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INTERVISTA AL MAESTRO. Barenboim: «Alla Scala mi sento a casa»

Pierachille Dolfini venerdì 9 dicembre 2011
Daniel Barenboim confessa che l’altra sera quando al suo riapparire sul podio per il secondo atto del Don Giovanni di Mozart uno spettatore gli ha gridato «Troppo lento!», contestando i tempi scelti dal direttore d’orchestra argentino, avrebbe voluto voltarsi e rispondere: «"Mettiti il cuore in pace perché certo ora non sarà più veloce". Gli avrei detto così. Ma non si deve mai entrare in dialogo con chi contesta. Solo prendere atto e accettare le critiche». Anche i dissensi che, insieme ai calorosi applausi, lo hanno accolto a fine spettacolo. E che un po’ gli devono aver rovinato la festa del suo primo 7 dicembre nelle vesti di Direttore musicale del Teatro alla Scala. «Niente affatto – dice tranquillo il giorno dopo l’inaugurazione della nuova stagione – sono un tipo liberale: ognuno ha il diritto di avere il parere che vuole, ma è inutile venire a teatro a gridare. Mettiamola così: se uno va in un ristornate e trova la cena non all’altezza delle sue aspettative non è che va in cucina a protestare con il cuoco. Al massimo lascia una mancia più piccola di quello che aveva preventivato e non ci torna più».Il Mozart di Barenboim ha diviso il pubblico. Cosa che non era capitata con Wagner – lo scorso anno Valchiria, nel 2007 Tristano e Isotta. «Spesso si ha un’idea troppo convenzionale dei grandi compositori. Molti pensano che Mozart sia rococò e così vada fatto. Ma il genio di Salisburgo non può essere rinchiuso in schemi: il suo è uno dei mondi più ricchi e per questo difficili da rendere perché tutto deve essere naturale. Mozart è così geniale e unico che non tollera esagerazioni». Quelle che qualcuno ha trovato nel gioco di teatro nel teatro che è stata la regia del canadese Robert Carsen. Barenboim sorvola sull’intesa, che alla vigilia tutti hanno assicurato esserci, tra direttore d’orchestra e regista. Preferisce parlare della sua soddisfazione «per aver finalmente diretto, a 38 anni dal debutto nel titolo mozartiano, un’opera italiana come il Don Giovanni con un’orchestra italiana e davanti a un pubblico italiano che capisce fino in fondo il libretto di Da Ponte e ha i tempi di reazione giusti perché ride opportunamente e non, come accade all’estero, o in anticipo o in ritardo in base alla traduzione dei sopratitoli».Il capo dello Stato Napolitano, calato il sipario, ha sentenziato: «Barenboim lo consideriamo un italiano». Il direttore ringrazia e rilancia: «A Milano mi sento amato. Forse anche perché è più vicina a Buenos Aires, la mia città natale, di qualunque altro luogo dove sono stato». A Napolitano lo lega un affetto particolare. «Lo scorso maggio ha donato alla West Eastern Divan, la "mia" orchestra dove siedono fianco a fianco musicisti israeliani, palestinesi e arabi, i 900mila dollari del premio Dan David ricevuto a Tel Aviv». Mario Monti, invece, lo ha conosciuto per la prima volta dopo Don Giovanni. «Da tempo non si vedeva un Presidente del Consiglio alla Prima della Scala. Tutto quello che un premier fa deve essere un esempio per il popolo, dal contribuire ai sacrifici a far capire l’importanza della cultura. Ho incoraggiato Monti a lavorare per risollevare l’Italia». E anche la Scala dato che il sovrintendente Stephane Lissner, tirando un sospiro di sollievo per la conclusione «di un anno economicamente difficile», ha annunciato che prima di Natale insieme al sindaco di Milano Giuliano Pisapia, presidente della Fondazione Scala, invierà al governo la richiesta di autonomia per il teatro milanese. Con Don Giovanni la Scala ha incassato 2 milioni e 390mila euro (parte del ricavato dei 110 biglietti destinati ad assessori e consiglieri e messi in vendita dal Comune di Milano andrà agli alluvionati di Borghetto Vara), l’8% in più rispetto allo scorso anno quando la Valchiria di Wagner raccolse 2milioni e 194mila euro. Wagner che tornerà il prossimo 7 dicembre quando la stagione 2012/2013 si aprirà con <+corsivo>Lohengrin<+tondo>: sul podio, naturalmente, Barenboim, in regia Claus Guth. Nel cast Jonas Kaufmann e Anja Harteros, René Pape e Evelyn Herlitzius.