Agorà

LA FEDE E LA MUSICA. The Sun: «Da punk a rockband cristiana»

Andrea Pedrinelli domenica 20 giugno 2010
La rinuncia al superfluo; la critica alla sessualità usa e getta; la necessità di assumersi responsabilità e sacrificarsi per cambiare le cose, invece di fare gli arrabbiati o gli indifferenti; un no al dilagante modello del «vincere». Sono solo alcuni dei temi che rendono l’album dei vicentini The Sun, Spiriti del sole, in uscita martedì prima di un tour (debutto il 27 a Prato), una gran bella notizia. Non solo perché Francesco, Matteo, Gianluca e Riccardo, tutti tra i 25 e i 30 anni, non cantano le solite cose. Perché sono ragazzi normali, pettinature e linguaggio di oggi: ma invece di gridare sorridono, e cantano solo «ciò che conta». In un rock ben suonato ed arrangiato da band che sa cos’è la gavetta. E ora, dopo 13 anni di essa, approda ad una multinazionale: prima band italiana esplicitamente credente, che della fede canta la gioia, senza prediche.C’è un brano che pare il nucleo del disco: "Oggi sono solo". Parla di depressione, parrebbe…Depressione post droghe, sì. Purtroppo un’esperienza fatta. Quando arrivi al momento in cui sembra che la vita non abbia senso, o ti distruggi o ti risvegli. Chi di noi è arrivato lì ha scelto la fede e l’amore dei genitori: ora cantiamo di aver scelto la vita.Fino a mettere la fede nel rock. Quali le difficoltà?È un’esigenza. Non siamo cresciuti in parrocchia, siamo arrivati a Dio nel tempo: pure come band. Però quando ci arrivi ti rivoluziona tutto, anche la musica. Difficoltà? Non c’è vergogna di credere.Durante la gavetta avete colpito Mtv, avete suonato punk all’estero, avete aperto concerti dei Cure e degli Offspring: tutti mondi lontani da quanto cantate…Sì, nell’ambiente siamo una faccia diversa della medaglia. Però vediamo che un segno positivo rimane, in chi ci ascolta. E già impostare un possibile confronto coi ragazzi di oggi è molto. Ci pare troppo semplice la risposta rabbiosa di molti al degrado. Solo dentro di noi c’è la chiave per cambiare l’esterno, e noi facciamo questa proposta.Cosa significa per voi fare, come dite, musica etica?Scrivendo possiamo agire: anzitutto su di noi. E la musica poi è ancora il mezzo migliore per aggregare. Quindi per noi farla ha assunto nel tempo il senso di una piccola missione. È un talento da sfruttare.Nel disco «Il giorno di Alice»: rock per una ragazza morta di leucemia. I genitori come l’hanno presa?Con gioia. Perché hanno trovato senso alla perdita testimoniando il dolore: per aiutare chi soffre come loro. E nella canzone c’è vita vera, quanto Alice pensava e diceva. Come dono che rimane.«San Salvador» invece è un’esperienza in un monastero. Perché cantare un fatto tanto privato?Perché non farlo? È vita anche pregare. Forse i big che non osano cantarlo hanno solo paura di perdere il successo. Noi vogliamo segnalare le positività in cui crediamo, fiduciosi in chi ascolta.L’arrivo alla Sony cosa vi ha dato e cosa tolto?Non ha cambiato nulla. Il disco era pronto, l’hanno accettato tal quale. Ci sono ancora, persone che guardano oltre le esigenze imposte dal mercato