Agorà

Pesaro. Il Rossini Opera Festival ora punta al pop

Pierachille Dolfini sabato 18 agosto 2018

Maxim Mironov nel “Barbiere di Siviglia”

L’hashtag ufficiale è #rossini150. Perché a Pesaro (quasi) tutto si chiama come il musicista di casa: il teatro, il conservatorio, la via principale, persino la pizza, una margherita con sopra uova sode a fette e maionese. Hashtag #rossini150 perché nel 2018 si celebrano i centocinquant’anni dalla morte del compositore pesarese, scomparso a Passy il 13 novembre 1868. Hashtag obbligato per tutti i post che sui social raccontano il Rossini Opera Festival edizione numero 39 che, se non fosse che un autore lo ha già, Gioachino Rossini appunto, avrebbe un altro hashtstag #rofincercadautore. A dire l’esigenza, a quasi quarant’anni dall’intuizione di realizzare una rassegna che offrisse al pubblico in versione filologica il Rossini più noto e quello dimenticato, di una nuova identità. Sino ad ora la riscoperta di titoli perduti (il ritrovamento più clamoroso quello de Il viaggio a Reims) e l’esecuzione della versione critica curata dalla fondazione Rossini è stato il faro delle trentanove edizioni, ma il lavoro è ormai compiuto, all’appello manca solo Edoardo e Cristina che dovrebbe essere pronta per il 2021.

Serve dunque una svolta. #pop verrebbe da scrivere. Che è poi la vera natura dell’opera lirica: chi non ha mai canticchiato il Figaro qua, Figaro la, hit ottocentesca che ancora oggi è la musica più saccheggiata dalle pubblicità? Svolta pop che c’è nelle intuizioni del sovrintendente Ernesto Palacio, alla sua prima edizione – dichiaratamente di transizione – dopo le burrascose dimissioni di un anno fa di Gianfranco Mariotti, da sempre alla guida del Rof e ora presidente onorario, immancabile in platea a vigilare. Come raccontare e interpretare Rossini ai giorni nostri? La domanda che è poi la sfida più impegnativa, ma anche più stimolante. Non come hanno fatto i registi dell’edizione 2018 (meglio il fronte musicale), verrebbe da rispondere: Marshall Pynkoski per Ricciardo e Zoraide, Rosetta Cucchi (meno colpevolmente, a dire la verità) per Adinae, soprattutto, Pier Luigi Pizzi per Il barbiere di Siviglia. L’ottantottenne regista è come sempre uguale a se stesso, scene neoclassiche immerse in una luce abbagliante, costumi (esteticamente impeccabili) in bianco e nero accesi qua e la da colori sgargianti. Peccato veniale, forse. Se non fosse che lo spettacolo in formato musical – che funziona solo quando asseconda la farsa – ha frequenti cadute di stile. Se l’ingresso di Figaro che esibisce i pettorali improvvisando uno spogliarello e un bagno nella fontana della piazza fa venire in mente il voyeurismo di certe commedie anni Ottanta, “trovate” come quella di far cantare a don Basilio l’aria della Calunnia mentre affetta un salame che poi offre a don Bartolo quasi gli stesse facendo la comunione non ha nulla di provocatorio, ma è solo cattivo gusto frutto, forse, di ignoranza.

E dispiace perché viene da un artista che ha lasciato il segno nel mondo del teatro del secolo scorso. Ma che con il Barbiere del centenario non lascia il segno, preferendo una superficialità di facciata allo scavo nelle pieghe di una vicenda che racconta vizi e virtù come l’attaccamento al denaro e la maldicenza, la fedeltà e il sacrificio quanto mai attuali. Toni leggeri, ma intelligenti, nell’Adinache la Cucchi, spazzando via ogni riferimento realistico, ambienta (sul palco del Teatro Rossini) dentro e fuori una grande torta nuziale e racconta, disegnando personaggi che sembrano usciti da Alice nel paese delle meraviglie. Spettacolo che scorre lieve a differenza del Ricciardo e Zoraideche Pinkoski (fischiato, a differenza dei colleghi) trasforma in un’opera/ balletto ingabbiando l’azione in scene dipinte (come si usava una volta), costumi confusi che mischiano divise dei crociati ad abiti anni ’50, coreografie che spesso intralciano il racconto. Ricciardo, come Barbiere, nella cornice dell’Adriatic Arena, palazzetto dello sport dentro il quale è costruita una scatola lignea che ricrea la platea di un teatro moderno: effetto straniante, segno (anche questo) della necessità dell’opera di dialogare con il presente. Dialogo che in Rossini, ad ascoltarlo bene e a crederci, c’è. Lo dice la sua musica. Che nel Ricciardo diventa una soggettiva sui sentimenti dei personaggi grazie alla lettura di Giacomo Sagripanti attento a ogni dettaglio della partitura sul podio dell’Orchestra nazionale della Rai. Che in Adina è puro divertimento grazie a Diego Matheuz, misurato e divertito nel gioco teatrale rossiniano. Che in Barbiere, musica di assoluta bellezza, è uno specchio che ci mette di fronte a noi stessi e che Yves Abel, rischiando forse una certa monotonia nel racconto musicale, non porta mai all’eccesso tenendo le redini della squadra vocale: Davide Luciano è Figaro impeccabile vocalmente, credibile e prestante scenicamente, Maxim Mironov, ammaliante e fedele alla scrittura rossiniana che è Almaviva e con Aya Wakizono, Rosina che brilla più scenicamente che vocalmente. Lasciano il segno Lisette Oropesa come Adina e la coppia di tenori del Ricciardo, Juan Diego Flórez, rossiniano doc, Ricciardo che duetta - un duetto per tenori – con Sergej Romanovksy che offre il suo squillo e il suo volto ad Agorante. Direttori e cantanti, tutti applauditissimi, di sera in scena, di giorno in giro per Pesaro, al mare , nei negozi e negli alberghi. Dove tutto, in modo discreto, parla di #Rossini150. Rossini che è #pop. Basta crederci. Ecco la sfida del #rof2019.