Agorà

Anteprima. La favola in cucina di Toku

LUCA PELLEGRINI sabato 5 dicembre 2015
Toku appare così, dal nulla, in una tersa mattina sormontata da un bel cielo blu, proprio all’apice di quella preziosa stagione in cui il Giappone è inondato dal delicato colore dei ciliegi in fiore, per pochi giorni appena, prima che cadano. Un tempo prezioso per la natura, fugace per l’uomo. Coglierne tutta la bellezza è quasi un’arte, se non addirittura un dovere. La città che si distende sotto quei rami carichi di petali rosa è piuttosto distratta, e dolente. Inizia quasi come una fiaba Le ricette della signora Toku, il film che Naomi Kawase ha tratto dal romanzo di Durian Sukegawa intitolato AN, il nome dato a quella crema di fagioli dolci indispensabile per confezionare i dorayaki, di cui lei, possedendo una segreta ricetta, è maestra inarrivabile in cucina. Presentato a Cannes nella sezione “Un certain regard”, questo film prezioso giunge in sala giovedì prossimo. Ma non è una fiaba come tutte le altre: Toku nasconde alcuni segreti, come la sua ma-lattia, ma questo non le impedisce di essere generosa, saggia e di intercettare il dolore di Sentaro, che gestisce una piccola panetteria, e la solitudine di una giovane studentessa, Wakana. «I percorsi di queste tre persone sono molto diversi – commenta la regista giapponese – e tuttavia le loro anime incrociano il loro cammino, quando si incontrano sullo sfondo dello stesso paesaggio e si uniscono per affrontare gli ostacoli della vita». Toku – interpretata da Kiki Kirin –, pur conoscendo intimamente la sofferenza e la distrazione del mondo, è una figura che sembra quasi non appartenere alla realtà. «Può darsi. Io credo che una donna come lei possa esistere realmente, soltanto che di solito si nasconde in qualche luogo inaccessibile. Spesso il tempo, nella nostra società, si muove così veloce- mente da lasciare un passo indietro quelle meravigliose persone, che rimangono così lontano da noi. Per queso è difficile scoprirle, trovarle». Quale tipo di rapporto si instaura tra Toku e Sentaro? «Un legame inscindibile, che si costruisce sulla fiducia, proprio come accade tra un vero genitore e un bambino». Che cosa percepisce Toku dei personaggi che incontra? «Lei trova la verità che è sepolta nel profondo di tutte le persone. Così le aiuta a liberarsi di tanto dolore e tanta sofferenza. Ci riesce perché intuisce che nessuno può vivere da solo». Quale medicina offre Toku, oltre a un gustosissimo dorayaki? «Una vera ricchezza di vita, che si acquisisce quando si recupera la capacità di credere in se stessi, compiendo così un piccolo ma importantissimo passo in avanti nella vita. Toku insegna anche l’importanza di avere cura per gli altri. E la dedizione ». Parla molto della natura e alla natura, Toku, come se questa avesse il potere di sanare molte delle nostre ferite. «La natura è qualcosa che silenziosamente ci osserva e ci sorveglia. Può essere a volte molto dura con noi, prendendo alla fine le nostre vite in modo doloroso. Ma la sua bellezza ci dona anche una speranza. Toku è ricca di speranza in fondo al suo cuore e ha una speciale qua-lità, quella di saper ascoltare la voce dei ciliegi, del sole e della luna, da cui trae un senso per la vita. Continua ad avere un dialogo con la natura, comprendendo e accettando tutto, anche l’amarezza e la durezza». Lei è anche una cuoca meravigliosa: quando mette in fagioli in una pentola, parla con loro e li accompagna dolcemente nella cottura. Tutti ne sono conquistati, da quella dolcezza. È possibile parlare di una filosofia del cibo? «Mangiare è una cosa meravigliosa. Mangiare riempie la mia mente di meraviglia e felicità. Consumare un buon piatto caldo, apprezzando quello che la natura ci dona per darci energia, penso che sia un atto quasi sacro». La sua infanzia ha influenzato in qualche modo la scrittura del film? «Non proprio. Ho trascorso, mentre scrivevo, molto tempo dentro il sanatorio per pazienti lebbrosi che si trova nella periferia di Tokyo. Passeggiavo anche nel bosco che lo circonda. Sono affiorati certo tante memorie. Toku mi ricordava mia madre adottiva, deceduta tre anni fa. La sua perdita ha fatto soffrire il mio cuore». Toku afferma che l’ignoranza del mondo ci schiaccia. Come dobbiamo intenderle queste parole? «Dovremmo guardare il mondo con più partecipazione, affrontarlo con più sapienza, non con l’ignoranza. Però siamo noi che costruiamo barriere per non capire. Così tendiamo a sbarazzarci degli altri. Dovremmo imparare ad avvicinare le persone, guardarle bene. Perché magari stanno soltanto cercando il calore di altri esseri umani, e noi possiamo offrirglielo». «Abbiamo tutta la libertà per fare ciò che ci rende felici. Eppure troppo spesso non lo siamo e ci adagiamo in una perenne infelicità». È il lascito di Toku ai suoi amici e a tutto il pubblico che ne segue gli ultimi istanti di vita. «Quello che ci impedisce di godere della libertà di cui parla Toku è il sentirci inferiori rispetto agli altri. Lei ha conosciuto questa inferiorità, ma l’ha pazientemente affrontata e superata. Dovremmo apprezzarci di più per ciò che siamo, alzando la nostra voce, camminando con le nostre gambe e abbracciando il mondo che ci circonda».