Agorà

Reportage. Anche l'Italia ha la sua Transiberiana

Alessio Vissani venerdì 6 marzo 2020

«Un grande mostro sbuffante che si avventa per valli e per gole, oltrepassando cascate, montagne nevose e strade campestri percorse dai carri dei contadini. I treni sono un’invenzione meravigliosa. Il mio amore di sempre. Viaggiare in treno significa vedere la natura, gli uomini, le città, le chiese e i fiumi, insomma, la vita». La più grande scrittrice di gialli di sempre, la britannica Agatha Christie, in più occasioni ha dimostrato il suo amore per il mezzo di trasporto su rotaie, sfruttandolo anche per uno dei casi più famosi del suo investigatore per eccellenza, Hercule Poirot. Il viaggio in treno è un’esperienza totalitaria, una piccola Babele mobile dove c’è chi legge, chi lavora, chi litiga, chi fa proposte di matrimonio, chi dorme, insomma un micro mondo che viaggia su due semplici rotaie.

A causa o grazie alla ferrovia l’America ha segnato uno spartiacque fondamentale nella propria era moderna. L’Europa non è da meno ovviamente, quando nel 1900, durante l’Esposizione universale di Parigi, presenta la ferrovia più lunga del mondo che attraversa l’Europa orientale e l’Asia settentrionale in territorio russo, collegando le regioni industriali e la capitale russa Mosca, con le regioni centrali della Siberia e quelle dell’estremo oriente russo. Con il nome di Train Transiberian, e i suoi 9288 km, diventa l’icona del viaggio su rotaia, tutt’ora uno dei percorsi in treno più ambiti e sognati con le sue tappe intermedie, la possibilità di conoscere usi e tradizioni delle città toccate e con quei paesaggi innevati che fanno da sfondo a un percorso magico.

Proprio partendo dall’idea della grande Transiberiana Mosca–Pechino, la Fondazione FS dello Stato italiano, nel settembre del 2013 decide di iniziare a valorizzare e consegnare integro, a vantaggio delle generazioni future, tutto quel Patrimonio di storia e di tecnica che è stato simbolo del processo di sviluppo industriale che ha contribuito all’unità e alla crescita dell’Italia. Tra i vari progetti della Fondazione quello dedicato ai “binari senza tempo”, con la riapertura di circa 600 km di linee ferroviarie dedicate ai soli treni storici– turistici appositamente fuori dai grandi nodi ad intenso traffico, è senza dubbio quella più intrigante. Diverse linee sparse per tutta Italia: come la Ferrovia del Lago, la Ferrovia della Val d’Orcia, la Ferrovia dei Templi, la Ferrovia della Valsesia e la Ferrovia del Parco, percorso che dal 2015 ha cambiato nome in Transiberiana d’Italia.

Il paragone con la sorella maggiore è fin troppo azzardato? Certamente no perché il tragitto che dalla stazione di Sulmona arriva fino a Roccaraso è quanto di più spettacolare si possa chiedere da un viaggio in treno nell’entroterra italiano. La partenza è alle ore 9.00, da Sulmona, con il macchinista che si occupa di controllare ogni minimo dettaglio e i collaboratori dei vagoni a lucidare i pomelli delle porte e il legno delle sedute. Un lungo treno, con cinque carrozze “Centoporte” del 1920 color cioccolato, è pronto per il suo viaggio all’interno delle bellezze del parco della Majella. Famiglie, coppie, amici sono tutti uniti e trepidanti vicino al convoglio finché il fischio inimitabile del locomotore diesel D445.1145 dà il segnale ai passeggeri di salire in carrozza. Gli odori sono forti, le tende appena stirate e rimesse a nuovo per l’occasione sono uno dei tanti dettagli che rendono queste carrozze così magiche. I posti a sedere sono nei classici sedili in legno uniti senza divisorio, con la cappelliera in ferro battuto con impresso il logo delle Fs. Lo spazio è limitato, i passeggeri sono molto vicini uno con l’altro e l’interazione è pressoché scontata, consuetudine per i treni del passato, vera rarità per i viaggiatori moderni. Il capo treno passa nei vari convogli a ricordare che a differenza dei treni attuali ogni vagone ha le porte anche ad altezza fine- strino, quindi si deve fare attenzione durante il tragitto.

L’Alta Velocità dei treni degli anni 2000 è un solo ricordo, all’interno della Transiberiana d’Italia si sentono i rumori del dislivello, ci troviamo sul secondo tragitto più alto d’Italia dopo il Brennero, c’è il chiacchiericcio delle persone e i volti estasiati dei bambini attaccati ai finestrini ad ammirare le bellezze del paesaggio circostante che scorre lento. C’è anche della buona musica all’interno dei vagoni, ma dimentichiamoci le casse in stereofonia, si tratta di un trittico di musicisti in costume d’epoca con tamburo, tromba e trombone che passeggiano su e giù per il treno suonando dalle ballate più dinamiche fino a pezzi classici.

Campo di Giove è la prima tappa, tutti scendono per una pausa di circa un’ora dove è possibile passeggiare in libertà nel borgo di montagna. La Transiberiana d’Italia ha dato la possibilità a piccoli borghi isolati dal resto del mondo, vivi solo grazie alla transumanza e alla pastorizia, di riprendere contatto con il turismo ormai vago ricordo prima della riapertura di questi binari. «Guidare treni di questo tipo è come guidare un pezzo di storia, nei treni moderni imposti l’itinerario e il computer di bordo può anche andar da sè, qui senti il treno in ogni suo centimetro che percorre». Dopo un ponte stile Harry Potter e una fermata di fronte alla piana del parco della Majella, dove è possibile notare impronte di orsi marsicani o volpi, la Transiberiana si ferma nella stazione di Polena dove i prodotti tipici, soprattutto culinari, la fanno da padrone. Le famiglie si riscoprono divertite anche dal solo fatto di giocare con la neve insieme ai propri figli o amici ma c’è anche chi rimane in carrozza approfittando del silenzio e di queste magiche atmosfere per leggere un buon libro. Pescocostanzo e Roccaraso sono le due ultime tappe a disposizione dei viaggiatori, d’estate inoltre è possibile ammirare proprio in questa ultima tappa la benedizione di mandrie e greggi, sul ritmo delle note della Spallata il ballo tipico della transumanza. L’esperienza che ti dona un treno del 1920 con le sue scomodità, rispetto a quelli odierni, con la sua “lentezza”, la sua imprevedibilità di fronte a climi avversi è il vero punto di forza di questa Transiberiana d’Italia e la memoria storica di una nazione si mantiene anche attraverso le emozioni e sensazioni di viaggi di questo tipo.