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Il caso. La Scala e la Prima "russa". «Non c’è niente di anti-ucraino»

Giacomo Gambassi mercoledì 23 novembre 2022

Una scena di “Boris Godunov” che il 7 dicembre aprirà la stagione al teatro alla Scala

È ben consapevole che inaugurare la stagione del teatro alla Scala con un’opera russa può dividere. E qualche polemica c’è già stata sul Boris Godunov che andrà in scena il 7 dicembre. Come quella del console ucraino di Milano, Andrii Kartysh, che ha scritto al teatro e alle istituzioni per chiedere di cambiare titolo. «Non ho parlato direttamente con lui ma ho risposto alla sua lettera dicendo che capisco le sofferenze di un popolo che è stato attaccato», racconta il sovrintendente Dominique Meyer. «Tuttavia proporre uno dei più grandi capolavori della storia della musica, che è presente nei cartelloni della Scala dal 1909 quando l’aveva voluto Toscanini, non significa appoggiare le decisioni del presidente russo. Anzi, fin dall’inizio della guerra, la posizione del teatro è stata chiara: abbiamo condannato l’aggressione e invocato una soluzione di pace. E con una serie di gesti concreti ci siamo schierati a fianco dell’Ucraina».

Il sovrintendente del teatro alla Scala, Dominique Meyer - Ansa

Una pausa. «Abbiamo organizzato subito ad aprile un concerto a favore del Paese invaso che ha permesso di raccogliere oltre 400mila euro. E poi abbiamo accolto i bambini della scuola del corpo di ballo di Kiev qui a Milano con le loro famiglie, a cui abbiamo dato ospitalità». Non dice mai il nome di Putin, il sovrintendente, nella conversazione a margine dell’incontro di ieri durante il quale è stata presentata la produzione kolossal che vedrà sul podio Riccardo Chailly e che sarà firmata dal regista danese Kasper Holten. Alla serata di Sant’Ambrogio è atteso il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, insieme con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

È innegabile che ogni scelta del Piermarini non abbia solo una valenza artistica. Figuriamoci il titolo di apertura.
Sappiamo che la Scala ha una sua dimensione politica. Lo dimostra appunto il dibattito intorno al Boris che reputo interessante. Però si tratta di un progetto concepito tre anni fa. Poi è scoppiata la guerra, ma diventava impossibile cancellarlo. Quindi nella nostra programmazione non c’è niente di anti-ucraino. E non mi vergogno di ricordare che mi piace leggere Dostoevskij o Puškin che ha ispirato la partitura di Musorgskij.

C’è un’immagine forte sul manifesto: un ragazzo macchiato di sangue.
È il piccolo zar ucciso da Boris per conquistare il potere. Ed è un richiamo a tutte le vittime dei soprusi. Per questo dico che certe critiche hanno poco senso. Invito quelli che hanno dubbi a leggere il libretto che non è certo l’apologia di un regime. Inoltre sarà una produzione che conquisterà il pubblico. A cominciare dalla qualità musicale. Il maestro Chailly si è infiammato e il cast è di altissimo livello. Abbiamo optato per la prima versione, più asciutta e aspra ma di immensa modernità, quella senza i rimaneggiamenti e le aggiunte successive come l’atto polacco che a mio avviso è estraneo al capolavoro. Un’opera che sgomentò i contemporanei per i tratti innovativi e realistici, tanto da essere accusata di non avere protagoniste femminili e una storia d’amore.

Che cosa si vedrà sul palcoscenico?
La storia verrà raccontata dal monaco Pimen che scriverà la trama come se uscisse dalla penna di Puškin. La regia sarà d’impatto e la si potrà leggere anche come una condanna delle tragedie vissute dal popolo russo che è passato da un regime autoritario all’altro.

I sindacati hanno minacciato lo sciopero il 26 novembre durante le prove dello spettacolo. Che cosa aspettarsi?
Vorrei evitarlo. E sono fiducioso. I rappresentanti dei lavoratori hanno presentato le loro istanze in merito al rinnovo del contratto. Ma tutti i dipendenti sono a conoscenza che i conti si muovono sul filo del rasoio. Possiamo spendere i soldi che abbiamo, non quelli che ci mancano.

I conti della Scala sono a rischio?
Siccome i bilanci dei due anni del Covid sono stati chiusi in pareggio, qualcuno pensa che abbiamo la bacchetta magica. Non è vero. Lo dicono anche i numeri attuali, che sono condizionati da vari punti interrogativi: il rinnovo del contratto unico; i sussidi promessi dallo Stato per compensare l’impennata delle spese per l’energia, anche se da due anni siamo impegnati in una corsa al risparmio energetico che testimonia come la Scala sia preveggente; i finanziamenti pubblici ancora incerti perché, ad esempio, il Comune ha annunciato una riduzione del suo contributo a causa di difficoltà economiche complessive dell’ente che avranno quindi ripercussioni anche sul nostro teatro. Non sarà facile tirare le somme.

Eppure il pubblico cresce.
C’è stato un ritorno massiccio dopo l’emergenza sanitaria. Gli spettatori sono aumentati del 10% rispetto al periodo pre-pandemia e quindi anche gli incassi della biglietteria. Inoltre è tornato il pubblico dall’estero che rappresenta il 30% di quanti entrano in sala. E dire, comunque, che mancano ancora all’appello cinesi e russi. Anche gli introiti da sponsorizzazioni hanno superato i 44 milioni di euro: una cifra mai raggiunta. Ecco perché, seppur consci dei problemi, guardiamo al futuro con ottimismo.