Agorà

IL CASO. Testori: e gli «Sposi» divennero fratelli

Alessandro Zaccuri martedì 19 ottobre 2010
Renzo e Lucia, almeno loro, ci vogliono senz’altro. Ma con gli altri come ci si regola? Quali sono, nei Promessi sposi, i personaggi davvero indispensabili? E di quanti attori ci sarebbe bisogno per interpretarli in un’ipotetica riduzione teatrale? Domande che possono sembrare inutili oggi, quando anche il gran romanzo manzoniano finisce intrappolato nella scorciatoia del musical a tutti i costi. Nel 1984, però, mentre si preparava il bicentenario della nascita di don Lisander, questi interrogativi come stavano all’origine di quello che si potrebbe definire il controcapolavoro drammaturigico di Giovanni Testori, I Promessi sposi alla prova. Un testo pensato su misura per la compagnia dell’allora Teatro Pierlombardo di Milano e in particolare per il suo prim’attore, Franco Parenti, al cui nome la sala è ora intitolata. Controcapolavoro, si diceva, e non soltanto perché qui Testori distilla con eccezionale limpidezza le intuizioni poetiche e le soluzioni sceniche già adottate nella «Trilogia degli Scarrozzanti» (L’Ambleto, Macbetto, Edipus) interpretata dallo stesso Parenti e poi confluite nella «Trilogia degli oratori» Conversazione con la morte, Interrogatorio a Maria, Factum est, di imminente riproposizione in un unico volume nella Biblioteca Universale Rizzoli). La qualifica di controcapolavoro deriva anche, se non principalmente, dal confronto serrato tra il copione e il dettato del romanzo, con cui Testori si era già misurato a metà degli anni Settanta per la riscrittura scenica de La Monaca di Monza. L’esito è un’interpretazione critica all’insegna del manzonismo più radicale e intemperante, non estraneo – come sempre in Testori – alle ragioni della filologia, ma vitalissimo nell’invenzione. Tutte caratteristiche che giustificano pienamente l’iniziativa di Federico Tiezzi, regista di provata militanza testoriana, che ha voluto riportare I Promessi sposi alla prova in un teatro milanese, questa volta il Piccolo Grassi, dove il lavoro andrà in scena tra il 26 ottobre e il 14 novembre come contributo alla celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. La conferma del fatto che, anche in un periodo di padanismi scatenati, due autori arcilombardi quali il fattore di Brusuglio e il Gianni da Novate possono ancora testimoniare, e con forza, a favore di un comune sentimento di nazione. Per rendersene conto occorre ritornare alle domande iniziali: quali personaggi scegliere? E per quanti attori? Testori ne convoca sul palcoscenico sette: i due protagonisti, certo, ai quali si affiancano le donne destinate a interpretare Agnese e Perpetua, in un’evidente sottolineatura del matriarcato su cui si regge il paesello dove tutto ha inizio. Appena defilati, quasi in agguato, stanno don Rodrigo e Gertrude, e cioè il potere e la passione. E per il resto? Per il resto si fa come da sempre a teatro. Ci si scambia la parte, si passa da un costume all’altro. Anche perché la conta non è ancora finita, manca il settimo attore, che in realtà sarebbe il capocomico. Testori gli riserva l’impegnativa qualifica di Maestro e lui, da parte sua, rivendica tutta l’importanza di questa «maestralità» nei riguardi di un mestiere che è semmai ministerium, pratica sacrale attraverso cui inoltrarsi nel mistero. Al centro sta, come sempre in Testori, la forza rivelatrice della parola. «Perché – spiega il Maestro – la teatral parola, più è parola e più spettacolo deve farsi». Ecco allora che, con minimi scampoli di travestimento, il Maestro stesso gioca a impersonare gli ingannevoli opposti, la codardia di don Abbondio e il coraggio di fra Cristoforo, la dissolutezza di Egidio e la conversione dell’Innominato, in un vorticoso scambio di ruoli che ha il suo contrappunto definitivo nel momento in cui Gertrude si trasforma nella madre della piccola Cecilia e si rifiuta di scendere i pochi gradini che separano la sua casa dal carro dei monatti. Alla fine, però, anche lei, la Monaca peccatrice, accetta di farsi avanti e di dire il suo vero nome e cognome, secondo il duplice movimento scandito da Testori: da un lato il disvelarsi della finzione su cui il teatro si fonda, dall’altro l’emergere del coro nascosto nella trama dei Promessi sposi, l’impossibile amalgama di voci che nella scena d’apertura il Maestro si addanna ad armonizzare per «Quel ramo del lago di Como...» e che in seguito si ricompone da sé, per esempio nel languore sinfonico dell’addio ai monti. Un cammino verso l’unità o, per usare il termine prediletto da Testori, verso la «fraternità». Per quanto l’ultima parola, pronunciata com’è giusto dal Maestro, sia un’altra, senza la quale nessuna nazione e nessuna vita può esistere. Una parola semplice, che ancora una volta custodisce la bellezza quotidiana di un nome di donna: Speranza.