Agorà

Giovani. Sotto le cuffie l’esperanto balla il rock

Gianfranco Ravasi mercoledì 7 maggio 2014
Il libro Nel 1997 nascono i Sun Eats Hours, la prima band di Francesco Lorenzi. Dopo qualche anno, hanno già all’attivo quattro dischi in inglese, concerti in tutto il mondo, migliaia di fan del loro punk melodico e il premio come Miglior punk rock band. Ma la loro vita si smarrisce dietro a droga, alcol e sesso. Francesco entra in crisi: così non può più andare avanti. Incontra Gesù e rinasce, come uomo e come artista. Comincia a scrivere canzoni in italiano e recupera alla vita i suoi amici. Decidono di cambiare il nome della band in The Sun. Ora le note musicali «ci permettono di ascendere al cielo, verso l’eterno e l’infinito», scrive Lorenzi in questa sua autobiografia della rinascita (La strada del sole, Rizzoli, pagine 396, euro 17), introdotta da una prefazione del cardinale Gianfranco Ravasi della quale pubblichiamo qui sotto un ampio estratto. Il racconto della forza vitale di un artista che ha scoperto Dio e non si vergogna di cantarlo al mondo col linguaggio musicale dei giovani. Nel 2013 i The Sun si sono esibiti anche per Benedetto XVI e papa Francesco.Ho sempre amato camminare per le strade delle città per poter – forse paradossalmente agli occhi di qual­cuno – meglio pensare. Non mi di­straggono i volti, le case, le cose, lo strombazzare delle auto, il respiro di fondo delle metropoli. C’è, però, un dato che da tempo mi ha scosso dai miei pen­sieri e mi ha colpito. Quasi tutti i giovani che in­crocio hanno alle orecchie un auricolare e, quan­do a un semaforo rimaniamo appaiati, è facile a­scoltare l’eco della musica che risuona e fuorie­sce dalle loro orecchie. Non so se questo sia an­che un modo per isolarsi dalla scena del mondo, per calare una visiera sonora sulle parole di noi a­dulti.  Certo è che la musica è diventata l’esperan­to delle giovani generazioni, la loro lingua franca. Una musica ben diversa da quella che ha colma­to per decenni le mie orecchie rendendole alla fi­ne simili a una conchiglia che conserva per sem­pre molte armonie del mare dei suoni. Quella dei giovani è, infatti, una musica che ha una “gram­matica” ben diversa, genera emozioni fisiche pri­marie, anche perché spesso il suo rit­mo reiterato sembra evocare il battito cardiaco, auscultato quasi stando in un grembo materno. Proprio per questo ho voluto, abbandonando per un mo­mento Bach, Mozart, Beethoven e l’im­menso grandioso e glorioso repertorio classico a me consono, lasciare spazio anche a questi suoni. Non l’ho fatto, certo, per imitazione giovanilistica: il mio udito rimane aggrappato salda­mente alle altre lunghezze d’onda. Ho voluto, invece, esplorare un orizzon­te a me ignoto, mosso dalla curiositas latina, un vocabolo che deriva da “cu­ra” e che suppone quindi un interes­se appassionato e non banalmente “curioso”, superficiale, eccentrico o indiscreto. È stato, così, che ho incontrato Fran­cesco Lorenzi e la sua band, trasci­nandoli in un’esperienza inedita an­che per loro. Immagino che la maggior parte dei lettori ignori la struttura e l’attività di un dicastero vaticano, come lo è quello che io ora di­rigo e che reca il titolo formale di Pontificio Con­siglio della Cultura. Si tratta di un’istituzione che non comprende solo un’équipe composta da ec­clesiastici e laici residenti a Roma, ma che coin­volge anche una nutrita schiera di cardinali, ve­scovi, ecclesiastici e personalità delle varie disci­pline culturali provenienti da tutti i continenti, e quindi da etnie, lingue, civiltà e comunità eccle­siali differenti. Infatti i dicasteri sono espressione non dello Stato della Città del Vaticano – anche se in esso sono spazialmente e giuridicamente col­locati – bensì della Santa Sede, ossia del segno u­nificatore della Chiesa cattolica universale. Ora, uno degli eventi più importanti e significati­vi della vita di queste istituzioni è la cosiddetta “Plenaria”, quando convergono a Roma tutti i membri e i consultori del dicastero per essere informati sulla sua attività e per affrontare un te­ma, un progetto o una futura programmazione. Agli inizi di febbraio 2013, questo piccolo parla­mento si è riunito attorno a un tema fluido, com­plesso e persino problematico già nel titolo: Le culture giovanili. Mi era, così, venuta alla mente proprio quell’esperienza vissuta durante i miei percorsi urbani, fianco a fianco con giovani che mi ignoravano, attenti solo al ritmo di quelle mu­siche che colpivano i loro timpani, muovevano le loro teste e probabilmente emozionavano i loro cuori e le loro menti. Avevo incontrato casualmente i The Sun a Mila­no l’anno prima, durante la Giornata Mondiale della Famiglia. Pensai a loro perché ritenevo che fossero capaci di proporci quella forma musicale così significativa del mondo giovanile com’è il rock, e al tempo stesso fossero in grado di mo­strarne il senso, la forza espressiva, la dimensio­ne “performativa”, come si usa dire nel linguaggio paludato, ossia l’efficacia, l’incisività, l’influsso creativo sui fruitori di quel genere. Il gruppo ac­cettò di venire a Roma e, nell’aula magna di un’u­niversità di matrice cattolica, la Lumsa, tennero la loro esecuzione-lezione il cui filo conduttore e­ra retto appunto da Francesco, autore dei testi e cantante.Due erano i registri, gli stessi che domineranno in queste pagine: da un lato, la musica rock col suo potere evocatore e provocatore e, d’altro lato, la te­stimonianza personale col suo tormentato itine­rario di ricerca, simile al corso di un fiume dota­to di anse con acque morte ma anche di un e­stuario finale segnato da un approdo luminoso in mare aperto. Cardinali, vescovi, studiosi, a pri­ma vista sconcertati, furono condotti per mano da Francesco Lorenzi e dai suoi amici all’inter­no di quell’orizzonte a loro ignoto e, a sorpresa, essi stessi vedevano cadere certi loro precon­cetti e sospetti e scoprivano che su quel terre­no non si celebrano necessariamente riti sata­nici, ma possono fiorire anche emozioni spiri­tuali e serpeggiare domande ultime di senso.Ricordo ancora in quel pomeriggio del 6 febbraio 2013, dopo l’esecuzione, uno dei maggiori espo­nenti della musica colta contemporanea a livello mondiale, membro del nostro dicastero, l’estone Arvo Pärt, accostarsi a quei giovani per interrogarli sulle loro sonorità, sulle contaminazioni musica­li sottese, sul loro linguaggio espressivo. Io stesso, in seguito, avrei cercato di comprendere ulterior­mente questo piccolo oceano di suoni dalle mol­teplici iridescenze, passando dal più pacato rock di taglio country o folk, fino a quello per me più impressionante e fin sconvolgente l’hard, il punk, il new wave e così via. Ogni “Plenaria” di dicastero ha poi, come suggel­lo, l’udienza papale. E qui diventa significativa la data: l’incontro con Benedetto XVI era fissato per le ore 12 del 7 febbraio, a distanza di quattro gior­ni dall’atto storico delle dimissioni. Dopo il di­scorso del Papa, l’ultimo a livello di udienza uffi­ciale del suo pontificato (ma nessuno in quel mo­mento lo poteva immaginare), nella fila dei car­dinali, dei vescovi, degli ecclesiastici e delle per­sonalità c’erano anche loro, i The Sun, con Fran­cesco come portavoce, pronti a “impressionare” il pontefice non solo con la loro musica – conse­gnata a lui in CD – così lontana dalla sua ben no­ta competenza musicale, ma anche con la loro mise esteriore non certo protocollare. E, invece, come posso testimoniare io che gli stavo a lato, Benedetto XVI fu preso proprio dalla stessa cu­riositas a cui accennavo e li interpellò e ascoltò con gusto.