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Anteprima . La SLA al cinema....cercando se stessi

Alessandra De Luca mercoledì 19 agosto 2015
La malattia come occasione per scoprire la propria voce, i desideri più autentici, la vera immagine di se stessi. Per stringere nuove amicizie, comprendere fino in fondo la forza dei rapporti umani, scoprire l’amore di chi ci sta intorno. Il cinema si sa, ama la malattia, imperdibile occasione anche per gli attori di dimostrare la propria versatilità e il coraggio di imbruttirsi, deformarsi fino a rendersi irriconoscibili. Davanti alla malattia tremano i polsi anche agli Oscar, basti pensare che quest’anno le statuette sono andate a Julianne Moore, affetta da Alzheimer in Still Alice e a Eddy Redmine, malato di Sla in La teoria del tutto, sulla storia del fisico Stephen Hawking.  C’è una presa di coscienza anche al centro del film drammatico Qualcosa di buono  diretto da George C. Wolfe, che ha scelto di portare sullo schermo l’omonimo romanzo scritto da Michelle Wildgen. In arrivo nelle nostre sale il 27 agosto, il film è la storia di Bec e Kate, due giovani donne assai diverse, ma accomunate da un percorso che porterà entrambe a trovare la propria reale identità. Bec (Ilary Swank, già gravemente ammalata in Million Dollar Baby di Clint Eastwood) è una pianista di musica classica, dolce e garbata, innamoratissima del marito Evan ( Josh Duhamel). La coppia vive una vita perfetta, in una casa perfetta, tra amici perfetti. Fino al giorno in cui la donna scopre di avere problemi a suonare il piano. Un anno dopo la ritroviamo in tutt’altra situazione: le è stata diagnosticata la Sla, la malattia ha già colpito duramente e Bec dipende in tutto e per tutto da suo marito e da un’infermiera che la fa sentire solo una paziente.  È a questo punto che entra in scena Kate (l’emergente Emmy Rossum), giovane studentessa aspirante rock star, impantanata in una relazione sbagliata e confusa sul da farsi. Quello di assistere Bec sarebbe il lavoro meno adatto a lei che non sa neppure frullare la verdura o cuocere un uovo, ma la ragazza ci prova, e ci riprova. Bec sembra divertita da quella goffa assistente tutt’altro che specializzata, capace però di farla sentire 'normale'. Quando sono insieme la malattia sembra scomparire, quello che vediamo sono due amiche pronte a sfidarsi sul terreno dell’ironia, con ferocia e spensieratezza al tempo stesso, amarezza e fiducia reciproca.  Come spesso accade nella vita reale, la malattia avrà conseguenze devastanti sul matrimonio con Evan: l’uomo sbaglia, si allontana, torna indietro, implora il perdono, cerca di farsi accettare da quella moglie tanto fragile e così disperatamente amata. Ma sarà Kate a rimanere al suo fianco nel momento più atroce, quello della fine. Per realizzare un film così delicato era necessaria una forte dose di autenticità, e questa era la principale preoccupazione del regista. Per questo si è avvalso della consulenza di Mary Beth Geise, infermiera professionale con decenni di esperienza nell’assistenza di pazienti di Sla, che ha lavorato a stretto contatto con la Swank per garantire verosimiglianza nei movimenti, nel linguaggio e nei cambiamenti ai quali vanno incontro nel tempo le persone affette da questa malattia. La Geise ha lavorato anche con la Rossum e Duhamel per aiutarli a comprendere il processo di cura e assistenza. Inoltre alcuni ammalati di Sla hanno partecipato come comparse in una scena chiave del film ambientata all’interno di un ospedale. Il risultato è un film vicino e speculare a Still Alice diretto da Wash Westmoreland e Richard Glazer (recentemente morto proprio di Sla). Lì il racconto di una lenta, ma inesorabile discesa verso l’oblio, qui quello di una progressiva scoperta di se stessi all’interno di un corpo che dimentica le proprie capacità abbandonando la mente. Pur non raggiungendo le vette interpretative della Moore, Hilary Swank, non certo nuova alle trasformazioni fisiche (ha vinto un Oscar nel 2000 per  Boys Don’t Cry  dove diventava un uomo) rende con efficacia lo strazio di chi perde autosufficienza e dignità, intrappolato in una prigione di carne che non risponde più ai comandi. Di chi soffre pene atroci per le complicazioni che sopraggiungono con il progredire della malattia.  Ma è forse proprio l’ansia di restituire in maniera credibile il calvario dell’ammalato a far scomparire Bec dietro una maschera oltre la quale si vede poco. Così il suo personaggio finisce cristallizzato da una serie di cliché diventando strumentale al percorso di formazione di Kate, che forse è la vera protagonista del film. Un’occasione perduta per chi sperava di comprendere meglio non solo le trasformazioni fisiche, ma anche sentimenti, emozioni, paure e speranze di chi attraversa a testa alta questa dolorosa esperienza.