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Idee. Intorno al mito della Rivoluzione

Alfonso Berardinelli venerdì 26 agosto 2016
Quando e come nascono, di che materia culturale sono fatti l’idea e il mito della rivoluzione? E i loro interpreti, i rivoluzionari, a quale modello di vita si ispirano? Finché ha occupato il centro della cultura laica moderna, sia in alleanza che in conflitto con l’idea di progresso, quella di rivoluzione tendeva a sfuggire all’analisi. Si trattava di una costruzione culturale così radicalmente e fideisticamente critica da non tollerare di essere sottoposta a un esame critico. La sua esistenza storica si è presentata perciò come una tipica figura di rovesciamento dialettico o paradossale. Così l’idea di rivoluzione divenne presto conservazione e replica di se stessa. Quanto meno sembrava realizzarsi, tanto più ripeteva se stessa, rinasceva dai suoi fallimenti e dalle sue sconfitte. Non potendo esaurire la sua spinta dinamica, non riuscendo a dare corpo ai suoi progetti, la rivoluzione non poteva che essere immaginata come “permanente”: in realtà, sottratta al tempo e alla storia, benché prodotta dai tempi e dalla storia. Sintesi o sovrapposizione di due modelli successivi e conflittuali, quello settecentesco del filosofo libertino e quello ottocentesco del genio o dèmone romantico, la figura del rivoluzionario ha derivato il suo fascino dal voler essere, nello stesso tempo, un modo assolutamente razionale di pensare e un modo intuitivo, passionale di vivere. Il rivoluzionario ha voluto sia vincere che convincere e sedurre. È riuscito a interpretare l’intero passato storico come una serie di figure dell’anticipazione. Ha potuto considerare come precedenti sia la razionalità greca che il profetismo giudaico-cristiano. Mescolando Socrate, Spartaco e Gesù, Gioacchino da Fiore, san Francesco e Giordano Bruno, mistici eretici e pensatori illuministi, giacobini e utopisti sociali, si è arrivati a Marx, Bakunin e Nietzsche: il teorico della lotta di classe, quello dell’abolizione dello Stato e l’inventore del superuomo. Non sembri ridicolo aprire così un articolo nato dalla lettura di un volumetto di appena settanta pagine come Rivoluzionari. Profili, storie, generazioni, numero monografico della rivista “Memorie per domani” (Centro Documentazione di Pistoia, euro 7,00). Il fatto è che il nostro presente ha una lunga storia alle spalle e l’interesse con cui si leggono i brevi saggi di questo opuscolo nasce dalla straordinaria longevità del tema discusso. Le generazioni dei nati fra il 1920 e 1950 hanno vissuto l’ultima fase di una vicenda storica dominata dall’idea di rivoluzione, che in tutte le sue accezioni, sociale, filosofica, politica, estetica, non ha smesso di modellare e trascinare con sé i comportamenti di ogni nuova generazione. Si può dire che ogni generazione, in quanto nuova, ha sentito il bisogno esistenziale e il dovere storico di essere rivoluzionaria. Questo ha creato una vera e propria tradizione: la tradizione dell’antitradizionalismo. L’interruzione di continuità con il passato è così diventata un valore, il primo dei valori. Ci sono state forme di anticapitalismo utopistico e anarchico che hanno prospettato modelli di vita sociale del tutto immuni dall’economia capitalistica. Ma l’anticapitalismo più scientificamente elaborato e più influente, quello marxista, si fondava su una preliminare esaltazione del capitalismo. Marx presuppone il “Prometeo liberato” della rivoluzione industriale inglese, prologo necessario alla rivoluzione comunista. Il Novecento, infine, almeno fino al 1980, è stato il secolo della massima espansione del mito rivoluzionario in tutti gli ambiti culturali. La psicologia del profondo, la nuova fisica, le innovazioni letterarie, le avanguardie sia artistiche che politiche, l’individualismo esistenzialista, la “ribellione delle masse”, le rivoluzioni sociali e nazionali nei paesi economicamente più arretrati o colonizzati (Russia, Cina, India) hanno prodotto una miscela ideologica pronta a esplodere a ogni occasione, quasi che una qualche indefinita ma fondamentale rivoluzione fosse sempre alle porte.  Negli scritti di Cesare Pianciola sulla “rivoluzione liberale” di Piero Gobetti, in quelli di Peppino Ortoleva sul ’68, di Roberto Massari su Victor Serge, di Alessandro Milani sull’Ungheria del 1918-20 e di Andrea Bagni sui volontari della guerra civile spagnola del 193639, sono illustrati per esempi salienti da un lato un effettivo bisogno di rivoluzione, dall’al-anzitutto tro il confuso perpetuarsi di un mito. Per la sua sobria precisione storica, segnalo le pagine di Pianciola su Gobetti, che chiariscono concetto e tempestività, all’inizio degli anni venti e in Italia, di una “rivoluzione liberale” capace di coinvolgere la classe operaia. «Quando si parla di attualità di Gobetti», scrive Pianciola «c’è sempre il rischio dell’anacronismo». Eppure resta innegabile «il fascino permanente del suo pensiero». Un progetto politico che preveda l’uguaglianza e ostacoli o escluda la libertà non poteva che produrre regimi totalitari. Le molte pagine di Ortoleva sul ’68, alcune scritte nel 1986 e altre nel 2016, misurano la persistenza e l’obsolescenza di una cultura della rivoluzione. Giustamente Ortoleva dice che «il ’68 si è presentato come l’ultima fiammata di un mito bisecolare». Aggiungerei che il suicidio, più che il fallimento, dei movimenti del ’68 fu dovuto proprio al diffondersi epidemico, cioè patologico, di un culto della rivoluzione già allora anacronistico in Europa e negli Stati Uniti: con il ritorno della teoria leninista del partito e con mescolanze, tanto grottesche quanto criminose, di mentalità stalinista e di prassi anarchica, non senza dosi tossiche di estetismo della «violenza necessaria ». Il più grave errore degli anni sessanta è stato ignorare autori come Simone Weil, Orwell, Camus, Nicola Chiaromonte e tutti i più onesti, coerenti critici di una sinistra illusoriamente rivoluzionaria, in realtà affetta da un fanatismo dogmatico nemico del pensiero critico.