Agorà

Reportage. Ruanda, rinascimento in chiaroscuro

Luciano Scalettari, Kigali venerdì 22 marzo 2019

Il memoriale di Kigali, con le foto dei bambini uccisi - Foto Scalettari

Si firma Charles Habumurenyi, ma non sa quale fu il nome che gli diedero i suoi genitori né in che giorno è venuto al mondo. Forse nel 1994, oppure a fine 1993. L’anniversario del genocidio è, suo malgrado, la data più importante della sua vita. In un certo senso, ne è figlio. Charles – per tutti Carletto, in italiano – è il più piccolo dei bambini di nonna Amelia, l’anziana donna che gestiva un orfanotrofio, a Muhura, a 70 chilometri dalla capitale Kigali.

Amelia, nelle prime settimane di quei terribili 100 giorni divenne nota in Italia perché non voleva abbandonare i suoi bambini. Una spedizione li mise in salvo tutti, lei e i piccoli, e li portò in Italia. Il più piccino era lui, Carletto, di pochi mesi. «Non so nulla delle mie origini», dice. «Nonna Amelia mi trovò lungo una strada, abbandonato. I massacri erano già cominciati. Probabilmente la mia famiglia era stata sterminata». Carletto è senza storia.

E come lui sono in tanti, fra i giovani ruandesi. Lo intervistiamo a Bugarura, poco più che un villaggio non lontano da Kigali, davanti a uno dei tanti memoriali del genocidio sparsi per il Ruanda. I luoghi dove sono avvenuti gli eccidi più efferati - chiese, scuole, edifici pubblici - il Governo ha deciso di trasformarli in una sorta di museo del ricordo. Un grande striscione viola, il colore del lutto, recita davanti alla palazzina: 'Memoriale del genocidio perpetrato contro i tutsi'. Una dicitura che dimentica gli altri, gli hutu moderati, quelli che non volevano la 'soluzione finale', eliminati anche loro perché in quei giorni non si poteva starne fuori: o diventavi complice del massacro o eri «dalla parte degli 'scarafaggi'» (così Radio Mille Colline, l’emittente degli estremisti hutu, definiva allora i tutsi, incitando ogni giorno a eliminarli).

Per Carletto il genocidio è «un terribile racconto», come lo definisce, niente più, seppure tanto centrale nella sua vita. Gran parte della sua vita l’ha passata con nonna Amelia. Con lei è venuto in Italia nell’aprile del 1994 ed è tornato in Ruanda due anni dopo. E con lei è cresciuto, fino alla morte dell’anziana infermiera, quattro anni fa. Ora parla italiano e lavora con gli italiani: fa il muratore nei progetti idrici di Mlfm (Movimento lotta contro la fame nel mondo), che in Ruanda ha già costruito una ventina di acquedotti e portato acqua a oltre trecentomila persone.

Il Paese delle Mille Colline, oggi, è il Paese dei paradossi e dei contrasti. Qui a Bugarura passa un’auto ogni tanto, si sentono chiocciare le galline e muggire le mucche. Sulla strada principale, sterrata, si circola in bicicletta. Ma a pochi chilometri c’è Kigali, con i suoi alti palazzi che si moltiplicano a ritmo frenetico: un milione e mezzo di abitanti, wifi ovunque, strade asfaltate meglio che in Italia. Venticinque anni fa qui si bombardava il palazzo del Parlamento, venivano uccise in 100 giorni 973 mila persone (7 al minuto, facendo due conti). In poco più di tre mesi la sua popolazione era passata da sei milioni e mezzo di abitanti a tre: oltre alle vittime, altri due milioni e mezzo di profughi fuggirono nel vicino Congo (allora Zaire). Nel luglio del 1994 il Ruanda era un Paese allo stadio zero: niente moneta, uffici statali svuotati, archivi scomparsi, casse svuotate, automobili portate oltre confine.

Un Paese che si è ricostruito dal nulla, ma che oggi ha la maggiore copertura al mondo di fibra ottica in rapporto al territorio, il Parlamento col 60% di donne, i sacchetti di plastica vietati dal 2006. E in questo quarto di secolo ha raddoppiato la speranza di vita della sua popolazione: è fra i Paesi africani più progrediti nella lotta alla fame, nella scolarizzazione di massa, nel garantire sanità per tutti. Ma nel contempo molta della popolazione rurale vive ancora di un’economia di sussistenza, ci sono sacche di malnutrizione infantile, 4 ruandesi su 10 sono sotto la soglia di povertà, un terzo non ha accesso all’acqua potabile e meno del 2% ce l’ha in casa.

Un Paese che ha 'cancellato' per legge le etnie («Siamo tutti e solo ruandesi» è il motto del Presidente Paul Kagame), ma che ancora definisce il genocidio come «commesso contro i tutsi»: il Ruanda vive sospeso fra l’ossessivo ricordo dei 100 giorni e la corsa allo sviluppo. In 25 anni, tuttavia, non ha mai cambiato partito al potere, sempre saldamente in mano al Fronte patriottico ruandese e al suo leader (nelle diverse tornate elettorali il consenso non è mai sceso sotto le famose percentuali 'bulgare' del 90%). A Kigali le due opere più importanti realizzate sono il memoriale dei fatti del 1994, il più grande del Paese, e l’ultramoderno centro congressi, che di notte s’illumina di mille colori ed è diventato il simbolo della città.

Eppure, il 70 % della popolazione, oggi, non ha vissuto il genocidio, perché è al di sotto dei 25 anni. Che cosa rappresenti il 1994, per loro, ce lo spiegano alcune studentesse: «Quello che ci raccontano a scuola», hanno detto. «Un terribile momento per il nostro Paese». La stessa risposta di Carletto: un brutto racconto. In questo nostro viaggio fra il Ruanda di ieri e di oggi, ripercorriamo quella strada che da Sud scende verso la capitale, lungo la quale nel 1994 si incontravano solo miliziani con machete e mazze ferrate in mano.

Immutate sono le colline verde smeraldo dei campi di tè punteggiate dai banani. Ma oggi si viene accolti dalle aiuole fitte di fiori elegantemente dislocate ad ogni piazza e slargo, e a pochi metri da un monumento a ricordo del genocidio un grande cartellone pubblicitario mostra i gorilla di montagna e i resort a cinque stesse per i turisti. Ruanda, ieri e oggi.

Padre Falconi e quella bugia che è valsa migliaia di vite

Nel suo studiolo tiene appese le onorificenze: "Eroe della Patria", "Giusto del Ruanda", "Custode della pace, dell’unità e della riconciliazione". «Ogni anno», dice, «a dicembre, il presidente Paul Kagame riunisce a Kigali tutti noi che abbiamo avuto questo riconoscimento per vedere quali passi avanti sono stati fatti nella pace e nell’unità. E io credo che sia una strada ancora lunga da percorrere». A parlare è padre Mario Maria Falconi, quasi un’istituzione in Ruanda. Barnabita, 74 anni e prete da 48, ne ha passati 28 qui a Muhura. Spesso gli scappa di dire «noi ruandesi». Con la sua gente ha condiviso il bene e il male di questo Paese, compreso il genocidio. Di quei terribili 100 giorni ha vissuto a Muhura solo quattro settimane: il 27 aprile è venuto in Italia con la quarantina di bambini dell’orfanotrofio di nonna Amelia. Ma il missionario rimase poco nel nostro Paese. A settembre del 1994 era di nuovo nella sua missione.

Le onorificenze gli sono state date per ciò che ha fatto in quei momenti, ma anche prima, nei quattro anni precedenti, nei quali il Paese africano già subiva gli effetti della guerra fra l’esercito regolare e l’ala armata del Fronte patriottico ruandese. L’etnia, padre Mario, non l’ha mai guardata. «Chi è nel bisogno va aiutato, punto e basta». Su Muhura si riversavano gli sfollati che scappavano dalla zona di confine verso l’Uganda, la più colpita dai combattimenti. «Il 6 aprile eravamo qui», racconta. «La parrocchia, la scuola, i terreni intorno erano invasi da diecimila sfollati, di entrambe le etnie.

Con l’aiuto della Caritas li assistevamo, come si poteva». Fin dai primissimi giorni dopo il 6 aprile, spiega il missionario, nella zona di Muhura le bande degli estremisti Interahamwe già andavano in giro ad ammazzare. Il nostro console, Pierantonio Costa, riuscì a far arrivare un elicottero a Muhura per farlo uscire dal Paese. «Rifiutai di andarmene. Se fossi partito avrebbero ammazzato tutti i tutsi. "Se te ne vai per noi è finita", mi dicevano».

I suoi ricordi sono vividi. Racconta d’un fiato: «Andai a Nyagisosi, a 10 chilometri da qui. Radunammo i tutsi in chiesa e dicemmo loro di venire a Muhura, di notte. Lungo la strada, sulle colline, non si vedevano che case bruciate e saccheggiate. I massacri erano quotidiani». In quei frenetici giorni padre Mario cerca di proteggere chi e come può. «Il problema maggiore erano i bambini. Ne avevo nascosti alcuni nella chiesa di Ngange. Li andai a prendere. Tornavo verso Muhura quando vidi davanti a me una barriera di miliziani. Se mi fossi fermato li avrebbero uccisi tutti. Erano già col machete in mano. "Signore", dissi, "non voglio far del male a nessuno, ma questi bambini li devo salvare. Tu mi capirai"». E padre Mario accelerò. Si buttò a tutta velocità contro quella barriera. «Mi è andata bene, si spostarono».

Il religioso si rende conto, però, che è questione di tempo. E allora gli viene un’idea: dice ai parrocchiani di spargere la voce che a Muhura era già arrivato il Fronte patriottico ruandese. «Ha funzionato», conclude. «Seppi poi che un grosso gruppo di Interahamwe stava per venire a uccidere me e la gente che proteggevo. La notizia che l’Fpr era arrivato li fermò. Credo che quella bugia a fin di bene abbia salvato la vita a me e a qualche migliaio di persone».