Agorà

ANNIVERSARIO. Riva: un vescovo con gli ebrei

Andrea Riccardi venerdì 27 marzo 2009
Dietro a una delle immagini più note del pontificato di Giovanni Paolo II – l’ab­braccio col rabbino Elio Toaff in occasione della storica visita del Papa alla sinagoga di Roma, il 13 aprile 1986 (nella foto a fianco) – si scorge il profilo di monsignor Clemente Riva, pa­ziente tessitore di dialogo e di a­micizia con gli ebrei. Per Riva quell’evento non rappresen­tava certo un fatto estempo­raneo o un coup de théatre me­diatico, bensì il culmine di un percorso concreto di avvici­namento. Non a caso alla mor­te, il 30 marzo 1999, la stampa italiana scrisse che era morto il vescovo del dialogo con gli ebrei. Riva, prete intellettuale, rosmi­niano, sensibile alle sofferenze dei poveri e alle problematiche socia­li, ha vissuto per molti anni im­merso nella complessa realtà ro­mana, come vescovo ausiliare e presidente della Commissione diocesana per l’ecumenismo e il dialogo. La sua simpatia per il mondo ebraico aveva due diret­trici: la prima culturale, derivata dagli studi e dalla conoscenza del­la storia, nonché dalla sua discen­denza spirituale rosminiana; la se­conda umana, formatasi nell’in­contro con personalità ebraiche, soprattutto romane. Riva conosceva la storia difficile dei rapporti ebraico- cristiani, se­gnata da secoli di divisione, di di­scriminazioni e di ostilità antigiu­daica. Visitava l’antico ghetto di Roma conoscendone le vicende, dall’epoca remota della sua istitu­zione per volere di Paolo IV, nel 1555, ai tragici 9 mesi dell’occu­pazione nazista di Roma, in cui si consumò la deportazione di par­te degli ebrei romani, razziati al­l’alba del 16 ottobre 1943 e nei me­si seguenti. Aveva vissuto, da pre­te, l’evoluzione dell’atteggiamen­to della Chiesa nei confronti del­l’ebraismo, le sollecitazioni di Ju­les Isaac perché si abbandonasse «l’insegnamento del disprezzo», le aperture di Giovanni XXIII e il la­voro prezioso del cardinale Ago­stino Bea nella non facile gesta­zione del documento conciliare Nostra aetate. Sapeva bene che il Vaticano II avrebbe segnato una svolta profonda nei rapporti con l’ebraismo e che l’aggiornamento dettato dal Concilio andava rece­pito in profondità, con un’appli­cazione paziente nelle realtà loca­li e nella vita quotidiana. Proprio la realtà locale di Roma gli appariva densa di significato nei rapporti con l’ebraismo. È quanto egli stesso sottolineò in uno scrit­to del 1983: « La Chiesa di Roma è stata fondata dagli apostoli Pietro e Paolo, della stirpe ebraica. Inol­tre si registra a Roma una mille­naria storia di convivenza tra ebrei e cristiani, storia che – pur se in­tessuta purtroppo di molti eventi negativi – ha creato tuttavia nella nostra diocesi un tessuto sociale e culturale, che ha e non potrà non avere anche per l’avvenire riper­cussioni nel contesto religioso». Si legge qui quasi un’intuizione di quanto sarebbe accaduto a di­stanza di 3 anni: la visita di Gio­vanni Paolo II alla sinagoga di Ro­ma ebbe infatti ripercussioni sui rapporti ebraico- cristiani a livello mondiale. Nel 1988 promosse in seno alla Cei l’istituzione di una « Giornata di riflessione » sui rapporti tra catto­lici ed ebrei. La Giornata fu fissa­ta per il 17 gennaio, alla vigilia del­l’annuale « Settimana di preghie­ra per l’unità dei cristiani » . Per Ri­va, infatti, il rapporto con l’ebrai­smo non è estraneo all’ecumeni­smo tra cristiani di diverse con­fessioni. Egli riteneva che le radi­ci semitiche del cristianesimo fos­sero un fattore comune, unifican­te, utile anche nel dialogo ecu­menico. Nel 1991 monsignor Ri­va portò la sua idea all’Assemblea speciale per l’Europa del sinodo dei vescovi. Numerosi vescovi fu­rono attratti dalla visione di un rinnovato dialogo tra cattolici ed ebrei, e la « Giornata di riflessio­ne » venne istituita anche in altri Paesi europei. Il vescovo lombardo, che parteci­pava del dialogo ebraico-cristiano ai massimi livelli, conosceva an­che l’importanza dei piccoli gesti. In occasione del suo unico viaggio in Israele, nel 1995, volle recarsi al­la sinagoga di Roma, prima della sua partenza. Il pellegrinaggio ai luoghi santi del cristianesimo as­sumeva per lui anche la valenza di una visita alla terra degli ebrei, suoi amici. Anche in questo sem­plice gesto di amicizia si coglie molto della scelta di monsignor Riva di condividere concretamen­te la propria vita con gli altri. A di­stanza di due anni sarà lo stesso Toaff, assieme al rabbino capo di Milano Giuseppe Laras, a dedica­re a Riva dieci alberi della foresta « Papa Giovanni XXIII » a Nazareth, luogo in cui si commemorano i maggiori protagonisti del dialogo ebraico- cristiano, primi tra tutti papa Roncalli e Jules Isaac. Emanuele Pacifici ha ricordato un altro gesto di amicizia – piccolo ma denso di significato – che mon­signor Riva compì verso gli ebrei: «Non molti anni fa, per un errore del ministero degli Interni, era sta­ta fissata la data per le elezioni nel­l’ultimo giorno di Pesach, quindi moed, festa solenne per noi ebrei. Monsignor Riva, anche attraverso la stampa, propose di posticipare di una settimana le votazioni, no­nostante cadessero durante la Pa­squa cattolica: "Per noi cattolici non è peccato scrivere" , disse ai giornalisti». Anche Tullia Zevi, che fu per par­te ebraica tra gli organizzatori del­la visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma, ha sottolinea­to il ruolo svolto dal vescovo lom­bardo nel dialogo ebraico- cristia­no: «Riva ha istillato in questo dia­logo un clima di benevolenza, di volontà di comprensione, di spi­rito di lavoro comune. E penso che se il dialogo ebraico- cristiano si è avviato in un modo positivo a Ro­ma e in Italia, lo si deve in gran par­te alla sua opera e personalità » . È lo stesso Clemente Riva a spie­gare la sua visione, in un’intervista degli ultimi anni: « L’ebraismo è ri­velazione anche per i cristiani. La storia sacra dell’Antico Testamen­to è storia sacra anche per noi. Non si tratta di un legame con il passato. È soprattutto un rappor­to vivo con il popolo ebraico vi­vente, contemporaneo. Un rap­porto che ci permette oggi di ap­profondire sempre di più, ebrei e cristiani insieme, il significato del­la Rivelazione, dell’unità di Dio, dei valori e dei messaggi contenu­ti nell’Antico Testamento » . Giovanni Paolo II con il rabbino Elio Toaff il giorno della visita alla sinagoga di Roma, il 13 aprile 1986.