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Intervista. Spazio: l'Italia in tuta rosa

Antonio Lo Campo giovedì 16 gennaio 2014
L’addestramento per la Expedition 42 entra nel vivo. È la missione della navicella Sojuz che il 24 novembre del 2014 invierà metà dell’equipaggio (gli altri tre saranno già nella Stazione) della “Spedizione numero 42” per la Stazione Spaziale Internazionale (Iss). A bordo vi sarà Samantha Cristoforetti, astronauta italiana dell’Esa dal 2009, che ha iniziato la lunga trafila di preparazione alla sua missione di lunga durata in orbita. Samantha è destinata a diventare la prima italiana in viaggio tra le stelle, e solo la terza europea a compiere un’impresa spaziale. Trentina di origine, ufficiale pilota dell’Aeronautica militare e astronauta dell’Agenzia spaziale europea, si dedica ormai a tempo pieno alla preparazione per il volo spaziale che la vedrà protagonista, in una missione della durata di sei mesi sulla grande base orbitante. La Stazione si trova quattrocento chilometri sopra il nostro pianeta. È una struttura pesante quattrocento tonnellate, formata da centinaia di componenti realizzate da varie nazioni (Italia compresa), che nel frattempo ha già ospitato anche gli italiani Umberto Guidoni, Paolo Nespoli, Roberto Vittori e Luca Parmitano.In questi giorni, la prima astronauta italiana si trova alla “Città delle Stelle”, nei pressi di Mosca. La Russia infatti, è uno dei partner maggiori del programma Iss: «Qui, dove si sono addestrati i cosmonauti dai tempi di Gagarin e della Tereškova, si svolge una parte significativa del mio addestramento – ci spiega Samantha Cristoforetti – non solo per quanto concerne la parte russa della Stazione Spaziale, ma anche e soprattutto per la preparazione al mio ruolo di ingegnere di bordo della Sojuz, la piccola astronave che, dopo il ritiro dello Space Shuttle, è l’unica che garantisce il trasporto degli equipaggi verso la Iss e il rientro, una volta completata la missione».Samantha, siete ormai nel pieno dell’addestramento: su cosa vi state preparando ora?«Dovremo trascorrere sei mesi in orbita e saranno necessarie soltanto poche ore nella Sojuz per il lancio e per il ritorno. Eppure gran parte dell’addestramento è dedicato a queste fasi, perché sono i momenti più dinamici e potenzialmente pericolosi. Insieme al mio comandante, Anton Škaplerov, passo diverse ore a settimana nel simulatore Sojuz, spesso con indosso la tuta pressurizzata russa Sokol. Ripetiamo le procedure e, soprattutto, affrontiamo insieme le molteplici avarie che il nostro istruttore inserisce negli scenari sempre diversi. Il mio ruolo è un misto tra co-pilota e ingegnere dei sistemi; ci si aspetta da me una conoscenza approfondita della macchina, ma anche la capacità di assistere il comandante nel gestire le “fasi dinamiche”. Per intenderci: quando funzionano i motori. Sono anche addestrata, così come Anton, al volo manuale, sia per l’attracco alla Stazione Spaziale sia per il rientro».E i suoi due compagni di missione? «Terry Virts, astronauta della Nasa, è il terzo membro del nostro equipaggio e anche lui, come Anton e me, è un pilota militare. Terry si unisce a noi in alcune delle sessioni nel simulatore, ma con lui lavoro molto più intensamente a Houston, dove ci addestriamo insieme alla gestione del braccio robotico, alle passeggiate spaziali e alle varie operazioni di bordo, dagli esperimenti scientifici alla manutenzione. Recentemente ci è anche capitato di essere insieme per una settimana in Europa, al Centro addestramento astronauti di Colonia. Terry si addestrava su Columbus il laboratorio europeo della Stazione spaziale, io su Atv, un grande veicolo di rifornimento automatico che porta sette tonnellate di carico sulla Iss. E l’anno prossimo torneremo insieme in Giappone. Insomma, la Iss è davvero una casa dell’umanità dello spazio. E non è da dimenticare che gli elementi pressurizzati in cui vivono gli astronauti sono in gran parte “made in Italy”, e che un grande contributo durante la fase di costruzione è stato dato dagli Mplm, i moduli logistici forniti all’Agenzia spaziale italiana. Peraltro la mia missione, Futura, è proprio il frutto di quell’impegno della nostra industria». Diventerà la prima italiana nello spazio. Era il suo sogno, quello di essere astronauta? O voleva fare solo il pilota?«Il mio sogno fin da bambina era proprio di diventare astronauta. È stato sempre un elemento forte di motivazione per me, fin da adolescente ho cercato di acquisire competenze che sarebbero state utili a un’astronauta, dalla subacquea alla lingua russa. Per diventare astronauta non c’è un percorso diretto: io ero appassionata di tecnologia e di scienza, per cui dopo il diploma ho studiato ingegneria aerospaziale. Dopo la laurea sono entrata nell’Aeronautica militare e sono diventata pilota. Tutte queste esperienze, insieme a tanta fortuna, mi hanno permesso di diventare astronauta».Ha dei miti di quando era ragazzina? Le imprese di Valentina Tereškova, la prima donna dello spazio, o l’americana Sally Ride?«Conoscevo le loro imprese tramite letture. Però tra le astronaute donne ammiravo in particolare Eileen Collins, che negli anni Novanta divenne prima donna pilota dello Shuttle, e in seguito la prima donna pilota a comandare una navetta spaziale. Ammiravo anche molto Shannon Lucid, prima americana a passare diversi mesi sulla stazione spaziale russa Mir».Resterà a bordo della stazione spaziale per sei mesi: sa già quali saranno i suoi compiti?«Per ora ho acquisito le certificazioni generiche. Per esempio, sono addestrata a operare col braccio robotico: quasi sicuramente mi capiterà di doverlo usare per “catturare”" un veicolo di rifornimento, Dragon o Cygnus, e attraccarlo alla Stazione Spaziale. Oppure potrebbe capitare di fare una passeggiata spaziale, eventualità per la quale mi sono addestrata sia con la tuta americana Emu che con la tuta russa Orlan. Sicuramente farò molti esperimenti scientifici, per i quali mi addestrerò nei prossimi mesi. Sono particolarmente contenta di poter effettuare una serie di esperimenti selezionati dall’Agenzia spaziale italiana proprio in occasione della mia missione: dall’equilibrio all’utilizzo di nanotecnologie per contrastare la decalcificazione delle ossa, dall’insufficienza venosa alle stampanti 3D, dai problemi del sonno a sistemi innovativi di monitoraggio della salute... La nostra comunità scientifica sarà ben rappresentata durante la missione Futura.Quindi ormai ha poco tempo libero per letture o altri hobby?Un po’ del tempo libero lo trascorro scrivendo sui blog o twittando con amici appassionati di astronautica, aggiornando la mia avventura e preparazione. E poi sto leggendo dei libri di nutrizione, un tema che mi interessa molto e che potrebbe diventare un leitmotiv della mia missione. E sto imparando il cinese». Si prenota per un volo futuro con i cinesi? Anche loro ormai sono protagonisti dello scenario spaziale...«Per ora è solo un mio interesse personale, però non si sa mai».