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L'INTERVISTA. Sos giustizia: «Lo sport è malato»

Pier Augusto Stagi sabato 12 gennaio 2013
 L’ uomo invisibile batte Superman. Lo annienta. Lo tramortisce. E lo priva delle sue sette maglie gialle che lo a­vevano fatto diventare agli occhi del mondo davvero un super eroe. Benedetto Roberti met­te spalle al muro Lance Armstrong, l’uomo in­vincibile, l’uomo della speranza, l’uomo che ha saputo combattere il cancro e tornare più forte di prima. Non è un fumetto, ma cronaca di questi giorni. Una storia che non ha ancora scritto la parola fine, ma che potrebbe aver scritto la fine di questo “supe­ruomo” che ora è spalle al mu­ro. Tra qualche giorno, giovedì prossimo, il texano di Austin parlerà in tivù per raccontare la sua versione, la sua verità. Tra pochissimo anche il pm di Padova chiuderà ufficialmen­te la sua benemerita inchiesta e il modo dello sport, non so­lo quello del ciclismo, trema. Armstrong-Ferrari-Roberti: è sicuramente questo l’asse sul quale poggia l’inchiesta anti­doping più importante e sconvolgente della storia del­lo sport. Migliaia di pagine dattiloscritte, documenti, ver­bali e intercettazioni telefoni­che e ambientali, rogatorie in­ternazionali: dalla Svizzera al Principato di Monaco, pas­sando per la Spagna. Seguen­do la pista Ferrari, Roberti si è trovato davanti a degli ele­menti che hanno portato, di fatto, all’apertura dell’inchie­sta americana della Usada contro il sette vol­te vincitore del Tour, ma alla fine ha trovato molto di più. «I dirigenti delle Federazioni sanno tutto, più di quello che vogliono farci credere – spiega Roberti –. È vero, non è facile organizzare una buona lotta al doping, ma sarebbe già suffi­ciente emarginare le mele marce, quelle che sanno fare sport solo con l’aiutino». È appassionato di ciclismo? Molto. A 17 anni sono stato letteralmente cat­turato dal fascino delle due ruote. Ho corso an­che qualche Gran Fondo, oggi però faccio so­lo passeggiate. Facendo le Gran Fondo, quindi, avrà visto chis­sà quante cose che non andavano… Diciamo che mi sono fatto proprio una bella cultura in materia. Il mondo amatoriale è di gran lunga peggiore di quello professionistico. Sarebbe da fermare in blocco, fanno cose i­naudite, con una facilità e una semplicità che fanno rabbrividire solo al pensiero. Ho visto tantissime persone che si fan­no le supposte di cortisone po­co prima del via, lì sulla linea di partenza, davanti a tutti. E partecipanti che si iniettano con naturalezza sostanze di o­gni tipo. Non parliamo poi del­le gare sotto l’egida della con­sulta Udace: sarebbero tutte da chiudere. Il problema è che nel ciclismo regna la più asso­luta stupidità, non l’ignoranza. E la stupidità è molto peggio dell’ignoranza. C’è un pro­blema di sottocultura genera­le. Mi creda, è una cosa aber­rante. Ma lo sa che c’era un di­rettore sportivo che frequen­tava il Sert perché tossicodi­pendente e per il mondo del ciclismo che ne era al corren­te, tutto questo era normale?. Che idea si è fatto? Che non si può combattere il doping solo con la repressio­ne. Il problema è cambiare le teste, fare cultura, ricreare un senso di responsabilità. Ma sulla vicenda Alex Schwazer, il Coni sa­rebbe stato scavalcato. Non sapevano nulla, la Wada sì.Questo non lo so. Alla Wada sono stati tra­smessi alcuni aspetti della mia indagine solo due mesi fa, in quanto organo superiore della Nado e, quindi, sopra anche al Coni. Si tratta pertanto di una polemica infondata. Io non ho tempo di preoccuparmi di queste beghe da bar. I miei interlocutori sono stati e sono l’In­terpol e la Wada, organismi sovranazionali, con i quali collaboro da oltre due anni e che han­no a Lione un vero e proprio ufficio mondiale dell’antidoping, a cui si sono rivolti, poi, gli in­vestigatori americani. Ma come è messo il calcio? Sono sicuramente più organizzati, diciamo anche più furbi. C’è un’attrezzatura umana e di sistema migliore. Certo, qualche sospetto ce l’ho anche per loro, perché vedo che ci sono cal­ciatori che da un anno all’altro aumentano in maniera considerevole le loro masse musco­lari. Ci sono ragazzi che hanno muscolature armoniose e dopo una sola estate si ripresen­tano che sembrano omini di gomma. E, so­prattutto, sono soggetti a continui infortuni e non si reggono più in piedi. Il calcio ha avuto tanti casi analoghi, anche recenti. Non sono io a dirlo, ma a distanza di tempo sono stati gli stessi calciatori ad ammettere di aver fatto ri­corso al doping, perché oggi il calcio è sì sport di abilità, ma anche e soprattutto di corsa: chi arriva prima sul pallone ha la meglio. Ma i club di calcio possono disporre di centri specializ­zati, di strutture qualificate per ridurre al mi­nimo i rischi. Questo non toglie che si possa fare ricorso a pratiche illecite… Però non escono scandali…. Non escono perché non si va ad indagare… Non è esattamente così. O, meglio, noi fac­ciamo la nostra parte, ma probabilmente le Fe­derazioni non so se fanno altrettanto. Togliere tutti e sette i Tour ad Armstrong do­po così tanti anni, ha senso? Non trova che sia una decisione un po’ ipocrita? Ci dovrebbe essere la prescrizione, dopo ot­to anni…. L’Uci dovrebbe togliere la licenza a team manager come Bjarne Riis, che è un reo confesso. Invece, non solo non gli hanno tol­to il Tour che ha vinto nel ’96, ma è lì che lavo­ra come se niente fosse. Ma su chi cadrebbero le maggiori responsa­bilità? Le famiglie non sono esenti da colpe. Fami­glie che non sanno nemmeno cosa sia un’ali­mentazione corretta e imbottiscono i loro ra­gazzini di hamburger e Red Bull. Ma lo sa che questa bevanda che va tanto di moda tra i gio­vani è una vera bomba? Non è doping, questo no, ma è carica di caffeina, taurina e vitamine di ogni tipo. Ci sono ragazzi che nel loro vali­gino hanno aghi a farfalla, flebo, siringhe pron­te. Borracce contenenti Coca Cola, caffeina, contramal e teofilina. La teofilina e la caffeina combinate assieme sono altamente nocive per la salute. Le ho fatte analizzare recentemente dall’ospedale di medicina legale di Padova: i risultati mi hanno confermato la loro tossi­cità. Insomma, il quadro è desolante… Molto. Le dico solo che quest’anno hanno va­rato una eritropoietina cinese, di cui non co­nosco il nome, che è assolutamente invisibile ai controlli antidoping ed è stata la vera regi­na dei Giochi di Londra. Pare che ne abbiano fatto ricorso un po’ tutti. Il Cio e la Wada ne so­no a conoscenza: lo sport è malato. Tutto lo sport. Insomma, cerchiamo di vivere la favola bella dello sport, ma la storia che tutti voi sie­te costretti a raccontare è molto diversa dalla realtà. E per il momento è solo un grande in­ganno.