Agorà

Storia. Schiavitù, anche nel Mediterraneo, il lato oscuro della modernità europea

Claudio Canal sabato 25 luglio 2020

La liberazione di alcuni schiavi cristiani dopo il bombardamento di Algeri del 1683. Ma lo schiavismo e l'attività corsara erano ampiamente praticate anche sulle sponde cristiane del Mediterraneo

Il razzismo / schiavismo della storia americana suscita il nostro sdegno. Nello stesso tempo ci rende storicamente autoimmuni e strabici. «Essendo la notte passata fuggito di casa di Gio. Battista Carpano paneraro al molo un suo schiavo chiamato Mustafà d’età di anni vint’uno, di statura grande, senza barba et ha il segno d’una ferita d’archibugiata in la spalla diritta, e con un ferro e cadena al collo, vestito con camisola et ha portato seco un sacco con pane et altre robe, perciò per parte del molto magnifico Signor Podestà di Genova si ordina e comanda a qualsivoglia persona habbi notizia del detto schiavo debba subito senza dilatione alcuna ciò denuntiare, notificandoli che subito le sarà dal detto Gio. Battista Carpano pagato scuti diece d’oro in oro. Data dal palazzo criminale di Genova li 20 di giugno 1605».

In fuga da Roma, per un accoltellamento di gelosia, pochi giorni dopo arriva a Genova Michelangelo Merisi detto Caravaggio. Due fuggifuggi che raccontano storie radicalmente diverse. Quella dei tantissimi Mustafà fuggitivi con «un ferro e cadena al collo» sta negli archivi ma non ha trovato spazio nella nostra congestionata memoria, governata dalla fantasticheria che, dopo la grande stagione della schiavitù in Roma antica, questa forma di assoggettamento fosse a poco a poco scomparsa nelle società europee, grazie al cristianesimo, e fosse comunque svanita all’apparire della modernità.

La memoria è una manifattura che spesso non fornisce i pezzi di ricambio per i suoi prodotti. Italia moderna e schiavitù sono per noi un abbinamento indecente. Sono «una storia imbiancata», come Malcom X definiva la storia dei neri negli Stati Uniti. L’oblio che l’ha messa a tacere ci spinge a guardare con occhi smarriti le mille forme di lavoro servile, forzato, para/schiavistico, la tratta di esseri umani, che pullulano nel nostro presente e a interpretarli come eventi insospettabili, inediti, mai visti.

Eppure in tempi recenti storici e storiche non si sono girati dall’altra, hanno compulsato gli archivi di dolore e di riscatto. Hanno fatto molto bene il loro mestiere. Alcune volte riesumando rare primizie, per esempio Le schiave orientali in Italia, pubblicato da Salvatore Bongi su “Nuova Antologia” del 1866 in cui si parla delle migliaia di schiave tartare, georgiane ecc. in Italia nel XV secolo di sgargiante Umanesimo. Soprattutto hanno messo a soqquadro gli archivi con un occhio non più intimorito dal batticuore di trovare la schiavitù confermata dai documenti. Hanno trasformato una pagina storiografica sostanzialmente bianca in una fittamente scritta, abilitando così una nuova parola sul mondo. Ma il travaso di questa pagina nella mentalità collettiva è ancora di là da venire. Un trascinamento dalla storiografia al resto della società è ancora da farsi con braccia robuste e fini intelligenze.

Il pioniere di questo fare storia è Salvatore Bono. Ha fondato un metodo e aperto un campo di ricerca illuminando l’altra faccia della luna. Il punto focale della prospettiva è il Mediterraneo, mare di mari, oggetto storico iperreale, ma sfuggente, contenitore di diversità radicali e di somiglianze esangui. Bono (recente il suo Guerre corsare nel Mediterraneo: una storia di incursioni, arrembaggi, razzie, Il Mulino 2019) avanza una congettura: dal ’500 al ’800 nell’area mediterranea sono stati ridotti in schiavitù due milioni di uomini e donne (e bambini) dal mondo musulmano mediterraneo in Europa, un milione di europei verso il medesimo campo musulmano e due milioni di africani neri nell’universo islamico. Ampliando lo sguardo ha successivamente prospettato sette milioni di schiavi e schiave. Vite non nude, dotate invece di identità, relazioni, storia.

Un mercato comune molto sviluppato con quotazioni e magistrature dedicate, come il Registro delle Prede o l’Istituto per la Redenzione dei cattivi, da intendersi come captivi, prigionieri di guerra o della guerra di corsa, che non è una gara podistica bensì pirateria autorizzata da una qualche autorità riconosciuta. Poi ancora con società di intermediazione e brokeraggio, associazioni/confraternite specializzate in trattative, vertenze, diplomazia, cambiavalute.

Grande discussioni tra gli studiosi sulla semantica di schiavo, captivo, servo, campi lessicali e giuridici molli quando non evanescenti. Qualche volta negoziabili dagli stessi soggetti. Questi beni mobili umani potevano assumere configurazioni molto varie, la logistica poteva mutare secondo i luoghi e i tempi, ma erano unificati dal fatto di essere merce che, come tale, può essere comprata, venduta, rivenduta, ereditata e anche, in qualche caso, affrancata. Oltre che malmenata, angariata e stuprata. Sulle variate sponde mediterranee maturava una interdipendenza da reciprocità, un entanglement sociale e culturale tra predatori, mercanti, padroni di schiavi, vittime della schiavitù, addetti alla compravendita o al riscatto, rinnegati e redenti, predicatori di guerre sante e crociate.

Una densa rete di comunicazione da attrito, a cui sono interessate molte città italiane, non necessariamente di mare. Una formazione storica diversa dalla tratta coloniale atlantica risucchiata da una economia agraria “industriale”, le piantagioni, da nuovi imperativi di accumulazione finanziaria e da una visibile linea del colore che invece era secondaria nel Mediterraneo, anche se non assente.

Predominanti invece le linee geografiche e religiose. Queste ultime apparentemente drastiche – i cristiani non devono schiavizzare i cristiani, i musulmani i musulmani – nella realtà si sbriciolavano in tante eccezioni. Se eri greco, quindi cristiano ortodosso, ergo scismatico, dunque orientale, perciò turco, sinonimo di musulmano, in conclusione: eri schiavizzabile. Se presentavi una conversione credibile e un battesimo certificato allora, musulmano o che altro, potevi aspirare e una non automatica liberazione.

Un Mediterraneo espanso in cui la cartografia della circolazione dei corpi asserviti si intrecciava non solo nel verso Nord/Sud, ma anche Est/Ovest, dal Mar Nero e steppe russe al Portogallo, Scandinavia e sub Sahara. Lo storico Chouki El Hamel ha dimostrato (Black Morocco. A history of slavery, race, and islam; Cambridge Un. Press 2013) come la schiavizzazione delle popolazioni subsahariane gnawa, per noi oggi delizie musicali, nei paesi del Maghreb appartenga alla cultura del silenzio, al rifiuto sistematico a trattare pubblicamente il tema. Una reticenza diffusa ovunque che sorvola anche sulla propulsione a energia umana delle galere/galee ai cui remi sudavano schiavi di ogni tipo e gli sventurati buonavoglia che si imbarcavano volontariamente.

Che gli schiavi non fossero un lusso aristocratico, ma una parte della forza lavoro in tutti i settori dell’economia moderna è sostenuto e documentato da una giovane storica, Giulia Bonazza, in un libro prelibato, se fosse un piatto, la cui impronta non potrà d’ora in avanti essere sottovalutata. Fin dal titolo Abolitionism and the Persistence of Slavery in Italian States, 1750-1850 (PalgraveMacmillan 2019), la visuale si fa più ampia del solito e l’indagine granulare su cinque città italiane, non schiaviste, ma con schiavi, consente di concludere che la decisa condanna della tratta atlantica e l’abolizionismo non hanno determinato la fine della schiavitù negli Stati italiani e nel Mediterraneo. Che la schiavitù è una istituzione dell’Italia moderna e il lavoro coatto pure. Che l’invisibilità degli schiavi, delle schiave e del loro lavoro è il risultato di una memoria egemone che si regge sulla nostra vista corta e sui nostri occhiali appannati a guardare il legame tra passato e presente.