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Cinema. Maya Sansa e le "sorelle d'armi" anti-Daesh

Alessandra De Luca giovedì 18 giugno 2020

L’attrice italiana Maya Sansa in una scena de film “Red snake” della regista e giornalista francese Caroline Fourest

Di loro si sa ancora molto poco, quasi niente, eppure hanno offerto un contributo fondamentale alla lotta all’Isis. Sono le donne provenienti da tutto il mondo, ma soprattutto dall’Europa, che indipendentemente dalla razza, dalla classe sociale e dalla religione di appartenenza, hanno raggiunto la Siria, non per diventare le mogli-schiave dei combattenti radicalizzati, ma per combattere contro Daesh al fianco delle milizie curde e a sacrificare la propria vita per difendere le popolazioni sotto attacco, come lo stato democratico del Rojava e la minoranza degli yazidi, considerati «adoratori del diavolo» e perseguitati da secoli. A raccontarci questa guerra al femminile è il film della regista e giornalista francese Caroline Fourest, Red Snake, che attraverso Zara (Dilan Gwyn), una giovane yazidi rapita per essere venduta all’Isis come schiava sessuale e sfuggita ai suoi aguzzini per salvare il fratellino, addestrato per diventare un martire bambino, conduce lo spettatore alla Brigata Snake, gruppo di guerriglia femminile che combatte a fianco della resistenza curda seminando spesso il panico tra gli oppressori, convinti che la morte per mano di una donna li priverà del Paradiso. Nella Brigata di “sorelle d’armi” (tanto per citare il titolo francese del film) guidata dall’attrice Amira Casar e composta da Camélia Jordana, Esther Garrel, Nanna Blondell, Noush Kaugen c’è anche Maya Sansa nei panni dell’italiana Madre Sole. L’attrice, che non ha avuto dubbi quando le è stato proposto il ruolo e la partenza per il Marocco, luogo dove hanno avuto luogo le riprese del film, ci ha raccontato che Red Snake è stato l’occasione per un viaggio straordinario. «Un viaggio intellettuale e spirituale molto intenso. Ero già molto vicina ai curdi e conoscevo la loro lotta per l’indipendenza, ma il bello del mio mestiere è proprio la possibilità di approfondire di argomenti che ti appassionano. Il lavoro è stato molto intenso, anche doloroso, perché mi sono resa conto di quante giovani donne, che non sono semplici numeri, ma hanno un nome, volto e una storia, sono morte per una causa universale, diventando gli eroi dei nostri tempi. Anche fisicamente è stato molto impegnativo: abbiamo affrontato un lungo allenamento, imparato a maneggiare armi vere, a portarle a tracolla per nove settimane, salendo e scendendo da camion e montagne».

Sono state necessario poi accurate ricerche per comprendere le ragioni che hanno spinto tante straniere a combattere con le curde in una causa comune. «Prima di girare il film non ho potuto incontrare e parlare con nessuna combattente, ma la regista ci ha mandato una cinquantina di documentari e articoli, che studiavo ogni sera – continua la Sansa – Nel film Caroline si è presa alcune libertà imma- ginando questa brigata internazionale, ma abbiamo avuto l’approvazione del comitato di Rojava, che poi hanno visto il film e ringraziato la regista. Nel corse delle mie ricerche mi ha fatto riflettere il desiderio delle donne curde di essere considerate da fratelli, padri e amici come loro pari. Per molte di loro, destinate a pulire casa e a cucinare per la famiglia, lo studio avrebbe rappresentato una valida alternativa, invece l’unica forma di libertà possibile è stato l’arruolamento in difesa del proprio popolo. Mi ha colpito molto anche l’intervista di una ragazza che diceva addirittura di provare pena per quelli di Daesh, spesso confusi, drogati e assuefatti alla guerra. Mentre le combattenti curde sono lucide, solide, studiano, si preparano, conoscono la loro storia, come mi raccontava anche Eddy, nome di battaglia dell’italiana Maria Edgarda Marcucci, ora sotto sorveglianza speciale, con la quale ho parlato solo dopo le riprese del film. Molte ragazze venute dall’Europa contestavano ai rispettivi governi di non aver fatto abbastanza. L’8 ottobre 2019 i curdi sono stati abbandonati e massacrati il giorno seguente. Il film è stato girato prima di quella tragedia, quando si festeggiava con gioia e orgoglio la vittoria e la nascita di una società moderna, paritaria, femminista in un certo senso, ecologista e senza fanatismi nella regione del Rojava, distrutta dai turchi quando Trump ha deciso di ritirare le truppe americane che proteggevano i curdi».

Nel film Madre Sole ricorda che le guerre sono sempre state combattute sul corpo delle donne, ma questa volta gli uomini le temono a causa di una superstizione. «Una cosa incredibile, ma verissima. La presenza delle donne è stata spesso fondamentale per far battere in ritirata l’Isis e molti combattenti, soprattutto i più coraggiosi - anche se odio usare questo termine parlando di quei codardi - fuggivano dal campo di battaglia oppure, se catturati, svelavano nomi e posizioni strategiche pur di non essere uccisi da una donna». Il film non manca di raccontare però i momenti di “normalità”, in cui le guerrigliere possono dedicarsi a una sorta di tranquilla quotidianità. «La vita di queste donne non era fatta solo di battaglie, ma anche di momenti di attesa in cui nascevano grandi amicizie e complicità. Eddy infatti era molto amica dell’inglese Anna Campbell, volontaria dell’Ypj morta nel 2018, impegnata a tenere alto il morale di tutte e la cui solarità ha in parte ispirato Madre Sole, che rimanda pure a una combattente canadese, Tiger Sun. Ma il mio personaggio ruba pure da Caroline Fourest, una donna più matura rispetto a tante ragazze partite sull’onda dell’entusiasmo, colta, sensibile e consapevole e che, legata al gruppo del giornale satirico Charlie Hebdo, ha molto sofferto in questi anni».