Agorà

Inchiesta. Superslam, racchette cinesi

Daniele Azzolini mercoledì 15 gennaio 2014
Chinatown sbuca dal nulla con un grande portale di lacca e ghirigori copiato dalla Città Proibita, ma gli spazi sono angusti. Tre strade, poche persone in giro e qualche anatra stecchita nei negozi. La Cina è ovunque in città, meno dove ti aspetti che sia. Il centro di Melbourne, grattacieli di vetro e marmi vittoriani, alberi altissimi e opossum in fila per un po’ di cibo, è nato come emblema di una città di forti tradizioni anglosassoni con un deciso senso di ospitalità verso le minoranze “accettabili”, selezionate da un’immigrazione controllata. Oggi gli ingegneri tedeschi, domani i tecnici scandinavi, poi i tassisti greci e così via. Ma i cinesi si sono resi “accettabili” due volte, e la città è cambiata. Prima ristoratori e sguatteri, dopo imprenditori, con libertà di portare qui le maestranze di casa. Grazie a loro Melbourne ha sentito meno la crisi, dicono, ma non è più la città di prima. Si è cinesizzata.Forse è per questo che, da qui, la proposta di un quinto Slam tennistico da organizzare in terra cinese, appare logica. Tanto più se viene dai tennisti del Celeste Impero. Forse perché la Cina è ingombrante, svelta, reattiva, e arriva ovunque. Forse perché le tradizioni secolari dell’Europa sportiva, viste down under, a testa in giù, appaiono meno ineluttabili, e si arriva persino a pensare che se il gioco vale candela e dollari, molti dollari, si può far finta che i quattro Slam di sempre (da Melbourne a New York, passando per Parigi e Wimbledon), siano rimasti tali non perché esistono da oltre un secolo, ma perché nessuno aveva le possibilità organizzative di farne un quinto. O un sesto. E magari anche un settimo. Ora queste possibilità ci sono, dicono dalla Cina, dunque dateci la concessione. «Noi siamo pronti».Shanghai, Pechino. Già si fanno i nomi della futura sede. E si ipotizzano pure le cifre: gli organizzatori dei 4 Slam tradizionali dovrebbero consentire all’ultima arrivata di ospitare il quinto main event per un miliardo di dollari, incassando 250 milioni a testa. Ai cinesi il tennis piace. E uno slam sarebbero prontissimi a comprarselo. Sono piaciute moltissimo le vittorie olimpiche di Atene, ai Giochi del 2004, e ancor di più quelle della ribelle Li Na (il primo Slam cinese, a Parigi 2011), oggi numero quattro del mondo. Poi hanno scoperto che il tennis è una fabbrica di quattrini, allora il piacere si è trasformato in amore. In pochi anni hanno strappato tre date utili a un calendario affollato (Shanghai al maschile, GuangZhou al femminile e Pechino, combined), quest’anno sono giunte la quarta e la quinta (Shenzen e Wuhan), presto arriverà la sesta (Nanchino, forse). L’Asian Swing già c’è. Dieci tornei nel Sud Est asiatico, con Shanghai e Pechino a fare da fulcro e Corea del Sud, Tailandia, Giappone e Malesia in lieto vassallaggio. «Un nostro circuito per dare maggiori occasioni ai nostri giocatori», hanno fatto sapere, ma con i soldi si fa tutto e la presenza di Djokovic e Nadal, Federer e Murray non è mai mancata.«Pazienza se vi sembra irrealistico – afferma sicuro il direttore del torneo di Pechino, Alfred Zhang –, ma per noi l’ipotesi quinto Slam è la direzione da seguire. Dieci anni fa anche il torneo di Pechino sarebbe apparso impossibile, e invece lo abbiamo messo in piedi e contiamo su una larga base di fans». Oggi il tennis, in Cina, è il terzo sport per ascolti televisivi, dopo calcio e basket, e il mercato che ruota intorno a racchette e racchettari è sui 4 miliardi di dollari. Piccolo per loro, uno sproposito per noi. Lo stesso per i praticanti. Erano 4 milioni a fine anni Ottanta, ora sono 16 milioni. Cifre insignificanti per un movimento che punta ai 50 milioni tondi, ma impressionante se visto in ottica europea. È come se un terzo della popolazione italiana, ogni mattina, uscisse di casa con la racchetta. La crescita, però, è legata al tennis di vertice, e quando e come la Cina riuscirà a proporre una Li Na al maschile non è dato sapere: il primo cinese nel ranking Atp, Wu Di, è al numero 203. Lì il ritardo è netto, nonostante le dieci Accademie già operative (dopo la prima aperta nel 2008 da Michael Chang), ma la risposta è sempre la stessa. «Più tornei, più possibilità di coprire il gap», spiega Anil Kumar Khanna, a capo dell’Asian Tennis Federation. Non bastano gli otto di oggi, ce ne vogliono di più. Con in testa un Grande Slam. «Prima o poi lo avranno», dice John Newcombe, l’ex campione australiano fautore di una deroga cinese alla tradizione. «Rappresentano un settore del mondo in frenetica espansione, e saprebbero organizzarlo benissimo. Non solo, potrebbero pagare il loro avvento agli altri quattro tornei, e rendere tutti felici…». È una regola che i cinesi hanno imparato presto e bene: con i soldi si creano anche le nuove tradizioni.