Agorà

L'iniziativa. Sulla rotta di Nazario Sauro

Lucia Bellaspiga, inviata a Sanremo giovedì 6 ottobre 2016
Nelle sue vene non scorre sangue ma acqua di mare. È questo che pensi guardando il comandante del Galiola III, piccolo cabinato a un solo albero, mentre gonfia le vele all’impetuoso vento di Levante e si stacca dal porto di Sanremo, punto di partenza di un’avventura già storica prima di iniziare. Barba candida e pelle brunita dal sole, l’ammiraglio Romano Sauro, classe 1952, non sta per affrontare oceani in solitaria né brucerà primati: il suo viaggio, volutamente lento, finirà tra due anni e quattromila miglia, dopo aver circumnavigato l’Italia e toccato cento porti. Cento come gli anni dal giorno in cui suo nonno fu impiccato dal boia, il nodo scorsoio stretto a strozzare in gola l’ultimo grido, «Viva l’Italia, viva la libertà». Così moriva il 10 agosto di un secolo fa Nazario Sauro nel carcere asburgico di Pola, per l’Austria colpevole di alto tradimento, per l’Italia eroe irredentista. 
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«Altri tempi, pare passato un millennio», considera il nipote Romano, mentre la barca già sfila sulla riva di Sanremo, davanti a corso Nazario Sauro. Ce n’è uno (o una via, o una piazza) in ogni città, oltre quaranta scuole ne portano il nome, come pure transatlantici, aerei e sommergibili... Il mare è grosso, «siamo ai limiti, con questo vento una regata verrebbe annullata – considera l’ammiraglio, ma poi ride –: i Sauro non si fermano davanti a niente». Non dev’essere stato sempre facile portare quel cognome. «Alle elementari presi una nota per non aver imparato a memoria Il Piave. Il fatto è che il testo cita mio nonno e mi sarei imbarazzato se i miei compagni avessero capito che ero nipote dell’eroe. Invece anni dopo, quando entrai in Marina, all’Accademia di Livorno gli “anziani” delle classi superiori interrogavano i novellini e alla domanda su Nazario Sauro io risposi con aria irriverente che… era mio nonno. Naturalmente pensavano che li sfottessi, una volta tanto che avevo detto la verità me la fecero pagare».

Allergico alla retorica, spesso assente alle tante celebrazioni in onore del nonno, l’ammiraglio non poteva però sfuggire al suo Dna: «La nostra casa era piena di cimeli, fotografie, libri di storia, ma si sa come sono i giovani, io e i miei fratelli ascoltavamo i racconti di nostro padre ma poi seguivamo altri sogni... L’inconscio però lavorava e il mare entrava nelle nostre vite.
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Senza accorgermene crescevo in quei valori che il nonno aveva tramandato a mio padre e lui a noi». I valori che da oggi per due anni sul Galiola III porterà da Sanremo fino a Trieste, di porto in porto, chiudendo l’Italia in una sorta di “rete” buona: «È un’idea che, spronato da mia moglie e dai figli, ho rivolto soprattutto alle scuole – spiega –, con il desiderio di raccontare non tanto l’eroe quanto gli ideali di solidarietà, impegno civile, libertà e giustizia che ispirarono ogni sua azione e per i quali morì a 36 anni ».

Nessuna scelta è casuale, così l’approdo sarà a Trieste nell’autunno del 2018, a cento anni dalla fine della Grande guerra. «Toccherò 91 porti italiani e nove stra- nieri, cioè la greca Corfù, Durazzo in Albania, la città veneta di Cattaro in Montenegro e i porti istriani di Lussinpiccolo, Abbazia, Pola, Rovigno, Parenzo e Capodistria, dove il nonno nacque. In tutte le città e i paesi incontrerò le scolaresche e racconterò la Grande Guerra sul mare, mentre le sere in teatri e sale presenterò il libro che ho scritto con mio figlio Francesco, Nazario Sauro, storia di un marinaio, i cui proventi vanno a una onlus che si occupa di bambini malati di cancro. Importante è far comprendere ai ragazzi di oggi che la storia la facciamo noi con le nostre scelte, e poi indurli a rispettare il mare come punto di incontro tra culture e religioni diverse. Da velista ribelle quale sono, so per certo che chi sperimenta le grandi forze naturali non ha bisogno di cercare altrove paradisi artificiali per provare sensazioni forti, il mare le fornisce tutte».Per questo la barca sarà aperta a tutti, giovani o anziani. Chiunque lo vorrà in questi due anni potrà imbarcarsi tra un porto e l’altro, al solo prezzo di amare l’avventura (niente cabine) e condividerne i valori. Oggi, alla prima tappa del lungo viaggio, tocca a noi di “Avvenire”, media partner del progetto, e a due studentesse dell’Istituto nautico di Imperia, pronte, in uniforme bianca, ad eseguire i comandi dell’ammiraglio tra le raffiche di vento e nel frattempo  ascoltare i racconti di storia, così diversa e avvincente qui sul Galiola III. «In questo modo voglio che sia un viaggio di tutti gli italiani», spiega l’ammiraglio.

E Nazario Sauro è forse il più popolare tra gli eroi della Grande Guerra. Spina nel fianco degli austro- ungarici, ricercato numero uno, fu leggendario già in vita. Il presidente Mattarella, celebrando il centenario della sua esecuzione, lo ha definito «un grande italiano, il cui sacrificio è parte delle fondamenta della nostra casa comune. Il suo ideale patriottico nasceva da profondi sentimenti di giustizia e solidarietà, in un tempo in cui la nazione italiana si stava ricongiungendo». Quell’unità d’Italia che tanto celebriamo è certamente passata attraverso le scelte e le azioni concrete di uomini come Sauro. Di «ideali solidi e ben piantati nel cuore e nel cervello dell’eroe marinaio», ha parlato anche Debora Serracchiani, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, «perché altrimenti non si affronta l’impiccagione con quello sguardo che ancora oggi ci trafigge dal suo ritratto».Quelle che per tutti noi sono immagini tratte dai testi sulla Grande Guerra, per Romano e i suoi fratelli sono le foto del nonno, quella che per noi è epopea per lui è storia di famiglia. «In effetti non l’ho conosciuto solo perché quando l’hanno impiccato era così giovane, ma la nonna la ricordo bene, sempre con quel velo di tristezza. Un giorno nel baule di casa abbiamo trovato le due lettere con cui lasciava il suo testamento spirituale al fratello di mio padre e alla nonna».Il finale lo conosciamo tutti: in una notte di tempesta il sommergibile Pullino diretto a Fiume per l’ennesima beffa alla Marina asburgica si incaglia sullo scoglio Galiola e Sauro viene arrestato dagli austriaci, che lo impiccano a Pola. Solo due anni dopo, quel suolo sarà Italia. E lì finirà, tra due anni, anche il viaggio del Galiola III: «Passerò davanti a quello scoglio, poi a Pola e nella sua Capodistria. Infine entrerò nel golfo di Trieste. Sarà dura, spesso ho anche pensato di mollare, ma sa chi mi ha dato la determinazione di partire? Nabil, un bambino albanese malato di cancro in un ospedale romano: gli ho promesso che appena starà bene in uno dei cento porti di Sauro veleggerà con me».