Agorà

Fotografia. Se la mascherina cancella il sorriso

Giuseppe Matarazzo giovedì 7 maggio 2020

Una impiegata del servizio di trasporto ferroviario tedesco accoglie i passeggeri alla stazione di Francoforte, in Germania. Il sorriso è dietro la mascherina, ma le ridono gli occhi

Tornerà, il sorriso. Lasciata l’emergenza alle spalle rispunterà sui nostri visi. Forse in maniera nuova, più consapevoli del suo valore. Ma adesso? Fra preoccupazione e mascherine, che fine fanno tutti i nostri sorrisi lasciati per strada o con i nostri amici, in un negozio o sulla metropolitana, al mercato, allo stadio o al parco? Quale sorriso viaggia in Rete fra le 90 milioni di foto postate ogni giorno su Instagram? Dove sta il sorriso in questo tempo a volto coperto? «Da un mese e mezzo è stato di fatto abolito il sorriso pubblico. Il sorriso è riservato al focolare domestico. La nostra mimica, i messaggi non verbali sono – e lo saranno certamente nei prossimi mesi – aboliti. Nascosti. Dobbiamo per forza di cose rispolverare un’espressione molto tenera: “sorridere con gli occhi” e rimpiazzare il sorriso per comunicare il saluto, la gioia, l’affermazione o la vicinanza, con gesti di altre culture, come alzare il pollice o con buffi movimenti, come darsi il gomito», spiega il giornalista Michele Smargiassi autore di un volume appena uscito per Contrasto che si intitola proprio Sorridere. La fotografia comica e ridicola (con prefazione di Stefano Bartezzaghi, pagine 112, euro 22,90). Un excursus sulla fotografia del “sorriso”, da quando era “bandito” – ma per altre ragioni – nei primi ritratti ottocenteschi degli albori della fotografia al “ say cheese” che per decenni ha “obbligato” al sorriso per mostrarsi felici nelle foto ricordo dove al contrario era bandita la serietà, per passare dai sorrisi stereotipati dei selfie di ultima generazione fino alle più ironiche pose di grandi fotografi come Elliott Erwitt o Martin Parr che il sorriso invece lo generano. Una carrellata interessante e divertente che sembra un “divertissement” in questo tempo emergenziale in cui è difficile ridere e anche un semplice sorriso scompare dietro la mascherina. Ma così non è. Anzi. È l’occasione per riflettere sul sorriso. Quello vero, autentico, della gioia, della speranza, dell’umanità. «Ho visto persone e associazioni che hanno inventato mascherine trasparenti sulla bocca per lasciare vedere le labbra e il sorriso – sottolinea Smargiassi, fra i più acuti osservatori italiani del mondo della fotografia, autore del blog Fotocrazia, su La Repubblica. Un aspetto fondamentale per esempio, nella comunicazione dei non udenti. In Rete, nei media, sono circolate poi tantissime foto di medici, infermieri, persone sorridenti, dietro la mascherina, con gli speranzosi cartelli dell’#andratuttobene, che hanno accompagnato l’inizio di questa battaglia contro la pandemia. Sorrisi, nonostante tutto». La nostra mimica, la nostra faccia, con il lockdown si sono trovate improvvisamente “solo per noi”, solo per la nostra famiglia, per chi ce l’ha, a casa. Oppure sono diventate solo immagine da comunicare. «Abbiamo vissuto una decina d’anni scanditi dai selfie, che in molti continuano a considerate “volgari” ma rappresentano comunque una struttura significante delle relazioni del nostro tempo. Un modo di esprimersi alternato alla presenza. Per il mondo adesso – riprende Smargiassi – siamo solo immagine mediata da uno schermo, sui social come negli aperitivi, nelle presentazioni in streeming, sulle piattaforme di meeting, nelle videolezioni a scuola, la nostra faccia in tante finestrelle di facce. Una immagine non fedele, perché incorpora uno stile, una tecnologia. Risulta deformata e connotata dal mezzo».

Ma in questo momento – per fortuna – riesce a garantirci una socialità. E ad essere presenti lì dove vorremmo in qual- che modo essere. «Mi ha colpito – continua Smargiassi – qualche settimana fa l’iniziativa di don Giuseppe Corbari, parroco di Robbiano, in Brianza, che nel celebrare la messa in streeming ha posto sui banchi della chiesa delle foto–ritratto chieste ai propri parrocchiani in segno di vicinanza. Non dei “sostituti” ma dei “rimpianti” della loro presenza… Come dire sono qui in immagine perché purtroppo non possono essere presenti». La fotografia e l’immagine scoprono una nuova evoluzione. Una nuova funzione sociale. E anche il nostro modo di farci immagine cambia. Incredibilmente. Come tante volte è cambiata nella storia. «Di fronte al rigore del ritratto “ufficiale”, in cui sorridere era considerato sconveniente, qualcosa di specificamente fotografico è accaduto al tramonto del secolo borghese. Qualcosa ha convinto le masse, dice Edgar Morin, a “far affacciare l’anima alla finestra del viso” attraverso l’arcobaleno delle labbra. L’invenzione del fotosorriso che irrompe spazzando via ogni tabù forse è databile con una certa precisione – spiega Smargiassi, azzardando una valida ipotesi –: al 1888, l’anno in cui George Eastman commercializzò la sua prima Kodak a rullo per famiglie, prezzo abbordabile ed estrema facilità d’uso. Non fu l’apparecchio a produrre il sorriso, sia chiaro: piuttosto l’ideologia pensata per venderlo, creata e imposta dalla prima possente campagna pubblicitaria dell’era moderna. Se non c’è Kodak, non è un momento degno di essere ricordato; se non c’è Kodak non c’è famiglia felice. Il sorriso, da allora, è la bandiera della serenità familiare issata sul pennone della sua esposizione, l’album sul tavolino del salotto. La prova che la felicità è stata raggiunta». Poi il sorriso è degenerato al punto che non si può non sorridere davanti a una macchina fotografica o a un telefonino. A furia di sorridere “obbligatoriamente” il sorriso è diventato – in fotografia of course – una finzione universale, «una ipocrita maschera di amichevolezza dietro cui si può nascondere perfino l’orrore». Il paradosso. Pensiamo «ai marines americani che sorridono tutti, com’è doveroso quando ci si fotografa, mentre torturano i prigionieri iracheni nelle celle di Abu Ghraib. Quei souvenir dell’orrore appartengono alla “cultura della spudoratezza”, come l’ha definita Susan Sontag, ma segnano anche il capolinea di una storia lunga cent’anni: ora sappiamo che non c’è più alcuna garanzia di innocenza in un sorriso fotografico». E arriviamo ai nostri selfie, l’immagine che ora possiamo condividere e mostrare, come una recita globalizzata. «Nei selfie che la zecca del nostro ego conia come moneta corrente dei nostri scambi relazionali online – articola Smargiassi –, ci sentiamo tenuti a sorridere, ma una sorda inquietudine comincia a turbarci mentre varchiamo la soglia del nuovo territorio pubblico. Confusamente intuiamo che la nostra immagine sorridente viaggerà in luoghi ignoti e pericolosi. Allora il sorriso comincia a piegarsi in smorfia, in linguaccia: è il sorriso diffidente, reticente, che nega la sua naturalezza e rende via via più spessa la sua essenza di maschera sociale. Quei volti volutamente deformati dicono: mi sento obbligato a essere qui, nella vetrina del-l’Io, ma non vi darò tutto di me. Forse l’era del fotosorriso come dovere sta tramontando: cominciammo a difenderci col sorriso, stiamo velocemente imparando a difenderci dal sorriso».

Poi è arrivata questa emergenza. E il sorriso, quello autentico, ha ritrovato il suo senso. Per strada e in fotografia. Cogliamo la preziosità di «un’espressione così semplice ma così comunicativa, rassicurante, emozionante. E ci manca». Nella carrellata di Smargiassi – volando fino alla comicità e l’humor di fotografie mitiche come i cani di Erwitt o turisti di Parr, nelle pose più strane a tenere o spingere la Torre di Pisa – cogliamo il valore di uscire, di viaggiare, di ridere. Della libertà. Tutte cose date per scontate, fino a ieri. E ci scappa – sempre privatamente – un sorriso. Amaro. Pensando a quando potremo tornare a ridere e sorridere davanti alla Torre pendente, alla Fontana di Trevi a Roma o in una spiaggia della Sicilia. E rispolverare come una liberazione il vecchio «cheese».

Dal libro “Sorridere” di Michele Smargiassi (Contrasto): la torre pendente, Pisa, 1980 - Martin Parr/Magnum Photos/Contrasto