Agorà

L'anniversario. Storia di Norman, il terzo uomo di una protesta storica

Alberto Caprotti mercoledì 17 ottobre 2018

Norman, Smith e Carlos sul podio dei 200 metri ai Giochi di Messico 1968

C’era una mano bianca dietro quei due pugni sul podio guantati di nero, la protesta sollevata in alto nella notte più calda del Sessantotto dell’atletica. L’immagine più celebre dell’Olimpiade di Città del Messico: 16 ottobre 1968, cinquant'anni esatti fa, tre uomini sul podio del destino. Uno è bianco, non conta. Forse. Perché la storia stringe sempre l’obiettivo della mente, l’occhio vede solo quello che non vuol dimenticare.

Ci sono voluti decenni per allargare l’immagine, per farsi una domanda, per non vedere solo Tommie Smith e John Carlos nell’istantanea che è diventata un simbolo: la loro vittoria senza esultanza, lo sguardo spento verso terra, il braccio sollevato, il pugno chiuso fasciato di pelle nera per simboleggiare la rabbia razziale. Tre uomini appunto. Ma il terzo chi è? «Senza di me, lo avrebbero fatto comunque. Non così però, forse non con quel gesto così profondo…».

La ribellione, l’amore libero, l’assassinio di Martin Luther King il 4 aprile, quello di Bob Kennedy il 6 giugno, i carri armati sovietici sulla Primavera di Praga il 20 agosto. Bisogna considerare tante cose per capire che giorni furono quelli prima dell’Olimpiade messicana. La tensione, la protesta, la paura, i dubbi su un possibile boicottaggio da parte degli atleti neri, la straordinaria gara di un bianco australiano che arriva secondo nei 200 metri ai Giochi. Lo incontrai durante i Giochi di Sydney 2000. Peter Norman aveva 58 anni portati malissimo, cinque figli, gli occhiali spessi e i capelli grigi. Una telefonata, un «ok, vediamoci» detto senza entusiasmo, sospettoso, come può concederlo una persona abituata a nascondersi. E che comunque ha poca voglia di ricordare. Il “terzo uomo” aveva scelto un giorno pieno di nuvole per incontrarmi, per risalire sul podio, per sussurrare a tutti di essere esistito, di non essere solo un pezzo di sfondo insignificante a margine di una foto ingiallita e preziosa. «Perché la gente - continuò - qui in Australia sa che vinsi una medaglia d’argento nei 200 metri ma quasi tutti hanno dimenticato che la gara era quella, quello il podio, quei due i miei avversari...».

Mi sembrò un uomo tranquillo Peter Norman, un ex atleta che ora lavorava per il governo dello stato di Victoria, in un ufficio che si occupava dei problemi dello sport, e di sera suonava la batteria nella banda dell’Esercito della Salvezza. Un uomo qualunque, un australiano come tanti altri, affascinato da quella Olimpiade che si disputava appena fuori dalla porta di casa sua. Ma travolto dai ricordi. Il reduce che c’era in lui venne fuori piano, inevitabilmente: «Era sera - raccontò -, la gara era finita da poco e ci stavamo preparando alla premiazione in una stanza dello stadio. Smith e Carlos non sorridevano: avevano appena vinto un oro e un bronzo olimpico ma erano nervosi; volevano fare qualcosa ma loro stessi erano preoccupati, esitavano. Mancava poco, dovevamo rientrare al centro del campo per ricevere le medaglie, poi Carlos se ne accorse all’improvviso: “Ho lasciato i guanti al Villaggio olimpico, mi disse, e adesso che faccio?”.

La moviola di quegli attimi di storia scorre veloce. Norman aveva quel film stampato negli occhi: «All’inizio non compresi: mi spiegarono che volevano salire sul podio con il pugno alzato e guantato di nero, il colore della rabbia della loro gente. Dissero che era necessario farlo. Che non potevano accettare la medaglia senza dare un segnale forte. Presi la mano di uno dei due, gliela strinsi, dissi che stavo dalla loro parte. Poi Smith prese la decisione: “Io i guanti li ho, io vado avanti, lo faccio...”. Mi intromisi, suggerii di darne uno a Carlos. Così si fecero coraggio l’un l’altro, e sul podio alzarono il braccio entrambi, uno con un guanto sulla mano destra, l’altro sulla sinistra. Io rimasi immobile, al mio posto: la scena era tutta loro…». Tommie e John avevano una coccarda con loro, l’aveva confezionata l’Olympic Project for Human Rights, un’organizzazione nata nel 1967 per protestare contro la segregazione razziale negli Usa, che aveva chiesto agli atleti di appuntarsela al petto in segno di protesta. Norman a quel punto disse ai due ragazzi: «Io sto con voi, datemi una coccarda e la indosserò durante la premiazione. In quel momento pensai di aver fatto la cosa più giusta, fu anche per me un giorno storico e non solo per la medaglia d’argento...».

Williamston, sobborgo di Melbourne: la medaglia di Peter Norman ora è lì, in un museo insieme alla sua maglia olimpica e la foto autografata da Smith e Carlos, «una delle sole tre foto con le nostre tre firme insieme che esistano al mondo», mi raccontò Norman. «Quando mi sento giù vado al museo: sto a guardarla e penso che ho fatto poche cose nella vita così oneste. Dopo la premiazione, a Città del Messico, un dirigente della mia federazione invece mi chiese se ero matto, mi disse che appoggiando quel gesto ero diventato loro complice, che avrei pagato sulla mia pelle la protesta di altri. Ma lo rifarei anche oggi. Tutto ciò appartiene al passato ma anche al futuro, perché i diritti umani sono qualcosa da portare sempre in alto...».

Smith e Carlos hanno pagato la loro scelta: la federazione statunitense li squalificò a vita, e una parte dell’America non li ha mai perdonati. Ai tempi dei Giochi di Sydney 2000 insegnavano entrambi, Smith allenava ancora la squadra di corsa del College di Santa Monica a Los Angeles; John Carlos era ispettore in un liceo a Palm Springs. Quel pugno guantato li ha segnati per sempre, soprattutto Tommy Smith, perseguitato da fanatici razzisti per anni. Sua moglie non resse allo stress e morì suicida. Non erano poveri, forse erano semplicemente stufi, così hanno messo in vendita il senso della loro vita. Carlos voleva pubblicare un’autobiografia e lanciare una linea di magliette con l’immagine del podio di Città del Messico, vendeva su Internet poster autografati a 60 dollari, e copie della celebre foto a 50. Tommie Smith aveva già venduto da tempo la sua medaglia d’oro, la divisa e le scarpe. I guanti, quelli sono rimasti a Città del Messico, gettati sul letto della sua camera al Villaggio olimpico, dimenticati per sempre.

Lui invece, mi disse che non si sarebbe venduto mai. E che non sarebbe riuscito a dimenticare: «Smith e Carlos non hanno fatto del male a nessuno, per questo la loro protesta pacifica è stata efficace e positiva. Il loro gesto non ha cambiato il mondo, ma se ha contribuito a mutarne anche solo un angolo è stato comunque importante». Peter Norman verrà osteggiato per sempre dall’atletica australiana. Nonostante raggiunga il tempo necessario per le Olimpiadi di Monaco 1972, per cinque volte nei 100 e per tredici volte nei 200, il Comitato Olimpico australiano preferì non mandare nessuno a correre gli sprint piuttosto che mandare lui. Non lo invitò nemmeno ai Giochi di Sydney, né in qualità di tedoforo né di spettatore, come se non fosse mai esistito. Eppure è stato il più forte velocista australiano di tutti i tempi. Solo cinque mesi fa il Comitato Olimpico australiano ha fatto retromarcia e gli ha assegnato l’Ordine al Merito, la massima onorificenza sportiva. Cinquant’anni dopo, fuori tempo massimo.

«Non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerle»: gliela ricordai, ma Norman mi disse che non faceva per lui la celebre frase di Evelyn Beatrice Hall, che molti attribuiscono a Voltaire. Semplicemente perché lui quelle idee le condivideva in pieno. In silenzio però, un silenzio che ha pagato caro. Ha vissuto nell’anonimato, distrutto dalla depressione e dalla bottiglia. Mentre il mondo gli voltava le spalle per sempre per aver appoggiato la battaglia di due uomini che non era direttamente la sua, ma nella quale la coscienza gli impediva di non schierarsi. Quando gli chiesi se provava più odio o desiderio di perdono per chi gli aveva rovinato la vita e la carriera, Norman non mi rispose. Ma mi disse la frase d’amore più bella che si possa pensare: «Sono sempre stato un uomo libero: poter decidere se odiare o perdonare è stata comunque una grande libertà...».

È morto solo. Ma John Carlos e Tommy Smith il 6 ottobre 2006 hanno voluto esserci. E portare in spalla la sua bara di legno marrone scuro. L’unico modo che avevano per dirgli grazie per l’ultima volta. Peter Norman, due anni prima, era venuto a Sydney per vedere la finale dei 200 metri. Ospite di nessuno, si era pagato il biglietto come un uomo qualunque. Il primo a sinistra in una foto.