Agorà

OLIMPIADI. Siamo ai Giochi d’Asia

Alberto Caprotti giovedì 2 agosto 2012
​Sparano, lottano, tirano con l’arco. E non sbagliano un colpo. Sono un’armata, stanno portandosi via l’Olimpiade. Si sapeva che sarebbe finita così, che la lunga marcia degli occhi a mandorla si sarebbe conclusa con il sorpasso sugli Stati Uniti. A Pechino era già successo. Ora, il resto. Ma c’è qualcosa di nuovo, di imprevisto: non c’è solo la Cina, è l’Asia che si sta prendendo i Giochi. Sessantadue medaglie in cinque giorni. Non è solo sport, per questo vale un tesoro. Il podio olimpico è il vero contropotere. Cambia le gerarchie politiche, sconvolge le classifiche economiche, contribuisce al peso internazionale di un Paese. Questione di soldi, anche. Come sempre. Non si vince solo per la gloria. I Cinque Cerchi sono il brand mondiale più ricco dopo la Apple. Vengono stimati 47,6 miliardi di dollari. Crudele pensare che sono nati ad Atene. E che qualcuno ha calcolato che oggi valgono 134 volte più della Banca di Grecia. A Londra 2012 si è riaperta la rincorsa. La chiamano “Medal-Mania”, è una sottile guerra di classifiche. Che cambiano di giorno in giorno, senza un valore assoluto. Perché la spedizione azzurra a Pechino è stata considerata un grande successo, ma Michael Phelps ha vinto, da solo, lo stesso numero di ori dell’Italia (8). È fatale che un argento dell’Austria valga più di cinque ori della Germania. Contano le proporzioni. Quelle che dicono che Bahamas e Australia sono in cima al mondo per numero di podi conquistati in rapporto al numero di abitanti. E che, se si considera l’equivalenza tra medaglie e grandezza geografica, nessuno è più potente di Olanda e Giamaica. L’avvio di questi Giochi sembra stravolgere la geopolitica sportiva del pianeta. Un egiziano per la prima volta sul podio nella scherma, volendo può sottolineare in punta di fioretto la strada che sta percorrendo il suo Paese verso la democrazia, ma non si era mai visto. Così come la Francia nuova padrona della piscina e terza potenza assoluta mondiale con 11 medaglie. Buone per far gonfiare il petto al presidente Francois Hollande che, travolto dall’entusiasmo, ha addirittura annunciato una possibile candidatura di Parigi per ospitare l’edizione del 2024. L’Olimpiade fa anche questo: sposta le prospettive. Ma dipende dalle vittorie. È sempre stato così. I Paesi scendono e salgono al listino del medagliere, Borsa parallela del potere. E qui in assoluto comanda ancora l’America: 2.302 medaglie nella sua storia, 1.200 più della nemica Urss, in calo da quando si chiama Russia. La Cina viaggia veloce, ma con 385 medaglie totali dal 1886 a oggi, è ancora molto lontana. Però il presente è suo. E solo quello vale: a Pechino 2008 ha battuto gli Usa per ori (51 a 36), ma è rimasta sotto di dieci (100 a 110) nel totale. Sarà battaglia tra giganti, podio a podio, fino alla fine. Ma l’esito pare segnato. I cinesi a Londra sono dietro ogni angolo. L’agenzia di stampa di Pechino, una delle cento del Paese, da sola ha inviato 140 giornalisti ai Giochi. Ogni mattina in tutti gli alberghi viene distribuito il China Daily, quotidiano in inglese con le prime sei pagine dedicate all’Olimpiade e, naturalmente, a storie e successi cinesi. Solo i toni sembrano meno trionfalistici di un tempo. Forse per un rigurgito di prudenza. Che dietro a questa irresistibile scalata possa esserci anche l’uso di pratiche o di sostanze illecite infatti, è un sospetto fondato. Come al tempo dell’ineffabile Ma Yuren, l’allenatore che nell’atletica agevolò record spaventosi e irreali usando per i suoi atleti sangue di tartaruga, occhi di tigre e altri rimedi della medicina tradizionale cinese. Almeno, così diceva lui. O come quando almeno due generazioni di nuotatrici vennero spazzate via dai controlli dopo aver fornito riscontri cronometrici da brivido. Difficile, ora, mettere la mano sul fuoco per la sedicenne Ye Shiwen che nuota come un motoscafo, anche più veloce dei maschi, ma che è solo «di specchiata virtù e assai volenterosa nell’allenamento», come dicono i dirigenti cinesi. Ora, però, bolle anche altro nella pentola d’oro sopra al braciere. Tanta roba. Le due Coree, soprattutto. Ma anche Giappone, le repubbliche ex-sovietiche del ricco Kazakistan e dell’Uzbekistan, Mongolia, Thailandia, Taipei, India (ancora in letargo e lontana malgrado potenzialità gigantesche). Sollevano pesi come fossero fuscelli e salgono sul podio facce molto simili tra loro. Mai viste prima. L’Asia sgomita, invade orti e corsie altrui. Impressionante l’incedere delle due Corea, 12 medaglie in tutto, metà delle quali d’oro. Ma che quella del Sud, nuova espressione di capitalismo avanzato, fosse in ascensionale progresso era noto, a stupire è soprattutto la Corea del Nord. Armatissima, misteriosa, di impronta nostalgicamente stalinista, che non aveva mai dato grandi segni di vitalità sportiva. Anche perché hanno altri problemi, ad esempio quello di sopravvivere. Invece a Londra sono arrivati in silenzio, si sono offesi quando a un incontro di calcio hanno sbagliato la loro bandiera, e si stanno vendicando impilando medaglie nel judo e nel sollevamento pesi: già 4 in cinque giorni. A Pechino ne presero 6 in totale. Ingiusto pensarlo, ma dal passato riappare, come un ologramma, la figura di Sim Kim Dam, la nordcoreana che cinquant’anni fa correva gli 800 in 1’58’’ quando russe e tedesche si affannavano per farlo in due secondi di più. Il record del mondo non le venne mai riconosciuto: aveva i baffi. Ma questo, per la geopolitica dei Giochi, pare solo un dettaglio.