Agorà

La polemica. Uno sbaglio negare lo stadio ai nostri figli

Davide Rondoni venerdì 14 marzo 2014
Gli stadi, le loro curve, sono diventati la cloaca sociale? Quegli spalti urlanti cose oscene e spesso tremende sono il fosso ( o la fossa, come si chiamano spesso) della parte peggiore della nostra società ? Così la pensa Sandro Veronesi, scrittore, che sul Corsera di qualche giorno fa rendeva nota la sua decisione di non portare allo stadio di Firenze il figlio inorridito da quanto gli ultras di una squadra - ma allarga il discorso a tutte - siano capaci di scrivere e urlare. Cori pieni di razzismo, inni che schiumano rabbia e non esitano a tirare in ballo cose orrende. Lo scrittore dichiara che resterà a casa, e invita tutti a farlo, per far capire che tutto questo è insopportabile. Capisco lo sgomento e in parte condivido. Ma ho un figlio che invece allo stadio ormai ci va da solo (anzi due) e frequenta proprio quelle curve, non di una tifoseria salita alle cronache per fatti orribili, la curva del Bologna, ma che anche recentemente ha fatto “scandalo” per certi cori e canzoni. Non so se mio figlio le abbia gridate o cantate, ne abbiamo parlato etc etc, come si fa con figli vivaci e inclini come siamo stati noi tutti ex figli vivaci a fare qualche cavolaia. Ma il punto che ho capito vedendo certi atteggiamenti è un altro. Mio figlio e un bel po’ di altra gente frequenta quelle curve non perché è razzista o perché è violento. O perché incline ad atti faziosi o veramente lesivi. Non certo di più o di meno di coloro, che so, che frequentano il Premio Strega o certe felpate e tintinnanti serate dove si consumano a danno della società crimini ben più gravi che un paio di coretti razzisti. Del resto, gli scrittori sono coloro che hanno sempre messo in questione la definizione di “bene e male” imperanti in una società. E devo dire - in accordo con Alain Finkielkraut, filosofo ebreo parigino - che una certa enfasi a stigmatizzare il razzismo mentre altri orrori ben più gravi si compiono sotto i nostri occhi sia uno dei lasciapassare del vero immoralismo cotemporaneo. Non credo che mio figlio ritenga che uno juventino o un fiorentino siano esseri inferiori, né più né meno di quanto tale patente di inferiorità ricordo d’aver sentito rilasciare da riveriti “colleghi scrittori” a coloro che militano in differente fazione politica.Mio figlio partecipa e sì, risulta anche a me in qualche misura connivente, a questo teatro spesso sguaiato e offensivo, appunto come si partecipa a un teatro, a un rito colorito e forte. Forse perché (la colpa è certo anche mia) non partecipa ad altri tipi di riti e teatri forti. O comunque non gli sono risultati interessanti quanto quel fosso o curva. Cosa ha trovato lì, almeno sotto specie di rappresentazione ( lui stesso da bene che la domenica è una parentesi) ? Un senso forte di appartenenza, qualcosa da difendere e per cui attaccare, qualcosa a cui dare forza con la propria forza. Tutte solo maschere, forzature, imitazioni di dinamiche che dovrebbero essere indirizzate a qualcosa di più consistente e importante che una squadra di calcio? Certo, e sono convinto che la maggior parte di quei ragazzi lo sappiano. E che seguono i cosiddetti capi ultras con un certo distacco e disincanto. Gruppi di teppaglia e di gente a cui un po’ di galera farebbe bene non mancano, ma non sono difficili da trovare. Sono lì’, tutte le domeniche. E se le società e le forze dell’ordine non intervengono adeguatamente la colpa non è certo dei tanti altri ragazzi che stanno in curva. I quali non hanno trovato altrove forse il medesimo senso di collante, o amicizia - spesso cruda e scabra come sa essere l’amicizia tra giovani maschi- la stessa passione, usiamola questa parola, la stessa eresia rispetto a un pensiero dominante spesso ipocrita. Ripeto, capisco Veronesi che resta sul divano. Un po’ schifato da questa specie di cloaca o fosso o fossa. Io invece preferisco guardarci dentro. E vedere qualcosa di orrendo che fa parte di me, di noi, e che magari proprio attraverso quello sguaiato e orrendo urlo semincivile non ci lascia tranquilli. Come padri e adulti, prima ancora che come cittadini.