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Intervista. Gianni Amelio: racconto la scuola che ha fatto l'Italia

Emanuela Genovese sabato 1 agosto 2015
Rifondare la cultura investendo sui bambini. È in fase di realizzazione Registro di classe, il nuovo documentario del regista Gianni Amelio. La cura della memoria, lo sguardo sulla scuola nascente dell’obbligo, il ruolo centrale dei bambini sono le parole chiave che accompagnano questo lavoro, nato all’interno del Festival Vintage della memoria, che «pur non occupandosi della storia con la s maiuscola – spiega Amelio – si occupa della storia delle persone e prende vita da un archivio caratterizzato da un’umanità sconosciuta, a volte molto più illuminante degli stessi grandi eventi». Un film sulla scuola partendo dalla storia: qual è lo spunto di Registro di classe? «Dai giornali ai cinegiornali dell’epoca raccoglieremo e sceglieremo materiali significativi sulla scuola italiana dell’obbligo, concentrandoci solo sulla scuola elementare prima che l’obbligo fosse posticipato alla terza media. Il periodo che racconteremo è un periodo di un’altra Italia, quando l’analfabetismo, molto esteso, nasceva dalla povertà e dalla necessità di avere braccia di lavoro, anche se braccia di bambini, nei campi e nelle miniere, come avveniva in Sicilia. Preso da altri bisogni come quello del lavoro e della sopravvivenza, il contadino analfabeta degli anni ’20 non era convinto che i figli potessero avere davvero bisogno di imparare a leggere e scrivere. Senza dimenticare il ruolo limitato che la società affidava alla donna, che doveva essere al servizio del proprio uomo». Un’Italia ormai lontana e sconosciuta alle nuove generazioni. «Raccontiamo un’Italia totalmente diversa, caratterizzata da divari enormi tra le regioni e dove i maestri dovevano andare a cercare gli alunni nelle scuole deserte del Sud: ci sono stati casi durante gli anni che hanno preceduto la Prima guerra mondiale fino alla Seconda, in cui il maestro avrebbe ricevuto lo stipendio solo se sarebbe stato in grado di riunire bambini in una classe». Nel visionare il materiale dell’archivio avete trovato un filo conduttore? «Insieme a Cecilia Pagliarini, che sarà la montatrice del documentario, vogliamo raccontare il ruolo insostituibile dell’istruzione per un individuo, legandolo alle condizioni storiche ed economiche del nostro Paese. Raccontare una scuola che con gli anni cresce in una società dove non c’era solo il problema dell’analfabetismo, ma soprattutto c’era il problema del lavoro. Con questo documentario vogliamo far emergere una necessità vera della società di oggi: non si può rinunciare alla scuola. Ogni volta che si parla di tagli all’istruzione e a tutto ciò che è cultura, allora si taglia qualcosa di vitale. Un Paese che ha voglia di crescere dovrebbe investire nei bambini, su coloro che saranno i cittadini del futuro». Il lavoro di ricerca è ancora agli inizi. Cosa vorrebbe scoprire nel materiale a disposizione? «Vorrei scoprire come nel nostro Paese si sia fatto di tutto affinché la società fosse una società migliore, affinché la scuola diventasse, nel tempo, una parte importante della crescita del bambino e la famiglia potesse avere un ruolo significativo e riconosciuto. Tramite l’istruzione la società diventa un luogo dove tutti i cittadini hanno gli stessi diritti e doveri, possono credere e investire in un futuro familiare e sociale. Abbandonata dalle istituzioni, la famiglia non hai mai potuto trovare, da sola, i mezzi per crescere. Con il documentario vogliamo evidenziare come la scuola abbia giocato un ruolo importante nello sviluppo di una coscienza di un bambino, permettendogli di vivere da cittadino adulto, conoscendo i propri diritti e doveri, inserendosi all’interno di un tessuto sociale, fondato sul lavoro». Per rifondare la formazione dei bambini la memoria giova un ruolo importante. «Riflettere sulle immagini storiche, sugli eventi, avere il compito di riportarli alla luce, di creare un film è la spinta per riconsiderare il passato come qualcosa di vivo. La storia delle persone e i ricordi familiari possono insegnare e dare stimoli per riconoscersi e riconoscere se stessi anche negli altri. È l’idea di base del Festival Vintage che invita giovani liceali a lavorare sui materiali di “Nos archives”, l’archivio curato da Cecilia Pagliarani. Contiene venticinquemila filmati, dagherrotipi, negativi su vetro, diapositive, Polaroid, filmini familiari e di viaggi e, di fatto, costituisce il primo archivio mondiale di video ed immagini amatoriali. I giovani prepareranno, con una gara ad hoc, corti dove scompongono le memorie degli adulti e le legano con il presente. Nel passato sono stati realizzati lavori originali e toccanti perché la sfida è quella di legare lo spettatore alla memoria di uno sconosciuto, unire i due mondi, in un breve film, realizzato con materiali diversi. Un’operazione straordinaria che rimette al centro il passato in un mondo dove la memoria tende ad essere azzerata, dove le generazioni ultime non conoscono la vita dei loro padri e di chi li ha preceduti».