Agorà

Letteratura. Da Svevo a Gadda, le professioni altre degli scrittori

Luigi Marsiglia domenica 26 marzo 2017

Primo Levi, morto l’11 aprile di trent’anni fa, lavorò come chimico fino all’età della pensione

«Vivo ora nel campo tecnico, così lontano da ogni alfabetismo, così assorto in ferraglie, così povero di idee generali, così affogato nel lavoro bestiale» scriveva Carlo Emilio Gadda il 16 luglio 1927, all’amico poeta Ugo Betti. Catturati dalle truppe tedesche all’indomani di Caporetto, i due si erano conosciuti nell’autunno 1917 nella fortezza di Rastatt e avrebbero condiviso la baracca numero 15 nel campo di prigionia di Celle, presso Hannover, dove erano stati internati insieme a un altro scrittore: Bonaventura Tecchi. Il parmigiano d’adozione Betti, nato a Camerino nel 1892 e maggiore di un anno rispetto a Gadda, si era già laureato in giurisprudenza mentre quest’ultimo, al momento di partire per il fronte, era ancora uno studente di ingegneria al Politecnico di Milano. All’interno della baracca denominata “dei poeti”, quel trio così diverso rinsaldava l’amicizia componendo versi e parlando di letteratura, una passione talmente profonda da aprirli alla speranza e alla volontà di sopravvivere rispetto al grigiore informe della prigionia. Una volta conclusa la guerra, la ripresa degli studi tecnici risultò per Gadda non solo faticosa, ma dolorosa. Facendo leva su un rigoroso impegno, riuscì però a superare brillantemente e con rapidità gli esami mancanti, laureandosi il 14 luglio 1920 in ingegneria elettrotecnica.

La professione fu sempre intravista come un recinto troppo stretto dall’“ingegner fantasia”, che eleggerà la scrittura come unico mezzo di fuga da una realtà altrimenti opprimente. Nelle aziende, dalla Sardegna all’Argentina, in cui aveva trovato impiego in quegli anni, Gadda si sentiva libero grazie proprio alla capacità di tradurre quel disagio esistenziale sulle pagine di racconti, recensioni e lettere. «Rientrato nel chiuso e nella muffa, più prigioniero che mai, lavoro come posso per il Politecnico» si disperava con Betti. E se Gadda è il caso limite di ingegnere-scrittore che ha avvertito l’antinomia, il contrasto strutturale tra mondo della tecnica e lavoro letterario, altri hanno invece ricercato una sintonia vicendevole tra questi poli all’apparenza opposti. Da una parte si situa il linguaggio “gaddiano” contraddistinto da mille derivazioni, dal romanesco di Quer pasticciaccio bruttoalla summa autoriflessiva della Cognizione del dolore, dall’altra un matematico-scrittore come Leonardo Sinisgalli, soprannominato il “poeta ingegnere” o il “poeta delle due muse” perché nelle sue opere convivono a stretto contatto cultura umanistica e scientifica. Invitato da Enrico Fermi alla fine degli anni Venti a far parte dell’istituto di fisica di via Panisperna a Roma, Sinisgalli si sottrasse per seguire “pittori e poeti”, come racconta nel 1960 Elio Filippo Accrocca nei Ritratti su misura di scrittori italiani.

E parlando di Sinisgalli, è d’obbligo citare i cosiddetti letterati olivettiani, di cui il poeta ingegnere è stato tra gli esponenti più illuminati e di punta. L’idea all’avanguardia di Adriano Olivetti di integrare, nell’azienda di famiglia produttrice di macchine da scrivere, l’aspetto tecnico-ingegneristico con quello umanistico, chiamando in fabbrica una vera e propria comunità di scrittori e poeti, rappresenta una pietra miliare nella storia culturale, sociale e imprenditoriale non solo italiana. Per un triennio, dal 1937 al ’40, Sinisgalli diresse con metodi innovativi l’ufficio sviluppo e pubblicità della Olivetti, rimanendo anche successivamente legato ad Adriano e all’azienda. Nella quale vennero assunti, in periodi e con ruoli differenti, i poeti Franco Fortini e Giovanni Giudici che, prima della scelta letteraria, frequentò a Roma la facoltà di medicina. Gli scrittori Giorgio Soavi e Paolo Volponi, che a Ivrea diresse i servizi sociali aziendali, mentre il poeta Ottiero Ottieri era addetto alla selezione del personale. Esulando dall’universo multiforme della fabbrica, vale la pena ricordare l’impiego, durato una decina di anni, di Giuseppe Pontiggia in un istituto di credito, accanto all’impegno narrativo che sfociò al termine del 1950 nel romanzo autobiografico La morte in banca. Lo scrittore optò infine per l’insegnamento serale, che gli consentiva di dedicare più tempo alla scrittura. Risalendo un po’ indietro, pure Italo Svevo fu impiegato nella filiale triestina della Banca Union, prima di entrare nell’azienda del suocero.

Laureato in chimica, Primo Levi divenne direttore di una ditta di vernici nel torinese, dove era stato assunto come impiegato. Stessa qualifica, ma al catasto di Asiago, per Mario Rigoni Stern, che ottenne il prepensionamento per ragioni di salute. Leonardo Sciascia lavorò sette anni al Consorzio Agrario di Racalmuto, Elio Vittorini fu contabile e correttore di bozze. Tra le fila degli insegnanti, spicca su tutti Lucio Mastronardi e il suo Maestro di Vigevano, seguito dal giovane Pasolini docente, dal 1947 al ’49, alla scuola media statale di Valvasone. Abbastanza folta appare la schiera degli scrittori medici, che comprende nomi storici che vanno da Rabelais, autore cinquecentesco di Gargantua e Pantagruel, a Cechov, Cronin, il padre di Sherlock Holmes Conan Doyle, Céline e Bulgakov, autore de Il maestro e Margherita. Senza dimenticare gli italiani Carlo Levi, Giuseppe Bonaviri e lo psichiatra Mario Tobino che, ne Le libere donne di Magliano pubblicato nel 1953 da Vallecchi, narra la propria esperienza professionale e umana nel reparto femminile del manicomio di Maggiano. Fino ad attestarsi sui contemporanei Andrea Vitali, per anni medico condotto a Bellano, o lo scrittore americano di origine afgana Khaled Hosseini, con il suo Il cacciatore di aquiloni. Tutti nomi accomunati dalla ricerca, attraverso la scrittura, di un senso altro da attribuire alla vita.