Agorà

INTERVISTA. Taylor: non c’è Chiesa senza agape

Élodie Maurot giovedì 26 luglio 2012
Nonostante il caldo, Charles Taylor per dissetarsi ha scelto un bicchiere di bordeaux rosso intenso. Seduto in un bistrot parigino, il filosofo canadese assapora il piacere di ritrovare Parigi - «che amo enormemente» - e un po’ di riposo, dopo una giornata di incontri maratona organizzati sul suo ultimo libro L’età secolare dall’Istituto del mondo anglofono della Sorbona.Paradossalmente, quasi non si è sentita una parola d’inglese in tutta la giornata! Il filosofo del Québec, figura di spicco dell’università McGill di Montréal, si esprime in un francese perfetto, senza accento. Ma forse nella nostra Francia laica bisognava passare da un istituto "anglofono" per invitare un pensatore che s’interessa alla religione, alla secolarizzazione e alla loro ricomposizione nella modernità. Tanto più se è apertamente cattolico.Da parecchi decenni Charles Taylor apporta un contributo notevole alla comprensione della modernità. In Radici dell’io sviluppava magistralmente la genealogia della soggettività moderna, da sant’Agostino alla Riforma, da Montaigne a Cartesio, dai Lumi al romanticismo. In L’età secolare, vasto tomo di oltre mille pagine apparso in francese l’anno scorso, studia il progressivo emergere di una società in cui la fede, anche per il credente più incrollabile, è diventata "una possibilità fra tante".La sua opera è di quelle che rendono le cose più complesse. Con lui non c’è "una" ma ci sono "più" modernità, che intrecciano la diversità delle loro radici, anche religiose. E gli individui si mostrano più ricchi di quanto dicano le scienze umane, soprattutto quando si lasciano contaminare dal modello delle scienze naturali. Lontana dalle "cause oggettive" e dai "determinismi" che si crede spieghino l’uomo, la sua filosofia preferisce passare attraverso la storia, il linguaggio, il corpo, le sensibilità e gli immaginari, guidata da quelli che furono i suoi maestri, il filosofo francese Merleau-Ponty e il grande filosofo tedesco Hegel.Questa sensibilità alla diversità Charles Taylor l’ha acquisita durante l’infanzia. Cresciuto in Québec da padre anglicano anglofono e madre cattolica francofona, il ragazzo non ha mai visto il mondo sotto l’aspetto dell’uniformità. «Nella mia famiglia c’erano sempre spiegazioni in corso – ricorda con un sorriso – La diversità era considerata normale, proprio mentre la società del Québec viveva in un’uniformità religiosa opprimente. Di conseguenza, ho sempre accettato di scaldarmi a differenti legni…».La sua vicenda biografica ha dato vita a uno stile filosofico che è anche un modo d’essere: un gusto per il dialogo che ricorda il filosofo francese Paul Ricoeur, di cui Charles Taylor fu amico. «Ci siamo riconosciuti, lui protestante e io cattolico – sintetizza – L’ho stimato enormemente». Per lui, l’arte della filosofia consiste nel trovare «linguaggi più sottili» per suscitare conversazioni. «È un imperativo morale cercare di comprendersi».Non c’è dubbio che la sua ultima opera, L’età secolare, partecipi di questo sentire. Apre a un dialogo inedito tra credenti e non credenti a partire dal tema della secolarizzazione. Con Taylor, questa non è affatto la «storia di una sottrazione», dove la religione indietreggerebbe sotto i colpi della scienza. È invece una profonda trasformazione degli immaginari e delle sensibilità, che rende possibile «l’umanesimo autosufficiente» ma non invalida la religione. «Bisogna distruggere le facili compiacenze», conclude. «Disfare le sufficienze di certi cristiani nei confronti dei non cristiani, di certi atei nei confronti dei cristiani».Il filosofo non nasconde di essere un credente e un cristiano. «Non sono cresciuto in un’atmosfera molto religiosa, ma fin dall’adolescenza sono sensibile a quello che oggi descriverei come il potere di Dio, un potere di trasformazione e di resurrezione, che il Nuovo Testamento designa con il termine agapê, l’amore di Dio per gli uomini».Charles Taylor è stato un cattolico del Vaticano II, ante litteram, dice. Negli anni ’50 incontra il pensiero personalista e la rivista Esprit, edita da Emmanuel Mounier. Nel circolo ristretto della rivista in Québec, legge i teologi Yves Congar e Henri de Lubac, «allora estremamente marginali». Deve proprio a Congar di avere guardato alla modernità come a «una nuova era della soggettività»: «Ho ripreso quest’idea quando ho descritto la nostra epoca attraverso l’etica dell’autenticità». Vivrà con entusiasmo l’apertura del Concilio Vaticano II, nel 1962: «Era come la caduta del muro di Gerico», ricorda.Tuttavia la Chiesa cattolica non ha finito di «combattere la tentazione della cristianità»: «Nella nostra Chiesa c’è sempre il pericolo di ricondurre a un numero limitato la diversità delle vocazioni, dei modi di vivere. Si ricerca sempre la formula giusta, utile, definitiva. È un errore». Lui ha il gusto di abbeverarsi a più fonti: san Francesco d’Assisi, ma anche la spiritualità francese del XVII secolo – «tanto presente in Québec» – con Maria dell’Incarnazione e Francesco di Sales. Gli piace immaginare la Chiesa come «un vivaio di iniziative», che fa irraggiare l’agapê nel mondo, «come oggi fanno i religiosi americani».Sempre immerso nei libri, il filosofo ama anche i boschi, le camminate e lo sci di fondo. A 80 anni passati, i duri inverni canadesi non sembrano scalfirlo. Ottimista, gioviale, Charles Taylor è un uomo che guarda alla vita. Del resto, quando gli si chiede quale brano della Bibbia gli piaccia meditare, cita il racconto della Resurrezione in Luca, con la domanda rivolta ai discepoli: «Perché cercate il Vivente tra i morti?». «È un interrogativo liberatorio, di un’incredibile profondità».(traduzione di Anna Maria Brogi; su gentile concessione del quotidano «la Croix»)