Agorà

IDEE. Se il bene comune è debitore a Dio

Cesare Alzati venerdì 14 dicembre 2012

Al Pirellone la polis apre una finestra sull’EuropaSi tiene oggi a Milano, nella sala Pirelli dell’omonimo grattacielo sede della regione Lombardia il seminario «La religione e la Polis, a 1700 anni dall’editto di Costantino 313-2013», organizzato dall’Associazione Sant’Anselmo. Con inizio alle ore 11 parleranno, tra gli altri, Cesare Alzati, dell’Università Cattolica, Mihai Barbulescu e Iulian Damian dell’Accademia di Romania a Roma, Emre Oktem dell’università Galatasaray di Istanbul, Costante Portatadino, presidente della Fondazione Europa e Civiltà. Verrà presentato nell’occasione anche il programma promosso dall’Associazione Sant’Anselmo-Imago Veritatis insieme alla Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana tra marzo e giugno 2013 che prevede incontri con Franco Loi, Roberto Mussapi, Armando Torno sui temi della Bibbia. Anticipiamo in questa pagina alcuni stralci della relazione di Alzati.

Porsi il problema degli ordinamenti istituzionali del vivere civile, della loro legittimità, del loro fondamento è un aspetto della più generale questione – ineludibile per ogni società – di cosa sia la giustizia, di quale sia la sua fonte ultima, di come si rapporti a essa il diritto positivo. La riflessione ellenistica al riguardo nel I secolo a. C. (non senza influssi del patrimonio religioso ebraico, come ha mostrato recentemente Bruno Centrone) era venuta configurando la giustizia quale riflesso a livello umano dell’ordine armonico immesso dalla divinità nel cosmo. In conformità a tale armonia celeste deve – per il filosofo neopitagorico Ecfanto – configurarsi anche la città terrena, che trova il proprio principio armonizzante nella giustizia. In modo non molto diverso si sarebbe espresso poco dopo, ormai in contesto imperiale romano, anche l’ebreo Filone. In anni assai prossimi a quest’ultimo vediamo l’Epistola ai Romani insistere fortemente sul nesso costitutivo sussistente tra giustizia e autorità, presentando la seconda come voluta da Dio quale ministra della prima. È perfettamente coerente con tali premesse l’episodio verificatosi nel 272 ad Antiochia, quando i vescovi della regione rimisero al giudizio dell’imperatore (pagano) Aureliano la definizione del contenzioso che li opponeva al loro collega, il vescovo locale Paolo Samosateno. La percezione dell’istituzione imperiale romana quale ordinamento di giustizia agli occhi dell’antica Roma trovava il proprio fondamento nella sussistenza, preservata con scrupolosa cura, della pax Deorum, ossia nel corretto rapporto tra la Res publica e la realtà trascendente del divino, che della giustizia è la fonte. Proprio la preoccupazione per la pax Deorum sta all’origine della concessione della libertà di culto ai cristiani elargita da Galerio (imperatore pagano) nel 311. Le ragioni che ispirarono la decisione sono esplicitamente enunciate nel testo del relativo editto, promulgato a Nicomedia il 30 Aprile di quell’anno: "Prima di questo momento, in verità, noi avevamo voluto ristabilire ogni cosa in conformità alle antiche leggi e alla norma pubblica dei Romani, e provvedere affinché pure i cristiani, che avevano abbandonato la religione dei loro avi, ritornassero al retto sentire ... Ma poiché in moltissimi perseveravano nel proprio proposito, e noi abbiamo constatato ch’essi né mostravano la doverosa devozione verso gli Dei celebrandone il culto, né rendevano ossequio al Dio dei cristiani ... abbiamo ritenuto opportuno accordare loro prontamente la nostra indulgenza, affinché di nuovo possano essere cristiani e ricompongano le loro comunità, in modo tale che il loro comportamento in nulla sia contrario a ciò che è doveroso ... Essi saranno tenuti a pregare il loro Dio per la salvezza nostra, della Res publica e loro, affinché per ogni dove la Res publica prosperi intatta ed essi possano vivere sicuri nelle loro sedi"... Di tale modo di sentire una testimonianza ancor più significativa ci offre un documento successivo alla vittoria su Licinio, che nel 324 fece di Costantino l’unico signore dell’Impero. La consistenza delle comunità cristiane nelle regioni orientali acquisite aveva spinto alcuni a ipotizzare iniziative di coartazione delle tradizioni religiose pagane. Costantino lo segnala esplicitamente: "Sento alcuni dire che i riti dei templi e la potenza delle tenebre sono stati cancellati". Ma - afferma l’imperatore - "nessun uomo dotato d’intelletto dovrebbe lasciarsi turbare dalla vista di molti che sono portati verso scelte contrarie ... è il Dio eccelso che detiene l’autorità assoluta nel giudizio ... Ciascuno abbia ciò che la sua anima desidera e ne sia appagato ... Che il popolo viva in pace e non sia turbato da lotte intestine, per il bene comune dell’intera ecumene e di tutti gli uomini. E anche coloro che persistono nell’errore traggano pari giovamento dalla pace e dalla tranquillità ... noi preghiamo anche per loro, affinché, grazie alla comune concordia, essi pure ottengano la gioia". Questa ricerca di armonia religiosa nella società non è il riflesso di un’aspirazione ideale: agli occhi di Costantino trova fondamento nella struttura stessa della realtà: "Il sole e la luna compiono il loro percorso secondo leggi stabilite e gli astri non attuano il loro movimento nella volta celeste in modo casuale, l’alternanza delle stagioni è regolata da leggi cicliche ... il mare è circoscritto entro rigidi confini e tutto ciò che trova spazio sulla terra e nell’oceano è costruito con meravigliosa e utile generosità". Il rilievo della dimensione religiosa per il vivere civile non è, dunque, una pretesa cristiana: è stato costantemente avvertito fino alla ideologizzazione secolaristica della vita istituzionale. Al di là dei problemi storici connessi a quanto stipulato a Milano nel 313, se il Centenario che stiamo celebrando servirà a farci riflettere sui grandi temi della nostra storia istituzionale, credo che possa considerarsi un evento di vita culturale e sociale estremamente prezioso.