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Il difficile rapporto tra arte e pubblicità. Ruggeri linciato sui social per lo spot del salame

Gigio Rancilio giovedì 9 luglio 2015
Un artista può fare pubblicità? La prima risposta che viene spontanea è: certo. Ma poi iniziano i distinguo: dipende dall'artista, da cosa fa e da che spot pubblicitario interpreta.Un tempo chi la faceva, quasi se ne vergognava. Adesso non ci pensa più nessuno. In fondo sono soldi in più. Già. Eppure a tutto avrebbe pensato Enrico Ruggeri tranne che finire sotto processo sui social per avere prestato la voce a un salame. Più precisamente per avere «prestato la voce ad uno spot pubblicitario, cantando uno slogan "storico" appartenente alla mia infanzia e a quella di tutti i miei coetanei». Se non avete ancora sentito la nuova versione «alla Ruggeri», ricorderete sicuramente quella «storica»: «Le stelle sono tante, milioni di milioni, la stella di Negroni vuol dire qualità». Il cantautore di Peter Pan, Il falco e il gabbiano e Quello che le donne non dicono, minimizza («C'e stata una piccolissima percentuale dì duri e puri che ha manifestato dissenso: come se la cosa fosse dequalificante per un musicista che si proclama "serio"»). Saranno anche stati pochi, ma le critiche devono avere fatto molto male all'artista. Al punto di averlo spinto a pubblicare sul suo profilo Facebook un lungo post «su sfondo nero» (listato a lutto?) per rispondere alle critiche.La tesi difensiva di Ruggeri si articola in diversi punti.In sintesi: 1) Molti altri artisti prima di me hanno fatto pubblicità («Jannacci, Dario Fo, Gassman, Fiorello...»). 2) Altri colleghi hanno fatto cose ben peggiori («presso i potenti di turno, in televisione, sui giornali, nelle sedi di partito: quello è venir meno a dignità ed etica!»). 3) Con l’aria che tira gli artisti hanno bisogno del mecenatismo per vivere, come accaduto altre volte nella Storia (e pazienza se c’è una certa differenza tra scrivere un’aria o dipingere un affresco e cantare uno spot pubblicitario). 4) «Il denaro, per un artista, è indipendenza creativa: io non ci compro macchine lussuose, barche o cocaina, io faccio i dischi che mi piacciono, come e quando mi va, scrivo libri o articoli, conduco trasmissioni. Senza dover rendere conto a nessuno del mio operato».Gran finale. «Per ottenere e difendere la mia autonomia e la mia onestà intellettuale posso anche prestare la voce. Senza vendere la mia anima». La linea difensiva di Ruggeri è in molti punti condivisibile. Ma il punto centrale della questione forse non è stato toccato: perché alcuni fan si sono sentiti traditi per uno spot? Diciamo che una bella fetta di questi sono polemisti da social, attaccabrighe da Facebook. Ma le loro critiche e la dura reazione di Ruggeri aprono interessanti finestre sul rapporto tra artisti e pubblico sui social. Di una cosa il nostro può essere contento. Anzi, di due. La prima è che se i suoi fan si sono indignati perché ha prestato la sua voce a un salame significa che lo considerano (giustamente) un artista serio. La seconda è che si sono dimenticati di quando, nel 1992, Ruggeri scrisse e cantò una delle tre canzoni-spot per la Nuova Fiat 500 di allora. Da un’auto alle fette di salame in fondo si tratta sempre di ruote.