Agorà

Il libro. Quando c'era il comunismo: i ricordi di Sergio Staino

Massimiliano Castellani giovedì 21 gennaio 2021

Sergio Staino

«Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice, solo se lo erano anche gli altri...», cantava Giorgio Gaber in una nostalgica e struggente Qualcuno era comunista. E questa soffice patina di nostalgia, dalla prima all’ultima riga attraversa anche Storia sentimentale del P.C.I. (Piemme, pagine 168, euro 17,50), il memoire scritto e disegnato da Sergio Staino.

Compagni persi e amici ritrovati, botteghe illuminate e oscure, sono queste pagine amarcord, in cui Staino passa in rassegna i leader di quello che fu o resta del Pci (Ds, Pds, Pd): da Gramsci e Togliatti, fino a Natta, Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani, Renzi, Zingaretti... È un diario di bordo, dal sottotitolo gaberiano anche i comunisti avevano un cuore, in cui capitan Staino fa i conti con il passato e traccia l’elenco degli “affidabili” che hanno tracciato il solco di una storia, che fu collettiva, fino alla deriva populista grillina del «vaffa».

Non si pone più domande, dà solo risposte: a se stesso, ma anche a quelli che sono interessati a rileggere la Storia e a non concedere più campo al superficiale, peggio ancora a qualche pernicioso revisionismo. Una grande Storia raccontata, da «compagno» (parola chiave di un percorso secolare, che lo fa tornare il ragazzo, classe 1940, di Piancastagnaio), e riletta con occhi stanchi e sempre più al buio, eppure con lo sguardo schietto del saggio – proiettato al passato, al presente e al futuro – che è poi ancora quello di Bobo. La sua creatura, forse la migliore partorita dalla nostra tradizione satirica. L’omone proletario, solamente sosia di Umberto Eco, perché in realtà è lo stesso Staino, che a colpi di mina, con il suo alter ego, a spallate si è fatto largo tra gli italici piangenti, dal lontano 10 ottobre 1979. Il giorno della nascita di Bobo, apparso prima su Linus per poi traslocare nel giornale fondato, nel 1924, da Antonio Gramsci, il più volte morto e resuscitato quotidiano L’Unità.

«A tavolino ho pensato a un personaggio in grado di raccontare le mie disavventure, quelle di un uomo al tempo transfugo dai marxistileninisti per aver subodorato la deriva terroristica», questa la genesi di “Bobo-Staino” che grazie al «fumetto satirico – dice – ho imparato a dire sempre la mia opinione senza remore o paure». Un irregolare, amante dei dirigenti borderline che per lui sono stati gli ultimi veri interpreti del comunismo italiano: «Trentin, Ingrao, Di Vittorio, Terracini, Reichlin, Rossana Rossanda, Luigi Pintor e i socialisti di sinistra, Lelio Basso e Vittorio Foa». È la lista finale di Staino che rende omaggio anche a Emanuele Macaluso – a 96 anni ci ha appena salutati per sempre – «quel primo direttore che mi volle all’Unità... Io sono sicuro che se avessimo avuto lui come punto di riferimento politico nel 1921 a Livorno non avremmo fatto la scissione».

Cinque anni dopo il suo debutto editoriale, il 13 giugno 1984, Bobo a Roma si trovò a piangere e rimpiangere, assieme ai 3 milioni di italiani arrivati al funerale di Enrico Berlinguer, l’ultimo vero leader – silente – del Pci. Dalla sua matita titubante, quel giorno Staino tirò fuori un Bobo triste, con la bandiera rossa, ammainata a lutto, sulla spalla che, smarrito, va incontro a un giornalista che gli domanda: «La cosa più grande che ha fatto Berlinguer?». E Bobo risponde secco: «Non aver mai ascoltato i miei consigli».

Autore capace di far sorridere l’intelligenza. E proprio come voleva Voltaire, il compagno Staino ha sempre vissuto, lavorato e combattuto per poter arrivare alla degna conclusione che «non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire». In un tempo arido come questo, non può che rifugiarsi alla sua maniera nel passato e tracciare un ponte, tutt’altro che ideale, tra Che Guevara e Gesù. «Sono due persone che amo nello stesso modo, due grandi idealisti morti per una battaglia impossibile, però morti lasciando insegnamenti e speranze sempre vitali».

Quelle speranze vitali che anche danzando a ritmo di Tango (sottotitolo: «settimanale di satira e di travolgenti passioni», Staino e i suoi compagni di avventura hanno provato a sbandierare, almeno fino alla vigilia del crollo del Muro di Berlino. Da lì in poi, il diluvio nazionale. E oggi, la sua unica certezza è che «non si può fare una rivoluzione con persone pronte ad ammazzare il prossimo pur di far vincere la propria idea». E alla domanda finale: chi ci salverà? Staino si affida ancora e solo alla lezione di Gramsci: «Il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà».