Agorà

LA PRIMA. Scala, Carmen specchio della crisi

Pierachille Dolfini martedì 8 dicembre 2009
Improvviso. Troppo presto. Il rullo dei tamburi interrompe il silenzio. Lo lancia Daniel Barenboim e il Teatro alla Scala scatta in piedi per l’Inno di Mameli. Il previsto minuto di silenzio in segno di solidarietà verso i lavoratori vittime della crisi economica è durato solo pochi secondi. Tredici minuti è invece durata l’ovazione finale del pubblico scaligero. Applausi per tutti, Barenboim in testa. Ma non per la regista Emma Dante, subissata di fischi, soprattutto dal loggione. Una Carmen a due facce: quella musicale e quella scenica. Preceduta da un toccante «Fratelli d’Italia», sussurrato dal palco reale anche dal capo dello Stato Giorgio Napolitano, quasi stringendosi idealmente a tutte le famiglie colpite dalla crisi. Basta un attimo, poi, perché la musica di Bizet prenda il sopravvento e invada il teatro. Racconta di soldati e contrabbandieri. E di operaie, quelle della manifattura dei tabacchi che se le danno di santa ragione. E che le prendono dai militari. C’è tanta violenza nella Carmen che la regista palermitana Emma Dante ha voluto ambientare nella sua Sicilia invece che nella Siviglia messa in musica da Bizet nel 1875. Carmen, che ieri sera ha aperto la nuova stagione del Teatro alla Scala. E c’è la rabbia dell’uomo nella lettura dell’opera di Barenboim. La stessa che si respira fuori dal teatro, con i lavoratori colpiti dalla crisi: «Con gli euro di un biglietto di questa sera noi campiamo due mesi» gridano. Lanciano fumogeni. Sfidano la polizia. Poi, quando in teatro la musica è iniziata, avvolgono i loro striscioni e tornano a casa con la rabbia ancora nel cuore. Come le sigaraie. Due mondi allo specchio. Lo dice bene il sovrintendente Stéphane Lissner. «Non possiamo non essere preoccupati per la situazione che tutto il mondo vive. Anche la cultura ne risente, ma fa sentire la propria voce chiedendo di non essere messa da parte perché è proprio in momenti come questo che occorre nutrire lo spirito». Dentro e fuori, ieri e oggi. La finzione racconta la realtà. Potenza della lirica dove, se è vero che «ogni dramma è un falso», è pur vero che la vita ci appare in tutta la sua verità. La racconta la musica. La raccontano le parole di questa Carmen che alterna dialoghi parlati a numeri musicali. Colori scuri, la morte sempre incombente. Nella musica e in scena. La racconta l’orchestra, alla quale Barenboim (applauditissimo a ogni cambio di scena) chiede mille sfumature, con la gioia che trascolora nella tragedia, il dolore che si stempera nella malinconia. Lo racconta la regia, che fa percorrere ogni scena da cinque donne velate di nero; che mette toni cupi, sinistri, anche nelle scene più allegre, più chiassose e movimentate. Quelle che esaltano Placido Domingo: «I ritmi scatenati mi mettono sempre la voglia di salire sul palco e cantare», dice il tenore, che festeggia proprio in questi giorni il debutto alla Scala e che promuove a pieni voti Barenboim (che dirige tutto a memoria), orchestra e coro.Il pubblico si emoziona ascoltando Don Josè, il tenore tedesco Jonas Kauffmann, dare il suo amore per Carmen, la giovane e affascinante mezzo soprano georgiana Anita Rachvelishvili, fresca di diploma all’Accademia della Scala e voluta fortemente da Barenboim per il ruolo della zingara. «Capita solo due o tre volte nella vita – dice di lei il maestro – di trovare una ragazza debuttante in cui riporre fiducia musicale e umana. Questa Carmen diventerà una leggenda». E i fischi a Emma Dante? «È normale che ci siano quando si fa qualcosa d’importante» dice Barenboim. Concorda la regista, per la quale i dissensi «sono una reazione vitale». «Cosa ha disturbato – si chiede –? Forse avere avuto idee che non sono nel libretto. Mie invenzioni che, comunque, non ritengo siano forzature». Tutto ormai tace. Solo la musica di Bizet non ti esce dalla testa. Martellante, inquietante, come l’ha resa Barenboim.