Agorà

Intervista. Saro-Wiwa, la letteratura come lotta

Anna Pozzi lunedì 7 settembre 2015
Il suo cognome è di quelli che hanno segnato la storia dell’Africa. Il padre, Ken Saro-Wiwa – scrittore, poeta, attivista per i diritti umani – è l’eroe delle lotta del popolo ogoni contro lo sfruttamento indiscriminato del petrolio, con gravi conseguenze sull’ambiente e sulle popolazioni nella regione del Delta del Niger, in Nigeria. Esattamente vent’anni fa, nel 1995, Saro-Wiwa venne arrestato e impiccato dal regime di Sani Abacha, insieme ad altri otto attivisti.A quel tempo, la figlia Noo viveva in Inghilterra con la famiglia, lontana da quel mondo, dove tornava solo l’estate, costretta in qualche modo dal padre a ritrovare la vita del villaggio, ma anche a rendersi conto delle devastazioni che quella terra stava subendo. Non che a quei tempi Noo fosse particolarmente interessata alle lotte di quel padre severo, che credeva fortemente nel valore dell’educazione e che, come altri scrittori nigeriani di quel tempo – da Wole Soyinka a Chinua Achebe –, concepiva la scrittura come strumento di impegno politico e sociale, un modo per aprire gli occhi alla sua gente. Dopo l’uccisione del padre, Noo torna in Nigeria solo per i funerali e la sepoltura. Le ci vorranno più di dieci anni per mettersi di nuovo in viaggio verso il Paese d’origine. Questa volta, lei stessa come scrittrice. Il risultato è una sorta di vasto reportage – In cerca di Transwonderland, appena pubblicato in Italia dall’editrice 66thand2nd –, un racconto intimo e corale al tempo stesso di cui parlerà al prossimo Festivaletteratura di Mantova giovedì 10 settembre (Conservatorio di musica, ore 16,15).Lei e la Nigeria; la sua famiglia e questo enorme, straordinario, sconclusionato, contraddittorio «gigante dell’Africa»; le sue emozioni, ma anche uno sguardo oggettivo e impietoso sui tanti mali di quella che è la prima economia dell’Africa, dove tre quarti della popolazione vivono sotto la soglia di povertà. Il tutto, condito con un acuto senso dell’umorismo. Molto british, ma anche molto, molto nigeriano.Noo, lei porta un nome “pesante” in Nigeria. Come si è sentita a tornare nei luoghi in cui suo padre ha vissuto e lottato sino al sacrificio della sua stessa vita?«In passato, la terra degli ogoni era per me semplicemente il villaggio dove tornare durante le vacanze estive. Ora, la vedo come il luogo dove viene estratto il petrolio che serve a produrre così tante merci che diamo per scontate nella nostra vita di tutti i giorni. Eppure il mio popolo è ancora estremamente povero. È triste vedere quanti pochi progressi siano stati fatti. Gli ogoni e altri gruppi etnici sono ancora abbandonati a loro stessi dai politici. Ma come risultato dell’attivismo di mio padre, le compagnie petrolifere si stanno assumendo maggiori responsabilità e la gente della regione del Delta è più reattiva nel chiedere risarcimenti per gli sversamenti di petrolio (all’inizio di quest’anno, la Shell ha pagato 84 milioni di dollari per la fuoriuscita di petrolio a Bodo). Ma la disoccupazione e il sottosviluppo sono ancora un problema. Penso che evidenziare i drammi del Delta sia la parte più facile della lotta. È più difficile ottenere che i politici e i leader locali mettano fine alla corruzione e si diano da fare per la gente comune. Nessuno ci è riuscito ancora. Spero di poter viaggiare in futuro nella regione ogoni e scrivere anche di tutto questo».Suo padre considerava la letteratura come parte della sua lotta e come mezzo per sensibilizzare la gente. Anche lei, oggi, è una scrittrice. La pensa allo stesso modo?«Penso che raccontare storie sia una parte fondamentale della cultura dell’uomo. È il modo con cui trasmettiamo idee, valori, informazioni. All’epoca di mio padre, la stampa nigeriana non era libera. I giornalisti venivano puniti per aver detto la verità. Di conseguenza la letteratura è diventata una specie di arena per dire la verità senza censure. Al giorno d’oggi, Internet ha assunto maggiormente tale ruolo, ma la letteratura è ancora molto importante. Per me, scrivere è una forma di attivismo, un modo per incoraggiare la gente a riflettere su alcune questioni e per suscitare il dibattito».Nel suo libro, lei parla di povertà, corruzione, conflitti interni, degrado… Quali sono a suo avviso, le principali sfide che la Nigeria deve affrontare oggi?«La Nigeria soffre a causa di un circolo vizioso di corruzione, violenza, povertà e democrazia fragile. Non si può affrontare la violenza senza affrontare la povertà. Ma non si può combattere la povertà senza sradicare la violenza e stimolare gli investimenti nelle regioni più povere del Nord, dove prospera Boko Haram. Abbiamo bisogno di un governo efficace per far sì che questo accada. Finché la Nigeria si fonderà quasi esclusivamente sulle rendite del petrolio, il potere politico sarà la scorciatoia più semplice per ottenere la ricchezza. Il che significa che la gente più spietata si batterà per ottenere il potere e indebolire la democrazia».Lei guarda la Nigeria da un duplice punto di vista: quello di una persona che è nata in quel Paese e quello di chi ha vissuto gran parte della sua vita in Europa. Come vive questa sua duplice identità?«Quelli della diaspora come me hanno vissuto tra due culture tutta la loro vita, quindi di per sé non è un problema. Lo diventa solo quando altre persone decidono che lo è e cercano di escluderti sulla base del “tu non appartieni”. Allora diventa un problema. Per quanto mi riguarda, vorrei poter viaggiare maggiormente tra i miei due Paesi. Spero in futuro di avere abbastanza soldi per farlo più spesso».Come giudica la letteratura africana oggi? Pensa possa avere un futuro fiorente?«La letteratura africana ha conquistato un posto molto migliore nel mondo rispetto a vent’anni fa. Stiamo guadagnando più rispetto sulla scena globale e c’è una grande varietà di storie raccontate. Il continente sta cambiando molto rapidamente e si stanno creando tante possibilità per storie affascinanti».Qual è il suo prossimo progetto?«Finalmente ho preso una decisione. Il prossimo anno andrò… in Cina!».