Agorà

Letteratura. In poesia il sacro è donna

Alessandro Zaccuri martedì 28 novembre 2017

Troppo religiosa per essere poesia: è un’obiezione che ricorre spesso e sulla quale non è facile intendersi. Se ne è tornato a parlare di recente, in occasione del sessantesimo anniversario della morte di Clemente Rebora (1885-1967), un autore la cui grandezza non viene messa in dubbio per quanto riguarda i versi composti “avanti la conversione”, per usare la terminologia solitamente applicata all’opera di Alessandro Manzoni. I guai iniziano dopo, quando ci si avventura nella produzione del Rebora sacerdote rosminiano. A quel punto, la tentazione di distinguere e selezionare è fortissima, almeno per quella parte della critica che in modo più o meno consapevole torna a servirsi di uno strumento altrimenti ritenuto obsoleto: il bisturi crociano, ovvero la lama affilatissima che si presuppone capace di separare “poesia” e “non poesia”. L’attrezzo va maneggiato con prudenza, come dimostra la sostanziale incomprensione del Paradiso dantesco da parte dello stesso Benedetto Croce. La terza cantica della Commedia, secondo lui, sarebbe troppo teologica, che è poi un altro modo per dire che è troppo religiosa. Non che il discrimine non esista, sia chiaro. Quel che colpisce, semmai, è il fatto che una simile cautela nei confronti dell’impoetico si applichi con tanto accanimento all’ambito religioso.

È un’anomalia che Daniela Marcheschi sintetizza in maniera particolarmente felice nell’introduzione al suo Mille anni di poesia religiosa italiana (Edb, pagine 328, euro 22,50), antologia destinata ad affiancarsi all’ormai classico Poesia religiosa italiana allestita da Ferruccio Ulivi e Marta Savini per Piemme nel 1994 e alle più recenti ricognizioni che Neria De Giovanni ha dedicato a Maria nella letteratura d’Italia e Cristo nella letteratura d’Italia, editi dalla Libreria Editrice Vaticana rispettivamente nel 2009 e nel 2010. Lavori importanti, rispetto ai quali il contributo di Daniela Marcheschi si segnala per originalità e indipendenza di visione. A partire dalla polemica sul “troppo”, appunto. «Il principio della laicità dello Stato, conquista politica della modernità – leggiamo nella già citata introduzione – sembrerebbe essere stato arbitrariamente esteso, per rigidità ideologica, al giudizio critico-letterario: chi parla della fede, la cerca o ne ha la certezza, chi segue apertamente una confessione religiosa, non sarebbe davvero laico (ossia moderno), anche se non appartiene al clero o a ordini monastici ». Una confusione di piani, ecco qual è il problema. Ne deriva un pregiudizio ancora molto diffuso, le cui conseguenze non riguardano esclusivamente la sfera religiosa, ma si estendono a quella letteraria. Privata della sua dimensione spirituale, la tradizione italiana appare molto meno ricca e, in definitiva, molto meno interessante di quanto non sia in realtà. Il lettore se ne rende conto fin dalle prime pagine di questo Mille anni di poesia religiosa italiana, che giustamente si apre con le Laudes Creaturarum di san Francesco d’Assisi, ma subito suggerisce una contestualizzazione più circostanziata chiamansorprese do in causa il Laudario Cortonese, l’immaginazione teologica dei bestiari e l’anonima e suggestiva Elegia giudeo-cristiana, una composizione trecentesca nella quale la diatriba secolare fra Chiesa e Sinagoga trova un singolare punto di equilibrio. Ma le non si esauriscono in questa fase iniziale, pure indispensabile per impostare correttamente l’indagine.

Prendiamo un altro radicato luogo comune, quello secondo il quale la letteratura italiana intratterrebbe con la Bibbia un rapporto intermittente, svagato e poco significativo. Per smentirlo è sufficiente trasferirsi nel Seicento, quando – in piena Riforma cattolica – le composizione a soggetto scritturistico iniziano a moltiplicarsi, lungo una linea che dal Giobbe di Salvator Rosa («Tanto è contento il bene, / Quanto con il dolor sempre s’acquista», afferma il giusto sofferente davanti alle proteste della moglie) arriva, nel passaggio fra Sette e Ottocento, al Vincenzo Monti di Sulla morte di Giuda e al sonetto di Diodata Saluzzo Roero su Eva e Caino. E con questo siamo a un altro degli elementi posti in risalto da Mille anni di poesia religiosa italiana: escludere o comunque limitare la dimensione del sacro significa ridurre in modo considerevole la presenza di voci femminili. Ad alcune Daniela Marcheschi è legata per lunga consuetudine di studio (si pensi a Chiara Matraini, attiva nella Lucca del XVI secolo), altre si impongono anche per la rilevanza della loro vicenda biografica: è il caso dei versi che Eleonora De Fonseca Pimentel – una delle martiri della fallita Rivoluzione napoletana del 1799 – detta in morte del figlio, sostenendo «che l’esser madre di uno spirto eletto / l’alma devota in caritate accende». L’elenco delle autrici valorizzate dall’antologia di Daniela Marcheschi è davvero ampio e proprio per questo può destare stupore la mancata inclusione di Alda Merini, forse penalizzata – in questa sede – dagli effetti collaterali della popolarità di cui la poetessa milanese gode oggi. Ed è un peccato, perché anche nel territorio insidioso della contemporaneità la selezione operata dalla studiosa non manca di equilibrio e lungimiranza.

Da Enzo Fabiani a Margherita Guidacci, da David Maria Turoldo a Marco Beck, da Davide Rondoni ad Amedeo Anelli e Guido Oldani, il panorama si rivela di norma vasto e aperto al contraddittorio (è il motivo per cui le assenze, per quanto limitate, risultano più vistose). Va in questa stessa direzione la decisione di inserire, considerandoli a pieno titolo religiosi, anche i versi satirici di Giuseppe Gioacchino Belli e prima ancora di Giordano Bruno, a testimonianza di una prospettiva che permette di riscoprire in chiave poetica, per esempio, la figura di Gerolamo Savonarola. Proprio lui, l’inflessibile predicatore cantato in chiave patriottica dal giovane Carducci (si veda, nel volume, il sonetto Voce di Dio, datato 1860). Ma provate voi, se riuscite, a separare la preghiera dalla poesia in questi versi del Savonarola: «Onnipotente Idio, / Tu sai quel che bisogna al mio lavoro, / E qual è il mio desio: / Io non ti chiedo né scettro né tesoro, / Come quel cieco avaro, / Né che città o castel per me si strua; / Ma sol, Signor mio caro, / Vulnera cor meum charitate tua ».