Agorà

INTERVISTA. Traditi dalla scuola

Alessandro Zaccuri giovedì 22 marzo 2012
​Un sociologo come lui è abituato a fiutare i cambiamenti prima che avvengano, ma che la scuola fosse veramente diventata un problema Frank Furedi lo ha percepito soltanto a cose fatte. Lo racconta nelle prime righe del suo Fatica sprecata, appena pubblicato da Vita e Pensiero nella traduzione di Stefano Galli (pagine 264, euro 18,50). Se il titolo non suona ottimista, il sottotitolo sembra non lasciare scampo: «Perché la scuola oggi non funziona». Anche se quell’oggi, a ben vedere, potrebbe far intuire uno spiraglio di speranza. Nato a Budapest nel 1947, formatosi in Canada e stabilitosi in Gran Bretagna alla fine degli anni Sessanta, Furedi è noto al lettore italiano per saggi decisamente controcorrente come Il nuovo conformismo (Feltrinelli), in cui si prende di mira l’eccesso di psicologia – o, meglio, di psicologismo – nella vita quotidiana o il provocatorio Che fine hanno fatto gli intellettuali? (Cortina). Nel recente On Tolerance (2011) smaschera la sostanziale intolleranza del politicamente corretto, ma tra i suoi bersagli più recenti spicca il cosiddetto paranoid parenting, ovvero come e perché, a forza di proteggere i ragazzi, i genitori abbiano sviluppato una sindrome molto simile alla paranoia. Esagerato? Non troppo, se si pensa che perfino Furedi, quando si è trattato di mandare a scuola il figlio, si è interrogato su quale fosse la scuola migliore a cui iscriverlo. «Una domanda che fino a qualche tempo fa non avrebbe avuto senso – spiega – e che ha confermato una mia sensazione precedente: l’intero sistema dell’istruzione è percepito oggi come un problema. O, quel che è peggio, come la soluzione di ogni problema».A che cosa si riferisce?«Una costante della politica inglese degli ultimi decenni è stata l’insistenza, del tutto retorica, sul tema dell’istruzione. La scuola viene presentata come la panacea di ogni male, nella convinzione che tra i banchi i ragazzi possano e debbano apprendere di tutto, preparandosi a diventare buoni cittadini, persone migliori, lavoratori appagati e via di questo passo. Ma questi slogan non fanno altro che rafforzare quello che nel mio libro definisco il “paradosso dell’istruzione”: non si è mai investito così tanto sulla scuola, non se ne è mai parlato così tanto e, nel contempo, non si è mai chiesto così poco agli studenti che la frequentano».Come mai?«Per tutta una serie di motivi, che forse possono essere sintetizzati nel passaggio dal concetto di “istruzione” a quello di “apprendimento”. Non più un percorso formale, costruito su contenuti condivisi e fondato sulla conoscenza del passato, ma un processo vago, che si adegua alle capacità che i ragazzi già possiedono, riducendo al minimo difficoltà e sforzi conseguenti. Gli insegnanti sono terrorizzati dall’idea che in classe ci si annoi e quindi si industriano per rendere le lezioni sempre più divertenti. Peccato che, il più delle volte, si tratti di un divertimento a misura di adulto, che giovani e giovanissimi trovano insopportabilmente noioso. Per fare un solo esempio: i ragazzi conoscono i videogiochi meglio di noi, non hanno alcun bisogno di ritrovarseli a scuola».Si direbbe che gli adulti non abbiano molta fiducia in sé stessi.«Il punto è esattamente questo. Di norma, un bambino non vede l’ora di diventare grande, ma in questo momento trova davanti a sé adulti confusi, che si proclamano a loro volta bisognosi di un “apprendimento” costante. È una crisi di responsabilità diffusa in ogni ambito sociale, è vero, ma che nella scuola produce effetti devastanti. Quella che viene messa in discussione, infatti, non è soltanto la gerarchia dei rapporti fra le generazioni, ma la convinzione stessa che esista un sapere da condividere e trasmettere».Forse perché il concetto di scibile si è talmente allargato da diventare sfuggente?«A costituire una minaccia non è la vastità del sapere, ma la mancanza di un metodo formale, che risulti applicabile in contesti diversi. Prendiamo la storia, probabilmente la più contestata tra le discipline tradizionali. Il valore da difendere non consiste nel fatto di inserire nel programma le vicende di un determinato Paese o di una determinata dinastia, quando piuttosto nella volontà di insegnare i princìpi basilari della ricerca storica, che stanno all’origine della nostra consapevolezza rispetto al passato. In assenza di questi princìpi, il passato diventa un’entità nebulosa, dalla quale è impossibile apprendere e che pertanto si è autorizzati a trascurare».Anche lei sta dicendo che la scuola serve per la vita, mi pare.«Sì, ma nel senso che quello che si studia a scuola, con le caratteristiche formali tipiche dell’istruzione tradizionale, apre la mente alla conoscenza del mondo. I teorici dell’apprendi-mento, al contrario, sostengono che i contenuti non contano, tutto deve avvenire in modo spontaneo, senza impegno».Una strada senza ritorno?«Se ci riferiamo ai casi individuali, occorre tristemente ammettere che qualcuno, a questo punto, resterà indietro. Ma viaggiando per l’Europa mi rendo conto di come le mie preoccupazioni siano sempre più frequenti e di come, da più parti, si levi la richiesta di una seria riflessione su questi temi. Possiamo ancora farcela, se vogliamo. Ma non dobbiamo perdere altro tempo».