Agorà

Intervista. Il Bertinotti che non ti aspetti: «La rivoluzione la fa Papa Francesco»

Angelo Picariello sabato 8 novembre 2014
Fallito sicuramente, e non potrebbe essere diversamente a ben 25 anni dalla caduta del Muro. Fallito in buona compagnia, «ma pentito no. Le abiure non mi piacciono», dice Fausto Bertinotti. Ex di molte cose: sindacalista, segretario di Rifondazione comunista, affossatore del governo Prodi, presidente della Camera. Ma l’etichetta prevalente che gli appiccicano ora è di «comunista fallito». Lui non la rifiuta, «anche se in realtà sono un socialista e mi piacerebbe un domani essere ricordato semmai come sindacalista, operaista per la precisione». Nel suo ultimo libro, Sempre daccapo, conversazione con Roberto Donadoni (Marcianum press, pagine 122, euro 16), propone una grande alleanza fra le culture che in questi anni hanno avuto più a cuore il valore e i diritti della persona, «mentre noi siamo stati disponibili a metterli fra parentesi, in nome della rivoluzione». Un’alleanza contro l’individuo «mercificato dal capitalismo finanziario». Un’alleanza che poteva trovare la sua base nella «grande occasione perduta » per riformare il comunismo alla luce del primato della persona umana, il «socialismo dal volto umano» della primavera di Praga, fiorito al tempo del movimento del ’68 senza riuscire a influenzarlo. Il libro, già nella prefazione del cardinale Gianfranco Ravasi, è intriso di domande sul cristianesimo e di attenzione al pontificato di papa Francesco senza che da questo derivi il dono della fede. A sinistra non è il solo, a dire il vero, ma è interessante che da Bertinotti la «rivoluzione» che vede in papa Francesco non venga letta in contrapposizione con i predecessori, anzi. Ma l’operaista Fausto Bertinotti nasce come operaio? «La mia è una generazione di studenti che sentì di dover scendere in piazza nel giugno del 1960 contro il governo Tambroni che aveva autorizzato il congresso del Msi a Genova città medaglia d’oro della Resistenza. Ci fu un gruppo di studenti che a partire da allora scelse la strada del sindacato. Ho avuto il dono di poter lavorare con loro, iniziai con i tessili della provincia di Varese, poi mi trasferii a Torino, dove divenni segretario regionale della Cgil, ma influì molto mio padre, macchinista ferroviere». La locomotiva di Guccini «lanciata a bomba contro l’ingiustizia»... «La conosco bene, anche se io sono affezionato a un altro filone musicale, la nuova canzone politica italiana dagli anni sessanta di Giovanna Marini, Fausto Amodei, Michele Straniero... ». E politicamente? Socialista lombardiano? «Politicamente mi definisco comunista perché non mi piacciono le damnatio memoriae e le abiure, ma il mio filone culturale è quello del socialismo utopistico e soprattutto di Rosa Luxemburg. La nostra idea era di democrazia diretta, partecipata, non vivevamo la fiducia salvifica stalinista nella funzione dello Stato». Grillo vi ha rubato l’idea, la partecipazione diretta con la Rete. «Non credo che la tecnologia possa portare la rivoluzione. In questo sono marxista, l’ideologia della classe dominante si afferma a prescindere dallo strumento. Sto con Papa Francesco che parla di ideologia del mercato; ripudia la guerra come strumento dei mercanti di armi e invita i poveri alla 'lotta', una parola che mi ha colpito, come strumento di affermazione della loro dignità senza aspettarsi da altri la liberazione. Per me è suonato come una valorizzazione del movimento del sindacato di base, il sindacato dei consigli, dei preti operai, una vicenda per me molto significativa degli anni  ’70. Una storia di dialogo intenso fra socialisti e cristiani in nome dell’egualitarismo». Lei riscopre anche Giovanni Paolo II. Ma come, il Papa di Solidarnosc, quello che ha contribuito alla caduta del Muro di Berlino? «Guardi, la mia analisi è diversa. Quando Berlinguer lanciò l’Eurocomunismo disse che si era esaurita la 'spinta propulsiva' del comunismo reale, ma io dico: da mo’ che si era esaurita. Bisognerebbe andare a studiare Alexander Dubcek, la primavera di Praga, la riforma del comunismo era tutta in essa contenuta: la sfida alla mondializzazione, la centralità della persona, la partecipazione democratica alla gestione del potere e del sistema televisivo. Praga era la riforma: fallita quella non restava che la rivolta, la presa d’atto che un sistema istituzionale come quello dell’Unione Sovietica aveva tradito le attese. E la Polonia fu l’esito di questo processo, di questa riforma soffocata». Il socialismo dal volto umano... «Fu un’esperienza drammatica. 'Praga è sola' si potrebbe dire oggi, parafrasando 'la Cina è vicina' di allora. I movimenti di liberazione di quegli anni non seppero valorizzare quella lezione preferendo attingere al maoismo, che ha evidenziato non meno i suoi limiti. E i partiti comunisti occidentali, non capendo quella lezione si sono auto-condannati al declino, nonostante la tardiva presa di coscienza di Berlinguer». Che cosa le piace di Giovanni Paolo II? «Lo definirei il papa dell’abbraccio, la sua apertura al mondo e ai giovani è il portato del suo insegnamento». E di papa Benedetto? «Paradossalmente la sua scelta insondabile delle dimissioni ne ingrandisce la figura, una scelta imperscrutabile, ma profetica». I credenti dicono provvidenziale. «Io, comprenderà, non mi spingo a tanto, ma registro il frutto che ha generato questa scelta imprevedibile e senza precedenti, palese manifestazione di non attaccamento a una funzione al tempo stesso trascendentale e umana, e in quanto umana in grado di evocare un’idea di potere». Che tipo di alleanza è quella che propone ai cattolici e ai liberali? «Un’alleanza sulla centralità della persona, contro questa antropologia mercantile imposta dal capitalismo finanziario che ha messo in crisi tutti. Un’alleanza in grado di rilanciare il senso di comunità smarrito nel nostro Paese, alla base della Costituzione, e con esso la politica supina a poteri di altro tipo». Ma una nuova politica non dovrebbe ripartire dalla famiglia, che paga più di tutti lo scotto della crisi? «Dovrebbe ripartire da tutti i luoghi in cui resiste questo spirito di comunità, contro l’individualismo imperante, e la famiglia è uno dei capisaldi per invertire la rotta. Ormai lo si vede con chiarezza: non è che non c’è stata la lotta di classe, c’è stata e l’hanno vinta i poteri forti». Lei dice che la Chiesa ne esce meno malconcia. «Meno per la sua partecipazione a un cammino sovrannaturale, che le consente di non vedere nell’insuccesso umano l’ultima frontiera. Meno perché è riuscita a darsi una guida adeguata alla sfida dei tempi». Il suo libro è ricco d’interesse per i Padri della Chiesa. Con tante 'domande ultime' non eluse: ma senza la fede, non sente di perdersi il meglio del cristianesimo? «Per ora non è così. Ma alla fine spero di poter dire anche io, a modo mio, con san Paolo: 'Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato al fede'».