Mussapi rievoca la propria infanzia, ma il personaggio principale è in realtà l’insegnante che è stato il suo primo vero maestro, quel Gabriele Minardi che un giorno in classe assegna un tema sull’Universo risvegliando nel piccolo Roberto un inestinguibile sentimento cosmico: «L’universo era come un giorno immerso nella nebbia, / la luce diffusa ovunque proveniva da ogni parte…».

Insieme con poche altre composizioni presenti nel volume, Lezioni elementari non ha avuto come destinazione originaria la rappresentazione teatrale. Subito pensata per la scena è invece La Grotta Azzurra, senza dubbio la più nota tra le drammaturgie di Mussapi, composta per Paola Pitagora alla vigilia del Duemila e in seguito portata in tournée da Miriam Mesturino. Non è esattamente una rivisitazione della Tempesta, per quanto anche Maria, la protagonista, sia in qualche misura una principessa in disgrazia, una Miranda finita a custodire i bagni in una stazione di servizio lungo la Riviera ligure, a pochi chilometri da Genova. La grotta del ti- tolo è l’antro in cui la donna trascorre il tempo, avvolta dal rumore sordo dell’acqua che, passando per le tubature, risveglia la nostalgia del mare perduto, di una Capri solo immaginata e per questo ancora più irraggiungibile. Una vicenda di voci e di nomi, ancora una volta, ma anche uno dei testi in cui si fa più evidente un aspetto della poetica di Mussapi che rischierebbe altrimenti di passare inosservato. Si tratta della passione per la materia, che nella Grotta Azzurra si manifesta nel vetro rigato di un orologio, negli «infiniti segni» che ogni frequentatore di quella toilette derelitta lascia dietro di sé, nella consistenza luminosa dell’anello di corallo che Maria raccoglie dalla spazzatura.

Questa della materia, in fondo, è l’unica sapienza che il terricolo Calibano possa opporre alle impalpabili evoluzioni di Ariel, l’unico dono che potrebbe offrire all’inarrivabile Miranda. Sintomatica è, in I nomi e le voci, la ricorrenza della parola “trama” e delle sue variazioni: la si incontra nella contesa tra Enea e Didone, nel racconto che Penelope fa della propria astuzia («La trama del tempo distramata di notte / fu il mio segreto e la mia magia»), nell’ossessione che Otello riserva al fazzoletto di Desdemona. Ma la trama della materia assume forme diverse, diventa la ceramica in cui si consuma l’eterna adolescenza del tuffatore di Paestum oppure la lava che si solidifica in pietra durante l’eruzione del Vesuvio di cui Plinio il Vecchio è testimone e vittima. Tracce corporee, sedimenti che non riescono a celare del tutto uno dei segreti che Mussapi ha voluto nascondere in questo libro: l’ammissione, cioè, che «un poeta è la quintessenza di un uomo». I miti della classicità greco–romana (con una predilezione spiccata per Cassandra, tant’è vero che qui anche Antigone si fa profetessa: «Sento che incombe un altro tempo», dice congedandosi) e il lascito delle Mille e una notte, il fascino orientale di Venezia e il magistero di Shakespeare, programmaticamente riassunto nel celebre verso della Tempesta per cui gli essere umani sono intessuti nella «stessa stoffa dei sogni», e poi la penombra della Grotta Azzurra, le lezioni del mite e inflessibile Minardi. Sono queste le coordinate entro le quali I nomi e le voci ribadisce le ragioni di quel “teatro di parola” che ha avuto un ruolo così importante nella storia recente della poesia italiana. Ma non è una rivendicazione tardiva, ancor meno nostalgica. La posta in gioco non è la letteratura, ma la vita. Lo scandisce con chiarezza, dal centro del suo labirinto, la Arianna di Mussapi: «Da questo buio, io, ombra, io ti chiedo, / parlami di salvezza, non di destino»